Come riparare i segnalibri di Firefox

Sui miei Mac installo parecchi browser ma poi uso quasi sempre solo Firefox. Un po’ perché sono fedele, sono passato senza soluzione di continuità da Netscape a Mozilla a Firefox e non ho motivi seri per cambiare. E poi perché Firefox è multipiattaforma e può sincronizzare tutte le impostazioni e i dati personali (segnalibri, storia di navigazione, add-on, schede aperte, volendo anche le password) via cloud, una funzione utilissima quando si usano più Mac o si ha a che fare con computer e sistemi operativi diversi.

Certo, anche Google Chrome funziona ovunque, ma volete mettere il rispetto della privacy di quelli di Mozilla (la fondazione che supporta lo sviluppo di Firefox e del client di posta elettronica Thunderbird) con, diciamo così, la curiosità di Google?

Non che Firefox non abbia i suoi problemi. La ristrutturazione del codice di due anni fa ha reso il browser molto più veloce, ma purtroppo parecchie estensioni non sono mai state aggiornate per funzionare con il nuovo modello di codice (a me manca moltissimo ScrapBook che usavo per archiviare le pagine web e non sono ancora riuscito a rimpiazzarlo con qualcosa di altrettanto efficace).

E poi ci sono i segnalibri (bookmark per gli anglofili, preferiti per chi usa Safari). Se come me avete tanti segnalibri, non provate a sincronizzarli tramite il cloud di Firefox: è snervante, basta aggiungerne uno per innescare la sincronizzazione e intanto il browser rallenta in modo evidente. Per molto tempo, ad ogni nuova versione di Firefox ho sperato che ci fossero dei progressi in questo campo, ma poi sono sempre tornato a sincronizzare i miei segnalibri tramite Dropbox; la configurazione iniziale può essere un po’ fastidiosa, ma dopo va che è un piacere (varrebbe la pena riparlarne, prima o poi).

Firefox ha un problema ancora più serio con i segnalibri, che si presenta quando il browser va in crash. Ma prima bisogna fare una premessa.

Segnalibri e database

Da moltissimo tempo ormai Firefox salva i segnalibri in places.sqlite, un database SQLite che in macOS si trova nella cartella
~/Library/Application Support/Firefox/Profiles/abcd1234.default/ (come sempre ~ rappresenta la Home dell’utente). Questa cartella contiene tutti i file di configurazione e i database del browser, cioè il cosiddetto profilo dell’utente.1
Il nome abcd1234.default della cartella del profilo utente è solo un nome generico, il nome reale è costituito da una sequenza casuale di otto lettere e numeri seguiti dalla stringa .default e viene generato quando usiamo per la prima volta Firefox sul nostro computer, oppure quando lo ripristiniamo per correggere eventuali problemi.

Nelle versioni più recenti di Firefox il nome di questa cartella segue un nuovo formato, abcd1234.default-1234567890123 (otto lettere e numeri seguiti dalla stringa .default, da un trattino - e da altri 13 numeri), ma il succo del discorso non cambia, per cui nel seguito continuerò ad utilizzare per semplicità il formato più vecchio (e più breve).

Il nome della cartella del profilo utente può essere ricavato dal Terminale con il comando

$ ls -al ~/Library/Application\ Support/Firefox/Profiles/

In alternativa possiamo selezionare da Firefox la voce di menu Aiuto → Risoluzione dei problemi oppure scrivere about:support nella barra degli indirizzi (Figura 1). Si apre una pagina che contiene parecchie informazioni utili, fra cui il percorso completo alla cartella del profilo, a cui si può accedere dal Finder cliccando sul bottone cerchiato in rosso (Figura 1). Da questa pagina possiamo anche ripristinare il browser o riavviarlo con le estensioni disattivate.


Figura 1. Strumento per la risoluzione dei problemi di Firefox.


NOTA Ricordo che da Windows 7 in poi (in effetti da Vista, ma chi lo usa ancora?), la cartella del profilo di Firefox si trova in C:\Users\<nome utente>\AppData\Roaming\Mozilla\Firefox\Profiles\, mentre in Windows XP è in C:\Documents and Settings\<nome utente>\Application Data\Mozilla\Firefox\Profiles\. Su Linux invece la cartella del profilo si trova in ~/.mozilla/firefox/, dove come in macOS ~ rappresenta la Home dell’utente.


Quando Firefox va in crash

Usare un database per gestire i segnalibri è molto efficace, soprattutto quando il numero di segnalibri memorizzati è piuttosto grande.2 Inoltre, un database consente di implementare un meccanismo di sicurezza in base al quale tutte le operazioni da effettuare (inserimento di nuovi dati, cancellazioni, spostamenti e così via) vengono prima salvate in un file separato, che in Firefox si chiama places.sqlite-wal, per essere poi applicate al database principale places.sqlite solo al momento della chiusura del browser.3

Una volta conclusa l’operazione di aggiornamento di places.sqlite, il file places.sqlite-wal non serve più e viene cancellato. Quando eseguiamo di nuovo Firefox, il browser crea un nuovo file places.sqlite-wal in cui salvare le nuove modifiche ai segnalibri e il ciclo ricomincia.

Ma se Firefox in crash (ormai succede di rado ma succede), le modifiche contenute nel file wal non possono essere applicate al database places.sqlite. In genere non è un problema, al primo riavvio Firefox nota che places.sqlite-wal è ancora sul disco rigido e lo utilizza per aggiornare il database principale.

