Apple Silicon: un nuovo inizio

Qualche veloce considerazione sull’ultima parte del Keynote di ieri, con l’annuncio del passaggio dei Mac ai processori Apple Silicon basati su ARM.
Sono solo delle note sparse, buttate giù durante la presentazione per focalizzare meglio quello che veniva annunciato. Nei prossimi mesi non mancheranno le occasioni per approfondire il significato di questa ennesima transizione compiuta da Apple.

  • Confermato, proprio alla fine del Keynote, il passaggio dei computer Macintosh ai nuovi processori basati su architettura ARM, la stessa utilizzata negli iPhone e negli iPad. Con il solito genio del marketing i nuovi processori vengono denominati Apple Silicon, un nome decisamente più accattivante della sigla A12Z usata dai tecnici.

  • Tim Cook afferma subito che Apple ha lavorato insieme agli amici della Microsoft per portare da subito la suite Office sulla nuova piattaforma. I tempi sono decisamente cambiati e la Microsoft, almeno a parole, non è più il nemico giurato di Apple.

  • C’è un po’ troppa enfasi nel mettere in evidenza la fluidità dei nuovi processori targati Apple nel gestire le applicazioni che gli vengono date in pasto. Mi fa venire più di un dubbio. Perché una cosa è vedere che un Mac Pro con processore Apple Silicon è in grado di gestire velocemente un documento Word di una pagina, un’altra è verificare cosa succede quando il gioco si fa duro e bisogna lavorare su file di grosse dimensioni. Capisco che nel corso di un Keynote sia più importante l’aspetto scenografico di quello tecnico, ma ci vorranno parecchie prove più approfondite per valutare la velocità dei nuovi processori in scenari realistici.

  • Come era prevedibile quelli di Apple hanno ritirato fuori dal cilindro le due vecchie tecnologie usate nel corso dell’ultima transizione dai processori PowerPC ad Intel, e cioè Universal e Rosetta. Con la prima si può fare in modo che un programma contenga sia il codice binario dei processori Intel che di quelli Apple Silicon, e possa quindi girare indifferentemente sia sui Mac di oggi che sui nuovi modelli con processore Apple. Per uno sviluppatore è molto facile realizzare questa specie di magia, basta solo ricompilare il programma con le opzioni giuste. Non dovrebbero esserci problemi. Rosetta invece è un sistema di virtualizzazione che traduce il codice binario per i processori Intel in quello tipico dei processori Apple. La prima versione di Rosetta, quella usata per gestire il passaggio da PowerPC ad Intel, funzionava ma era piuttosto lenta, vedremo cosa succederà con questa nuova versione. Di certo non è una cosa facile, non a caso questa volta la traduzione sarà eseguita (se possibile) al momento dell’installazione del programma e non al volo, ogni volta che lo si lancia. Vedremo.

  • In parallelo a Rosetta (o inglobato in questa?) ci sarà un sistema di virtualizzazione in grado di far girare sui nuovi Mac con processore Apple anche Linux e chissà, forse anche Windows e le versioni precedenti di macOS. L’impressione è che Apple abbia fatto un accordo con Parallels per lo sviluppo di questo sistema di virtualizzazione. Sembra una copia del sistema analogo presente in Windows 10. Non c’è niente di male a riprendere le idee buone della concorrenza, bisogna vedere come vengono implementate.

  • Una cosa molto interessante dei nuovi processori è la possibilità di far girare nativamente le applicazioni per iPhone e iPad. Mi chiedo solo che fine abbia fatto la tecnologia Marzipan (o Catalyst), e quanto abbia contribuito a porre le basi di questa nuova funzionalità.

  • È disponibile da subito per gli sviluppatori il Developer Transition Kit (DTK), un Mac Mini con processore A12Z. Sarebbe bello riuscire ad averne uno, costa solo 500 dollari, ma purtroppo va restituito ad Apple alla fine del periodo di transizione. Niente da fare, io non ci riuscirei mai.

  • Apple prevede di concludere la transizione ai nuovi processori in soli due anni, ma intanto continuerà a produrre nuovi Mac basati su Intel. Mi chiedo quanto possa essere saggio acquistare questi modelli destinati a diventare obsoleti in breve tempo. L’ultima transizione da PowerPC ad Intel danneggiò parecchio chi aveva (incautamente) acquistato gli ultimi Mac con PowerPC.

  • Infine, ma non meno importante, questo segna la fine degli Hackintosh, i comuni PC su cui si può far girare macOS. Di certo Apple non ha deciso di passare ai suoi processori per contrastare questo fenomeno, che è e rimane una piccolissima nicchia di mercato. Però è un peccato che venga a cadere una alternativa così interessante per tanti smanettoni del computer.