Purtroppo a volte qualcosa va storto, magari il crash avviene proprio mentre Firefox sta scrivendo nel file wal, magari Firefox si blocca e dobbiamo forzarne la chiusura, magari ci sono problemi durante la sincronizzazione dei segnalibri via cloud o via Dropbox, magari il file wal viene cancellato per sbaglio. In tutti i casi, l’effetto finale è che il database places.sqlite si corrompe e ci si ritrova con dei segnalibri scomparsi o con Firefox che fa i capricci. La funzione di ripristino del browser esiste anche per questo, basta usarla e tutto dovrebbe andare a posto, mantenendo inalterate tutte le impostazioni e i dati personali.

Ma un (brutto) giorno si lancia Firefox e si scopre di aver perso tutti i segnalibri…

Riparare il database

È proprio quello che è successo a me qualche settimana fa. Per fortuna Firefox fa periodicamente il backup dei segnalibri sul Mac, per cui possiamo sempre recuperare una versione precedente di places.sqlite perdendo al massimo le aggiunte degli ultimi giorni. E se per qualche motivo il backup di Firefox non funzionasse, c’è sempre la possibilità di recuperare le ultime versioni di places.sqlite da Time Machine, dall’account Dropbox o dal cloud di Firefox (per chi lo usa).

Ma che fine hanno fatto i segnalibri scomparsi? Andando a curiosare nella cartella del profilo (come già notato più sopra, lo si può fare dal Terminale con il comando cd ~/Library/Application Support/Firefox/Profiles/abcd1234.default/ seguito da ls -alh places*, oppure selezionando la voce di menu Aiuto → Risoluzione dei problemi e cliccando sul bottone Mostra nel Finder posto accanto alla voce Cartella del Profilo, come mostrato in Figura 1), oltre al solito places.sqlite si trova un altro file piuttosto grande, places.sqlite-corrupt. La dimensione di places.sqlite è decisamente piccola, troppo piccola per poter contenere tutto l’elenco dei segnalibri. È evidente che i veri segnalibri sono nel secondo file, quello che Firefox considera “corrotto”, mentre places.sqlite è solo un database quasi vuoto, generato automaticamente all’avvio da Firefox.

Quando è successo a me, la prima cosa che ho fatto è stata quella di ripristinare il browser creando un nuovo profilo, sostituendo poi il file places.sqlite generato automaticamente con la copia più recente che avevo su Dropbox. Firefox ha funzionato senza problemi per un giorno o due, poi ha deciso che places.sqlite era di nuovo corrotto e mi sono ritrovato di nuovo senza segnalibri. Chiaramente ci voleva una soluzione migliore.

La rete ha tutte le risposte, basta solo trovarle (cosa spesso non molto facile, dato il marasma di sciocchezze che si trova in rete). Ne ho lette tante, finché non sono arrivato all’articolo, places.sqlite Database Troubleshooting, contenuto nel sito ufficiale degli sviluppatori di Mozilla. L’articolo è molto chiaro, si vede che è scritto da gente competente, mi è bastato seguire pedissequamente le istruzioni per riparare il file places.sqlite e risolvere definitivamente il problema.

L’articolo però è scritto da sviluppatori per sviluppatori e presuppone che chi lo legge conosca perfettamente (o quasi) i comandi per gestire un database SQLite dal Terminale. In realtà proprio all’inizio viene citata una estensione piuttosto nota, Places Maintenance, che dovrebbe fare automaticamente quanto descritto nel testo. Ma il link non funziona più e quindi sembra che non ci siano alternative all’uso del Terminale.4

Ho deciso quindi di riportare le istruzioni presenti nell’articolo e di spiegare cosa fa ciascuna di esse, cercando così di rendere fruibile la procedura anche a chi non è molto esperto di Terminale o di database.

Le istruzioni commentate

Come già detto, per riparare places.sqlite bisogna usare necessariamente il Terminale. Chi non è pratico, prima di andare avanti farebbe bene a leggere le istruzioni di base per usare il Terminale sul Mac.

Prima di iniziare a lavorare è bene chiudere Firefox, in modo da evitare conflitti nel momento in cui ripristineremo la versione riparata del file places.sqlite.

Lanciamo il Terminale (come sanno bene i lettori più affezionati di questo blog, il Terminale si trova nella cartella Applicazioni → Utility), creiamo sul Desktop (o dove preferiamo) la cartella di lavoro fixplaces

$ mkdir ~/Desktop/fixplaces

e copiamo in questa cartella il file places.sqlite-corrupt dal nostro profilo Firefox, in modo da lavorare su una copia e non sul file originale

$ cp -p ~/Library/Application Support/Firefox/Profiles/abcd1234.default/places.sqlite-corrupt ~/Desktop/fixplaces

(naturalmente nel comando precedente bisogna sostituire a abcd1234.default il vero nome della cartella contenente il nostro profilo Firefox). Spostiamoci ora nella cartella di lavoro

$ cd ~/Desktop/fixplaces

e iniziamo il processo di riparazione del database. In macOS è installato di default il programma sqlite3, che permette di interagire dal Terminale con un database SQLite. Lanciamo sqlite3, facendo seguire al nome del programma quello del database su cui deve operare

$ sqlite3 places.sqlite-corrupt
sqlite>

Il prompt del Terminale diventa sqlite>, ad indicarci che siamo entrati in una sessione di lavoro SQLite.

La prima cosa da fare è controllare l’integrità del database contenente i segnalibri places.sqlite-corrupt, in modo da essere sicuri che ci siano veramente dei problemi

sqlite> PRAGMA integrity_check;

Attenzione, non dimenticate mai di aggiungere il ; alla fine di ciascuna istruzione SQLite!

Se il controllo dell’integrità del database non da errori possiamo uscire dalla sessione SQLite con

sqlite> .exit

(un comando SQLite puntato non ha bisogno del ; finale) e chiederci cosa possa essere successo (chissà, magari abbiamo trovato un baco e in quel caso faremmo bene ad avvisare gli sviluppatori di Mozilla).

Ma se Firefox considera corrotto il file places.sqlite-corrupt, è molto difficile che il controllo di integrità dia un esito positivo, per cui nella stragrande maggioranza dei casi dovremo andare avanti eseguendo

sqlite> .clone places.sqlite

che clona il database corrotto places.sqlite-corrupt nel nuovo file places.sqlite e mentre lo fa ripara automaticamente la struttura delle tabelle. Fatto questo eseguiamo un ultimo comando

sqlite> PRAGMA user_version;

che ci restituisce un numero intero NN (nel mio caso era 52) che dobbiamo segnarci da qualche parte perché ci servirà fra poco. Abbiamo finito di lavorare sul database places.sqlite-corrupt e quindi usciamo dalla sessione SQLite con il comando

sqlite> .exit
$

che ci fa tornare al solito prompt di bash. A questo punto dobbiamo eseguire di nuovo il programma sqlite3, lavorando questa volta sul database clonato places.sqlite

$ sqlite3 places.sqlite
sqlite>

Ripetiamo il controllo di integrità (la prudenza non è mai troppa),

sqlite> PRAGMA integrity_check;

che questa volta dovrebbe dare esito positivo.

Siamo a buon punto, ma ci sono ancora dei dettagli da sistemare. Prima di tutto dobbiamo inserire nel database clonato il valore della variabile user_version, cioè il numero intero NN che ci siamo segnati poco fa

sqlite> PRAGMA user_version = NN;

poi dobbiamo azzerare il file wal

sqlite> PRAGMA journal_mode = truncate;

aggiornare la dimensione delle pagine in cui è suddiviso il file del database

sqlite> PRAGMA page_size = 32768;

ripulire definitivamente la struttura del database

sqlite> VACUUM;

e infine ripristinare l’uso del file wal

sqlite> PRAGMA journal_mode = wal; 

Abbiamo finito, per cui possiamo eseguire

sqlite> .exit
$

e tornare di nuovo a bash. L’ultimissima cosa da fare è copiare il file riparato places.sqlite dalla cartella di lavoro al nostro profilo Firefox (prima di farlo non dimenticate di controllare che Firefox sia chiuso)

$ cp -p places.sqlite ~/Library/Application Support/Firefox/Profiles/abcd1234.default/

Finalmente possiamo eseguire di nuovo Firefox e, se non abbiamo fatto errori, ritroveremo di nuovo tutti i segnalibri. Quando siamo sicuri al 100% che tutto funzioni correttamente, possiamo cancellare il file places.sqlite-corrupt dal profilo di Firefox, tanto non ci serve più (e comunque c’è sempre Time Machine).

Conclusioni

Mettere le mani in un database non è una cosa semplice e mette sempre un po’ di ansia. Ma queste istruzioni sono davvero a prova di bomba (gli sviluppatori di Mozilla sanno il fatto loro), basta solo seguire le istruzioni con un po’ di attenzione e di pazienza e tutto dovrebbe andare bene. In caso contrario, segnalatemi i problemi nei commenti e farò il possibile per rispondere.


  1. Per confronto, Safari salva i segnalibri in Bookmarks.plist, un file XML che si trova in ~/Library/Safari/, mentre Chrome usa un file JSON, Bookmarks, situato in ~/Library/Application Support/Google/Chrome/Default/
  2. Le prime versioni di Firefox salvavano i segnalibri in un semplice file HTML, bookmarks.html. Il passaggio al database places.sqlite si è dimostrato una scelta azzeccata, ma all’inizio era stato accolto con parecchio scetticismo. 
  3. Il suffisso wal sta per write-ahead logging, un tipo particolare di file di journaling
  4. Una volta finito di scrivere l’articolo ho scoperto che Places Maintenance è stato integrato in Firefox e che per utilizzarlo basta andare quasi in fondo alla pagina about:support e premere il bottone Verifica integrità che si trova sotto l’intestazione Database Places (Figure 2 e 3). Avendo già risolto il problema tramite la procedura descritta nell’articolo, non ho però potuto verificarne l’efficacia.

    Figura 2. Verifica dell’integrità del database dei segnalibri tramite lo strumento integrato in Firefox.

    Figura 3. Risultato prodotto dallo strumento di verifica dell’integrità del database dei segnalibri. 
Annunci
Tagged with: , , , , , , ,
Pubblicato su software

I dieci (e più) modi diversi per avviare un Mac


Fonte: Plush Design Studio su Unsplash.

Rimanendo in tema “tasti da usare all’avvio“, ecco una lista ragionata dei tasti e delle combinazioni tasti che si possono usare per controllare l’avvio del Mac. A differenza di altre liste che si trovano in rete, prima fra tutte quella disponibile sul sito di supporto Apple, ho cercato di raggruppare le combinazioni di tasti in base alla funzioni svolte e all’ordine logico di utilizzo, descrivendo ciascuna combinazione in modo sintetico ma allo stesso tempo sufficiente ad utilizzarla senza bisogno di ulteriori informazioni.