P.S. Dimenticavo, il nuovo macOS si chiama Big Sur, la località preferita dagli esponenti della controcultura degli anni ’60. Forse Apple vuole sottintendere che abbandonare i processori Intel equivale a rompere con gli schemi culturali dominanti?

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Fare i compiti con l’iPad e l’Apple Pencil

Il canale Slack Goedel di Lucio “Lux” Bragagnolo è una miniera di discussioni stimolanti (se non siete iscritti fatelo, non ve ne pentirete). Qualche giorno fa Eugenio chiede:

“[…] per mio figlio ho preso un iPad 7 generazione, la differenza con il 4 si sente tutta […].
Ora avrei bisogno del vostro aiuto per un software di annotazioni. Siccome la scuola sarà pure diventata “digitale” ma i professori ancora ragionano “analogico”, c’è una professoressa che invia dei PDF (anche piuttosto corposi) che i ragazzi devono stampare, eseguire degli esercizi, fotografare e rinviare alla docente. Siccome volevo evitare l’acquisto di una stampante solo per questo motivo c’è qualcuno che usa Apple Pencil con Notability o Good Notes (mi sembrano i migliori leggendo le recensioni) disponibile a farmi alcune prove su un PDF? […]
Aggiungo una richiesta al volo, da Notability si riescono ad esportare singole pagine in PDF?  Con Anteprima su Mac è un gioco da ragazzi, su iPad non ho ancora trovato una soluzione.”

Ci offriamo subito di dargli una mano e basta pochissimo per accorgersi che i risultati vanno molto al di là delle aspettative: un iPad moderno, non solo il Pro ma anche un normalissimo iPad modello base da 400 euro, è in grado di gestire agevolmente i grossi file PDF inviati dalla professoressa, aprendoli con Notability, GoodNotes ma anche con File (l’applicazione per la gestione dei file integrata da Apple nelle ultime versioni di iOS), e scrivendoci sopra con l’Apple Pencil, quello che secondo me è di gran lunga il miglior accessorio per l’iPad.

Stefano usa un setup di alto livello, iPad Pro 12.9″ e Apple Pencil di seconda generazione, e riporta che:

“Premessa: possiedo un iPad Pro 2018 da 12,9”. Ho scaricato il file e aperto il documento prima in Documents poi in Notability.
In Documents l’apertura del file è immediata ma l’esperienza di editing con la Apple Pencil (seconda generazione) non è il massimo. Ma l’esportazione in PDF una volta eseguita la modifica del file è molto veloce.
In Notability a mio avviso ottieni il massimo dell’esperienza utente nel fare editing di in un PDF con Apple Pencil: tutto molto fluido. L’esportazione successiva in formato PDF del lavoro svolto richiede circa 20 secondi (file size 27.3 MB). […]
Non ho avuto alcun problema con Documents ma il tratto di tocco e fluidità che offre Notability è migliore.
L’esportazione del PDF in Notability ha impiegato un lasso di tempo non degno del Pro (ben un minuto!) ma alla fine ha completato il task. Si, credo che la dimensione del file sia la causa di tutto.”

Ma anche un iPad ultimo modello da 10.2″ accoppiato ad una Apple Pencil di prima generazione, come quello che uso io, funziona alla grande, non arriverà di sicuro alle prestazioni di un iPad Pro, ma per quello che costa non c’è proprio da lamentarsi.

“Ho provato ad aprire e ad editare il tuo documento sia con Documents che con Notability e Notes+ usando un iPad (non Pro) ultimo modello da 10.2″. […]
Notability fra quelli che ho provato è il top: apre il documento in un attimo, lo scorrimento o lo zoom sono fluidi, si può scrivere con molta facilità negli spazi disponibili. Anche l’esportazione è ottima, ci sono un sacco di opzioni e si può scegliere di esportare solo alcune pagine selezionandole in modo visuale. Non sono invece riuscito a esportare tutto il file dopo averlo editato, Notability mi dice che è troppo grosso, la soluzione ovvia sarebbe quella di rimetterlo su iCloud e continuare da lì.
È chiaro che sarebbe meglio rimpicciolire il pdf prima di importarlo. Se la prof non sa come si fa e non si può insegnarglielo, magari puoi farlo tu stesso con il Mac prima di passarlo all’iPad, io uso PDF Toolkit+, soldi spesi benissimo.
Ho provato anche Notes+ Plus, ci sono alcuni aspetti utili come l’area di zoom molto comoda, ma in realtà con una Apple Pencil non è necessario, si può benissimo scrivere sullo schermo senza paura di segni spuri. Purtroppo Notes+ ha un lag fastidioso quando si scrive e anche l’esportazione delle singole pagine è meno comoda che con Notability, perché bisogna inserire a mano i numeri di pagina desiderati, che naturalmente non si ricordano mai la prima volta.”