Avvertenze

  • Per usare una di queste combinazioni di tasti è preferibile, a meno di non essere dei pianisti provetti, iniziare a premere la combinazione di tasti prescelta prima di avviare il Mac, continuando a farlo finché sullo schermo non compare una indicazione chiara (il logo Apple, il globo terrestre rotante, scritte che scorrono rapidamente sullo schermo) che il Mac stia rispondendo alla combinazione di tasti prescelta. In caso contrario, bisogna spegnere il Mac e ripetere tutto dall’inizio.

  • Altrettanto preferibile è utilizzare una tastiera USB collegata via cavo al Mac al posto della tastiera wireless, anche se originale Apple. Queste combinazioni di tasti, infatti, vengono lette dal sistema operativo in una fase molto iniziale del processo di avvio, quando il collegamento Bluetooth con la tastiera non è ancora attivo. Se non avete una tastiera USB con il cavo, compratevene una da pochi euro e tenetela da parte per queste evenienze oppure fatevene prestare una da un amico. Ci sono strategie alternative che permettono di evitare di usare la tastiera USB ma sono piuttosto complicate e non è detto che funzionino quando il Mac ha difficoltà ad avviarsi.

  • Se avete protetto l’accesso al firmware del Mac con una password, in molti dei casi elencati sarà necessario inserire la password prima di proseguire l’avvio.

Combinazioni di tasti per controllare la modalità operativa del Mac

  • ALT (⌥): permette di scegliere il disco (interno od esterno) dal quale caricare il sistema operativo. Molto utile quando si vogliono utilizzare più versioni di macOS sullo stesso Mac, ad esempio per provare le nuove versioni di macOS senza toccare il sistema operativo installato sul disco (o sulla partizione) principale.

  • CMD (⌘)-V: esegue l’avvio in modalità dettagliata (o verbosa, se ci atteniamo allo slang inglese). In questa modalità il sistema operativo stampa sullo schermo un lunghissimo elenco di messaggi che descrivono dettagliatamente tutto quello che accade nel corso dell’avvio. Nonostante la maggior parte dei messaggi siano incomprensibili (o quasi), diventano estremanente utili quando il processo di avvio si blocca per qualche motivo sconosciuto. In questo caso, è consigliabile fotografare lo schermo e cercare aiuto in rete o direttamente all’amico/conoscente di turno oppure, quando è possibile, al genio Apple più vicino.

  • SHIFT (⇧): esegue l’avvio in modalità sicura, utile quando il Mac non si avvia o presenta problemi nel corso dell’avvio del sistema operativo. In questa modalità, il sistema operativo esegue per prima cosa il controllo ed eventualmente la riparazione del file system presente sul disco di avvio e poi carica solo i componenti essenziali del sistema operativo (trascurando quindi tutte le estensioni non necessarie, i programmi di terze parti eseguiti automaticamente all’avvio o al login e i font installati dall’utente, nonché cancellando svariate cache del sistema), in modo da partire da una configurazione nota e ripetibile.

  • CMD (⌘)-S: esegue l’avvio in modalità utente singolo. In questa modalità il sistema operativo esegue l’avvio del Mac caricarndo solo l’interfaccia a riga di comando (quello che sul Mac è conosciuto come il Terminale) dalla quale possiamo impartire i comandi per verificare lo stato del sistema. Questa modalità è utile in particolare per eseguire a mano il controllo e la riparazione del file system presente sul disco di avvio tramite il comando /sbin/fsck -fy (che a sua volta richiama il comando specifico fsck_hfs), come riportato immediatamente prima del prompt del Terminale (Figura 1).
    La modalità utente singolo è una via di mezzo fra la modalità dettagliata e quella sicura descritte in precedenza e consente un controllo più preciso delle operazioni di analisi e di riparazione eseguite sul Mac. Il sito di supporto Apple riporta che questa combinazione di tasti richiede macOS High Sierra o versioni precedenti. Io l’ho eseguita anche su un Mac con macOS Mojave e funziona senza problemi.
    Attenzione Però a non interrompere l’esecuzione del comando /sbin/fsck -fy, farlo potrebbe danneggiare i file presenti sul disco rigido.
    Se alla fine dell’esecuzione di /sbin/fsck -fy compare il messaggio

** The volume Macintosh HD appears to be OK.  

(dove Macintosh HD rappresenta il nome del disco di avvio) si può eseguire il comando exit per proseguire l’avvio del Mac e passare in modalità grafica; una volta arrivati allo schermo di login (oppure entrati direttamente nel Finder per chi effetta il login automatico), è preferibile riavviare di nuovo il Mac prima di iniziare ad usarlo.
Quando invece alla fine dell’esecuzione di /sbin/fsck -fy compaiono questi messaggi

** The volume Macintosh HD was repaired successfully.    
*****The volume was modified *****    

o peggio ancora

** The volume Macintosh HD could not be repaired.    
*****The volume was modified *****    

è bene eseguire di nuovo /sbin/fsck -fy (anche più volte), sperando che prima o poi il disco rigido venga riparato correttamente e compaia il messaggio che ci informa che tutto è ok.
In caso contrario il disco rigido presenta errori tanto gravi da essere irrecuperabili e deve essere reinizializzato (perdendo tutto il contenuto) oppure sostituito al più presto.


Figura 1. Avvio in modalità utente singolo con il comando per eseguire il controllo del file system del disco di avvio.

Combinazioni di tasti per effettuare la diagnosi hardware del Mac

Combinazioni di tasti per correggere gli errori che impediscono l’avvio del Mac

  • ALT (⌥)-CMD (⌘)-PR: reimposta il contenuto della NVRAM o della PRAM del Mac. Le informazioni contenute in queste memorie dipendono dal modello di Mac e dai dispositivi collegati al Mac, e comprendono fra l’altro il fuso orario, il volume dell’audio, la risoluzione del monitor e la selezione del disco di avvio. Per reimpostare la NVRAM (Non-Volatile Random Access Memory) o la PRAM (Parameter Random Access Memory) bisogna premere la combinazione di tasti prima di avviare il Mac (e comunque prima di sentire il tono di avvio), attendere circa 10-20 secondi fino a sentire un secondo tono di avvio e poi rilasciare i tasti.
    Nei Mac più recenti nei quali è disattivato il tono di avvio, il momento in cui si possono rilasciare i tasti è segnalato dalla scomparsa per la seconda volta del logo Apple.

  • SHIFT (⇧)-CTRL (⌃)-ALT (⌥): premendo questi tasti insieme al tasto di avvio per almeno 10 secondi, viene reimpostato il controller di gestione del sistema (SMC) del Mac, che gestisce fra l’altro la risposta del sistema alla pressione del tasto di accensione e alla apertura e chiusura del coperchio dello schermo dei portatili, la batteria, il sensore di luce ambientale, la retroilluminazione della tastiera e così via.
    In realtà la combinazione di tasti riportata qui sopra è valida solo per i portatili Apple con batteria non rimovibile.
    Per reimpostare la SMC nei portatili più vecchi con batteria rimovibile o nei modelli desktop, bisogna:

    • Mac portatili: rimuovere la batteria, premere il tasto di alimentazione per almeno 5 secondi, reinstallare la batteria, attendere altri 5 secondi e riavviare il Mac;
    • Mac desktop: rimuovere il cavo di alimentazione, attendere almeno 15 secondi, ricollegare il cavo di alimentazione, attendere altri 5 secondi e riavviare il Mac.

Combinazioni di tasti per reinstallare macOS tramite macOS Recovery

Questi comandi sono stati già descritti in dettaglio in un articolo recente, Come utilizzare macOS Recovery per reinstallare il sistema operativo del Mac, ma vengono riportati di nuovo qui per completezza.

  • CMD (⌘)-R: reinstalla l’ultima versione di macOS installata sul Mac;

  • ALT (⌥)-CMD (⌘)-R: reinstalla l’ultima versione di macOS compatibile con il Mac;

  • SHIFT (⇧)-ALT (⌥)-CMD (⌘)-R: reinstalla la versione di macOS fornita originariamente con il Mac, oppure la versione di macOS più vicina a quella originale disponibile sull’App Store.

Combinazioni di tasti varie

  • T: esegue l’avvio in modalità disco di destinazione (o Target Disk Mode). In questa modalità il Mac (definito in questo caso come target) si comporta come se fosse un semplice disco rigido esterno e può essere collegato ad un altro Mac (detto host) tramite le porte Firewire, Thunderbolt o USB-C (ma non tramite la porta USB) per estrarne i dati. Se il disco rigido del Mac è crittografata con FileVault, all’avvio del Mac in modalità disco di destinazione bisognerà inserire la password di decrittazione.
    Dato che il Mac in modalità disco di destinazione si comporta a tutti gli effetti come un disco rigido esterno, è perfino possibile eseguire sul computer host il sistema operativo installato sul target: basterà avviare il Mac host premendo il tasto ALT (⌥) (vedi sopra) e selezionare come disco di avvio il disco rigido del target. L’unica limitazione è che il Mac che fa da host deve essere in grado di eseguire nativamente la versione del sistema operativo installato sul target (in pratica, non è possibile usare un Mac non compatibile con le versioni più recenti di macOS per far girare High Sierra o Mojave installati su un Mac moderno messo in modalità disco di destinazione).
    La modalità disco di destinazione è una di quelle cose semplici ma geniali che possono servire una sola volta nella vita, ma che quando servono sono inestimabili. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che la cosa più importante di un computer sono i dati e i documenti conservati sul disco rigido; se il Mac non funziona bene o se il sistema operativo rifiuta di avviarsi, uno strumento che permette di recuperare facilmente i file contenuti sul disco rigido senza smontare il computer è una di quelle cose che fanno la vera differenza fra macOS e gli altri sistemi operativi.

  • CMD (⌘)-F2: seleziona la modalità monitor di destinazione (o Target Display Mode). A differenza delle altre combinazioni di tasti presenti in questa lista, questa combinazione può essere premuta in qualunque momento e non solo all’avvio del Mac; la inserisco lo stesso qui per la sua analogia con la modalità disco di destinazione appena discussa. La modalità disco di destinazione permette di usare lo schermo di un iMac come monitor esterno di un altro Mac, e potrebbe essere molto utile per chi usa un Mac portatile e vuole lavorare alla scrivania con uno schermo più grande. Dico “potrebbe” perché è supportata da un numero molto ridotto di iMac (più o meno quelli prodotti dal 2009 al 2014), per cui ormai è più una curiosità che una funzione realmente utilizzabile.

  • Tasto di espulsione (⏏), oppure F12, oppure pulsante destro del mouse, oppure pulsante del trackpad: permette di forzare l’esplusione di un CD/DVD rimasto incastrato nel lettore. L’ho usata molto spesso in passato (anche perché i Mac con il lettore di CD/DVD non avevano quasi mai il forellino che permetteva di espellere il disco ottico premendo con una graffetta), ma anche questa ormai è più che altro una funzione di interesse storico.

  • C: avvia il Mac dal CD/DVD. Molto usata quando il programma di installazione di macOS (o meglio Mac OS X) veniva distribuito su CD o DVD. È un’altra funzione che ha ormai solo un interesse storico.