Basterebbe solo questo per chiudere la questione. Ma l’argomento è stimolante, le scuole sono ancora chiuse causa emergenza COVID-19 e l’insegnamento online sta cambiando, anche se lentamente, le modalità assestate di fare lezione e di studiare. In più, da un anno mi occupo per motivi professionali di file PDF, per cui decido di dedicare qualche ora ad approfondire il problema. Ed ecco un riassunto di quello che ho trovato.

Notability. Fra tutti i programmi di annotazione che ho provato, Notability è di gran lunga il migliore, in particolare se viene accoppiato ad una Apple Pencil. Importare un documento PDF in una nuova nota è un attimo, lo scorrimento del file è fluido e anche tutte le altre funzioni si attivano senza il minimo intoppo. Posso ingrandire leggermente la pagina e svolgere gli esercizi, proprio come se stessi usando un foglio di carta.


Figura 1. Scrittura su una pagina di un documento PDF con Notability e l’Apple Pencil.

Con uno schermo più grande come quello da quasi tredici pollici dell’iPad Pro avrei a disposizione un vero foglio A4, ma in fondo dover zoomare (poco) per poter svolgere comodamente gli esercizi è solo un piccolo fastidio, soprattutto se si pensa al costo, poco meno di 600 euro, della configurazione che sto usando.

Un altro grosso punto a favore di Notability riguarda le funzioni di importazione ed esportazione. Posso importare il file PDF da tutti i principali servizi di archiviazione cloud, da File (e quindi da iCloud) a Dropbox, da Google Drive a OneDrive e perfino da Box o da un server Webdav. Posso decidere di importare l’intero documento o solo alcune pagine, selezionando con il tocco le miniature di ciascuna pagina. Posso esportare il documento in formato PDF o come immagini (oltre che nel formato nativo di Notability) e, come per l’importazione, posso inviarlo a tutti i servizi di archiviazione cloud già menzionati e selezionare con facilità le pagine da esportare.

L’unica vera limitazione di Notability riguarda l’impossibilità di inviare l’intero documento via Gmail, ma questo dipende dal fatto che il file di partenza è troppo grosso per essere gestito direttamente da Gmail (che ha un limite di 25 MB per gli allegati). Poco male, visto che si può usare il cloud e condividere via mail solo il link. Oppure si può rimpicciolire preventivamente il file PDF, ma di questo parleremo un’altra volta.

(a)

Notability: esportazione tramite email

(b)

Notability: opzioni esportazione tramite email

(c)

Notability: selezione pagine da esportare

Figura 2. Esportazione da Notability: (a) selezione del servizio di esportazione, (b) opzioni di esportazione tramite email, (c) scelta delle pagine da esportare.

Notes Plus. Di Notes Plus ho già parlato due anni fa e continua ad essere la mia applicazione preferita per prendere note a mano sul mio venerando iPad 3, soprattutto perché permette di scrivere agevolmente su un’area ingrandita del foglio virtuale dell’iPad anche usando una penna da pochi soldi (e perfino il dito). Si può fare anche con Notability, ma in questo caso l’implementazione è decisamente meno efficace di quella di Notes Plus.

Purtroppo Notes Plus risente il peso degli anni e le sue funzioni non sono state aggiornate a sufficienza per far fronte alla concorrenza di Notability. Lo si vede quando si prova ad importare il file PDF di Eugenio: Notes Plus supporta solo Dropbox e Google Drive, oltre che naturalmente File e quindi iCloud. Non è male, ma rispetto a Notability sembra un po’ pochino. Lo stesso vale per l’esportazione: posso esportare tutto il file o solo alcune pagine, ma devo scrivere a mano i numeri di pagina che desidero, molto comodo per chi ha esperienza e deve fare selezioni complesse, molto meno per l’utente medio. Anche i servizi cloud di esportazione sono un po’ troppo limitati rispetto a Notability.

Ma quello che è davvero seccante è il leggerissimo lag che si avverte quando si prova a scrivere sull’iPad con l’Apple Pencil. È appena percettibile, è vero, ma dà fastidio lo stesso, ed è inaccettabile per un programma così vecchio e blasonato, e che costa pure un pelo più di Notability. Quest’ultimo, da parte sua, non sa nemmeno cosa significhi il termine lag.


Figura 3. Scrittura su una pagina di un documento PDF con Notes Plus e l’Apple Pencil.

GoodNotes. Due parole anche su GoodNotes 4.1 Ammetto di non averlo provato più di tanto, ma l’impressione è che si comporti altrettanto bene di Notability. L’unica nota negativa di GoodNotes è che permette di esportare tutto il file oppure solo la pagina corrente.
Ma a parte questo dettaglio, usare una o l’altra app è più che altro una questione di gusti personali o di dettagli accessori, come la gradevolezza dell’interfaccia grafica o la possibilità, che solo Notability offre, di sincronizzare i documenti con il Mac.