  • N oppure ALT (⌥)-N: permette di eseguire l’avvio del Mac da un server NetBoot scegliendo l’immagine di avvio (tasto N) o utilizzando l’immagine di default (tasto ALTN).1 L’avvio da un server NetBoot serve solo a chi utilizza macOS Server e purtroppo non è supportato nei Mac più recenti. I più curiosi possono leggere qui una descrizione piuttosto dettagliata di quello che succede quando si avvia il Mac dalla rete. Chi vuole sapere di più di NetBoot e strumenti accessori può leggere questa lunga ma interessantissima serie di articoli su MacWorld USA.


  1. È più o meno il meccanismo usato da Apple per permettere la reinstallazione di macOS tramite macOS Recovery

Tagged with: , , , , , , , , , , , ,
Pubblicato su software

Apple Hardware Test e Apple Diagnostics

Oltre a macOS Recovery, gli utenti del Mac hanno a disposizione uno strumento di diagnostica piuttosto completo, l’Apple Hardware Test o l’Apple Diagnostics a seconda del modello di Mac, con il quale è possibile analizzare lo stato dell’hardware del computer ed individuare ciò che (eventualmente) non funziona. Perché i Mac sono computer estremamente affidabili, ma c’è sempre qualcosa che può andare storto ed è meglio essere preparati.

Una avvertenza preliminare: prima di usare l’Apple Hardware Test o l’Apple Diagnostics è bene scollegare dal Mac tutte le periferiche esterne, dischi rigidi, hub USB, monitor secondari, lasciando collegato solo ciò che è indispensabile per usare il Mac, in pratica il mouse, la tastiera e il monitor (per chi usa il Mac Mini o Pro).

Apple Hardware Test

Nei Mac prodotti prima di giugno 2013 questo strumento di diagnostica si chiamava Apple Hardware Test (AHT) e veniva distribuito su CD o DVD come parte della dotazione software standard di ogni nuovo Mac.1 Chi non c’è l’ha più può visitare questa pagina su GitHub e scaricare la versione di AHT compatibile con il suo modello di Mac.

A partire da macOS 10.8.4 (Mountain Lion), cioè più o meno da quando macOS non viene più distribuito su un supporto fisico, l’Apple Hardware Test è stato integrato nel sistema di ripristino del Mac e può essere richiamato premendo il tasto D all’avvio e tenendolo premuto finché non compare la schermata iniziale del programma, con la scelta della lingua (Figura 1).2


Figura 1. Apple Hardware Test: scelta della lingua.

L’uso del programma è semplicissimo: una volta scelta la lingua e cliccato sul tasto con la freccia, compare la finestra principale del programma, con il grosso pulsante Test (Figura 2). Premendolo viene effettuata in pochi minuti l’analisi dei componenti hardware del Mac (Figura 3), che può essere resa più approfondita (ma anche molto più lenta) selezionando l’opzione relativa prima di eseguire il test.


Figura 2. Apple Hardware Test: schermata principale del programma.


Figura 3. Apple Hardware Test in esecuzione.

Cliccando sulle altre due linguette poste immediatamente sotto il nome del programma è possibile leggere una breve descrizione del programma oppure visualizzare il profilo hardware completo del Mac, una cosa utile in particolare quando non si riesce a caricare macOS e ad eseguire la funzione Informazioni su questo Mac dal menu Apple ().

Apple Diagnostics

Nei Mac prodotti da giugno 2013 in poi, l’Apple Hardware Test è stato sostituito da Diagnosi Apple (Apple Diagnostics o AD), uno strumento più semplice da usare, ma anche meno interessante per chi ama mettere le mani nel proprio Mac. Anche Diagnosi Apple viene eseguito premendo il tasto D all’avvio e tenendolo premuto finché non compare la schermata iniziale del programma, con la scelta della lingua (Figura 4).2


Figura 4. Diagnosi Apple: scelta della lingua.

Una volta scelta la lingua del programma, Diagnosi Apple parte automaticamente ed esegue in pochi minuti l’analisi standard dei componenti hardware del Mac (Figura 5). A differenza di Apple Hardware Test, manca purtroppo la possibilità di eseguire una analisi più approfondita del sistema.


Figura 5. Diagnosi Apple in esecuzione.

Alla fine dell’analisi Diagnosi Apple mostra una schermata riepilogativa nella quale ci informa di non aver trovato problemi (Figura 6) oppure riferisce di aver trovato un problema in qualche componente hardware e fornisce un codice di riferimento, utile per determinare i passaggi da eseguire per risolvere il problema.


Figura 6. Diagnosi Apple: schermata finale.

C’è sempre internet

E se non riusciamo ad eseguire l’AHT/AD dal disco rigido, ad esempio perché è proprio il disco che ci da problemi o perché l’abbiamo appena cambiato? Niente paura, possiamo sempre usare la combinazione di tasti ALT (⌥) e D per scaricare ed eseguire l’AHT/AD direttamente da internet.

Non toccate quel programma!

L’AHT/AD non è l’unico strumento disponibile per analizzare lo stato dell’hardware del Mac. I tecnici del servizio di assistenza Apple hanno a disposizione l’Apple Service Diagnostic (ASD), uno strumento specifico per ogni modello di Mac prodotto, con il quale è possibile analizzare in estremo dettaglio lo stato dei componenti hardware del Mac ed individuare con precisione ciò che non funziona. Detto in altri termini, l’AHT/AD ci dice che abbiamo un problema, mentre l’ASD ci dice esattamente qual’è il problema.

Nei modelli prodotti a partire dal 2015, l’ASD è stato sostituito da uno strumento completamente differente, che viene eseguito direttamente da internet ed è utilizzabile solo da chi possiede le credenziali corrette di accesso.

Anche se l’ASD è riservato al solo personale di assistenza Apple, la rete rigurgita di link più o meno affidabili a varie versioni di ASD. Una lista completa(?) delle versioni di ASD esistenti è disponibile in questo post su un forum. La lista si ferma al 2014 perché, come già detto, tutti i Mac prodotti successivamente utilizzano uno strumento analogo ma accessibile solo da internet.

Alcune versioni di ASD che si trovano in rete sono piuttosto interessanti, come questa disponibile su archive.org, con la quale si può analizzare l’hardware di macchine ormai quasi storiche, come gli iBook e PowerBook G4 e gli iMac e PowerMac G5.

Sconsiglio vivamente di provare a scaricare l’ASD compatibile con il proprio Mac pre-2015 da altri siti più o meno legali: non solo perché l’ASD è un prodotto Apple riservato alla sola rete di assistenza, ma anche perché, nonostante la mia passione per l’hardware, trovo poco sensato per il normale utente del Mac stabilire il componente esatto che non funziona quando poi non ha gli strumenti per intervenire e riparare il guasto. Ultimo motivo (ma non per questo meno importante): l’ASD agisce ad un livello molto basso, chi ci può garantire che la copia scaricata da chissà dove non sia stata contaminata da qualche malware in grado di prendere il controllo del nostro Mac e spiare tutto quello che facciamo (o peggio)? Non è difficile farlo, meglio non rischiare.

Per approfondire


  1. Inizialmente l’Apple Hardware Test veniva distribuito su un CD separato, poi è stato integrato nel DVD di installazione di Mac OS X e veniva eseguito premendo all’avvio, a seconda del modello di Mac, i tasti ALT (⌥) o D. 
  2. Mi dispiace per la pessima qualità delle immagini, ho provato vari metodi per fotografare lo schermo molto riflettente dei miei Mac e questo è il meglio che sono riuscito ad ottenere. 
Tagged with: , , , , ,
Pubblicato su hardware

Come utilizzare macOS Recovery per reinstallare il sistema operativo del Mac

Di macOS Recovery ho già parlato alcuni mesi fa all’interno dell’articolo dedicato a come scaricare dall’App Store le versioni meno recenti di macOS (a partire da Yosemite e andando indietro nel tempo fino a Lion).1

Negli ultimi giorni ho utilizzato continuamente macOS Recovery per cercare di rimettere in funzione un mio vecchio MacBook Pro del 2011 che ne ha passate tante e mi sono reso conto che è uno strumento davvero fondamentale quando si ha a che fare con un Mac che fa i capricci. Ho pensato quindi di dedicargli un articolo apposito, basato sul testo originale ma con qualche aggiornamento ed integrazione.

Cos’è macOS Recovery?

A partire da Lion, cioè da quando macOS non viene più distribuito su un supporto fisico, tutti i computer Macintosh dispongono di uno strumento, macOS Recovery, che integra le funzioni basilari per la manutenzione del Mac e che può essere utilizzato anche in assenza di un sistema operativo funzionante.

In particolare, macOS Recovery permette di ripristinare l’intero contenuto del disco rigido da un backup su Time Machine, di reinstallare macOS scaricandolo da internet, di riparare o inizializzare un disco rigido e di eseguire dei comandi dal Terminale. Oltre a queste funzioni principali, macOS Recovery permette di verificare lo stato della rete, di impostare la password del firmware o di cercare informazioni sul sito di supporto Apple (anche se bisogna ammettere che, con la diffusione massiccia dell’accesso permanente ad internet tramite smartphone o tablet, quest’ultima funzione è diventata quasi obsoleta).

Lo strumento macOS Recovery è molto utile quando macOS non vuole saperne di avviarsi (è raro, ma succede), quando si sostituisce il disco rigido di avvio oppure quando si vuole cancellare il contenuto del disco rigido prima di vendere o di cedere il Mac.

Per eseguire la maggior parte delle funzioni di macOS Recovery è sufficiente premere contemporaneamente i tasti CMD (⌘) ed R prima di accendere il Mac, continuando a tenere premuti i due tasti fino alla comparsa del logo Apple oppure dell’immagine del globo terrestre rotante (Figura 1). Se sul disco rigido è già presente una partizione dedicata a macOS Recovery (normalmente invisibile al Finder e ai comuni strumenti di gestione dei file), l’utility verrà caricata da questa partizione, altrimenti il Mac provvederà a scaricare macOS Recovery da Internet e ad installarla sul disco di avvio del Mac.

Ripristinare macOS

Utilizzare macOS Recovery per ripristinare il Mac da un backup su Time Machine o per riparare o inizializzare un disco rigido è fuori dallo scopo di questo articolo, ma basta cliccare sui due link precedenti per trovare tutte le informazioni necessarie ad usare al meglio le due funzioni.

La reinstallazione di macOS tramite macOS Recovery invece è molto più interessante. Premendo alcune combinazioni di tasti all’avvio del Mac possiamo:

  • con CMD (⌘) ed R: reinstallare l’ultima versione di macOS installata sul Mac;
  • con ALT (⌥), CMD (⌘) ed R: reinstallare l’ultima versione di macOS compatibile con il Mac;
  • con SHIFT (⇧), ALT (⌥), CMD (⌘) ed R: reinstallare la versione di macOS fornita originariamente con il Mac, oppure la versione disponibile sull’App Store più vicina a quella originale.