File. Chi non vuole spendere nemmeno un centesimo o non ha bisogno di usare le funzioni più sofisticate di Notability o GoodNotes, può tranquillamente usare l’app File integrata in iOS. È una applicazione minimale, ma per scrivere sul file PDF e poi inviare il documento alla professoressa va più che bene. Secondo Stefano, Files è meno fluido di Notability, io francamente non me ne sono accorto, ma potrebbe trattarsi di sensibilità diverse. Oppure l’iPad Pro è così veloce che esalta anche queste piccolissime differenze, che invece con un iPad liscio rimangono nascoste.


E chi non ha un iPad abbastanza recente, magari uno di quelli non compatibili con l’Apple Pencil? Ci sono speranze di poterlo ancora usare per degli scopi come quello appena descritto? La risposta è sì, ma bisogna accettare qualche compromesso.

Per verificarlo, ho provato a ripetere le prove precedenti con il mio vecchio iPad 3, un tablet che ormai ha ben otto anni ma che continua a funzionare perfettamente, anche se ormai fatica a gestire le (poche) app recenti ancora compatibili (quelle più vecchie non hanno grossi problemi).

Con Notability non ho avuto nessun problema. Anche se il file proposto da Eugenio è piuttosto grosso, Notability riesce lo stesso ad importarlo in pochi secondi e lo scorrimento lungo il file ha una fluidità più che accettabile. La scrittura, perfino con una normalissima penna con la punta “gommosa”, è piuttosto comoda, basta solo avere l’accortezza di ingrandire a sufficienza l’area di scrittura, a causa della minore precisione delle penne passive rispetto all’Apple Pencil. Nessun problema nemmeno per l’esportazione, veloce in assoluto, e ancora di più se si pensa che si tratta di un tablet di ben otto anni fa.

Anche GoodNotes si comporta molto bene, più o meno come Notability, e come dicevo prima usare l’una o l’altra app è più che altro una questione di gusti personali. Inutile dilungarsi oltre.

La vera sorpresa, ma in negativo, è Notes Plus, troppo lento a scorrere il file, e con un lag in scrittura che ora diventa quasi una tortura. Praticamente inutilizzabile, un vero peccato.

Ho provato anche altre app della mia collezione ma tutte con difetti così seri da renderle di fatto inutilizzabili. La peggiore in assoluto è Creative Notes, che non solo pasticcia durante l’importazione, inserendo a caso più fogli del documento PDF nella stessa pagina, ma che richiede un acquisto in-app per effettuare l’esportazione. Una cosa legittima, sia chiaro, quello che non è legittimo è che non si degni di avvisarti prima di farti accedere all’App Store. Sembra proprio la classica trappola per i meno esperti, abituati a cliccare senza pensarci troppo. Di app truffaldine come queste non se ne sente proprio il bisogno.


  1. Usandolo poco, non l’ho mai aggiornato alla versione 5, la più recente disponibile sull’App Store. 
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Sopravvivere al coronavirus: la buona scienza


Fonte: Ousa Chea su Unsplash.

Se mi chiedessero se voglio sentire prima una notizia buona o una cattiva, non avrei dubbi e sceglierei la notizia cattiva, per potermi consolare poi con quella buona.

È quello che ho fatto con questi due articoli dedicati alla scienza del coronavirus, iniziando con un articolo dedicato alla cattiva scienza, mentre quello che state leggendo è dedicato alla scienza di buona qualità, quella che probabilmente ci farà fare dei passi avanti nella comprensione e nella lotta al virus.1


Prima di tutto un po’ di storia, quella degli ormai famosi ventilatori polmonari, inventati in Danimarca nel 1952 per far fronte ad una gravissima epidemia di poliomielite (il vaccino antipolio che abbiamo fatto tutti sarebbe arrivato solo alcuni anni dopo). Il primo modello di ventilatore polmonare doveva essere azionato a mano, schiacciando periodicamente un sacchetto pieno d’aria. Oggi la NASA, il CERN, il nostro l’INFN,2 e persino alcuni privati, stanno producendo modelli di ventilatori a basso costo, facili da fabbricare e da gestire, e ci sono perfino delle aziende che mettono online tutto ciò che serve per fabbricare i loro modelli più semplici di ventilatori.

Rimanendo sulla poliomielite, il virologo Robert Gallo, lo scienziato a cui è stato ingiustamente negato il premio Nobel per la scoperta dell’HIV, ha proposto di recente di usare il vaccino per la poliomielite come prima arma di difesa, temporanea e da rinnovare periodicamente, contro l’attacco del COVID-19. Il vaccino antipolio proposto da Gallo non è quello, disattivato, inoculato oggi a tutti i nostri bambini, ma la forma attiva, già somministrata per via orale a miliardi di persone. Non è detto che funzioni e ci ho pensato un po’ prima di inserire questa proposta