La combinazione di tasti prescelta deve essere tenuta premuta finché non compare il logo Apple o l’immagine del globo terrestre rotante (oppure finché non viene richiesta la password del firmware), come si può vedere in Figura 1. A seconda della combinazione di tasti utilizzata, macOS Recovery scaricherà dai server Apple il programma di installazione appropriato.


Figura 1. Comparsa del globo terrestre ed avvio dello scaricamento da internet di macOS Recovery.

Il tempo di avvio di macOS Recovery dipende dalla connessione di rete che stiamo utilizzando, ma nella maggior parte dei casi sono sufficienti alcuni minuti (Figura 2). Se utilizziamo un collegamento Wi-Fi, macOS Recovery ci chiederà di selezionare la rete a cui collegarsi e di inserire la password relativa.


Figura 2. Il programma di macOS Recovery mentre viene scaricato da internet.

Una volta concluso l’avvio da macOS Recovery compare la finestra principale del programma, dalla quale potremo reinstallare la versione di macOS selezionata all’avvio.

Ad esempio, premendo i tasti SHIFT-ALT-CMD-R, il mio MacBook Pro permette di reinstallare macOS Lion, la versione di macOS distribuita sull’App Store più vicina a Snow Leopard, che era la versione di macOS installata originariamente sulla macchina (Figura 3). Se invece si preme ALT-CMD-R, è possibile reinstallare High Sierra, l’ultima versione compatibile con il MacBook Pro (Figura 4). Lo stesso risultato si ottiene premendo soltanto CMD-R, perché High Sierra è anche l’ultima versione di macOS che è stata installata su questo Mac.


Figura 3. Reinstallazione di Lion, la versione originale di macOS fornita con il mio MacBook Pro.


Figura 4. Reinstallazione di High Sierra, l’ultima versione di macOS compatibile con questo Mac.

Conclusioni

Poter ripristinare il sistema operativo del Mac direttamente da internet, senza bisogno di alcun tipo di supporto fisico, può sembrare una funzione inutile o quasi esoterica ma, dopo averla provata una sola volta, diventa una di quelle cose di cui non si potrà più fare a meno. Provare per credere.


  1. Ricordo ai neofiti di casa Apple che il sistema operativo del Mac è stato denominato macOS solo a partire dalla versione 10.12 (Sierra). In precedenza, dalla versione iniziale 10.0 (Cheetah) fino alla 10.7 (Lion), si chiamava Mac OS X, diventando semplicemente OS X nelle versioni dalla 10.8 (Mountain Lion) alla 10.11 (El Capitan). 
Tagged with: , , , ,
Pubblicato su software

Il libro per l’estate

C’era una volta il Disco per l’Estate. Nel 1968 lo vince Riccardo del Turco con Luglio e Franco IV e Franco I vendono palate di dischi cantando Ho scritto t’amo sulla sabbia. All’estero il 1968 è l’anno di Street Fighting Man dei Rolling Stones, ispirato alle manifestazioni studentesche e contro la guerra del Vietnam, e di Revolution dei Beatles, ma da noi l’estate significa solo mare, sabbia, vacanze e disimpegno.

Non che ci sia niente di male, un po’ di riposo ci vuole e fa bene, ma almeno un libro in estate lo vogliamo leggere?


Il mio libro per l’estate, quello che leggerò durante le ormai prossime vacanze, è senza dubbio Fire in the Valley: The Making of The Personal Computer (Second Edition), di Paul Freiberger e Michael Swaine, uscito nel 2000.

Me l’ha consigliato Stefano, un nuovo collega appassionato come e più di me di tutto ciò che è retrocomputing, e non me lo sono fatto sfuggire anche se avevo già letto la prima edizione tradotta in italiano, Com’era Verde Silicon Valley, uscita nel 1988 e che ormai non si trova più da nessuna parte.1

La prima edizione di Fire in the Valley è un libro fondamentale per capire come è nato e come si è sviluppato il personal computer, per avere una idea dell’atmosfera effervescente che, a cavallo fra gli anni ’70 e gli anni ’80, ha creato una nuova industria e ha rivoluzionato il nostro modo di vivere e di lavorare come poche altre volte nella storia dell’uomo.

Questa seconda edizione aggiunge ad una storia già estremamente interessante altri tre capitoli, quasi cento pagine, che raccontano gli anni bui di Apple fino al ritorno di Steve Jobs, la nascita di internet e la sua diffusione di massa con la cosiddetta “guerra dei browser”. Sono cose di cui si sa già tutto, ma leggerle raccontate organicamente in un libro è ben diverso che trovarle in tanti articoli slegati l’uno dall’altro.

Se non sapete cosa leggere in vacanza, questo può essere il libro che fa per voi.


A proposito, per motivi troppo lunghi da raccontare qui, Stefano si ritrova una copia in più del libro, la copertina mostra qualche (minimo!) segno degli anni, ma l’interno è perfetto, probabilmente il libro non è nemmeno mai stato aperto. Chi fosse interessato può contattarmi direttamente o tramite il blog. L’avessi saputo prima di prenderlo su eBay (con i rischi connessi) non me lo sarei fatto sfuggire di certo.


  1. Per la cronaca, è l’edizione da cui è tratto I pirati di Silicon Valley, un film che dovrei decidermi di vedere una buona volta. 
Tagged with: , , , , , ,
Pubblicato su hardware
Informativa
Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o su qualunque altro elemento o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.
Follow MelaBit on WordPress.com
Categorie
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: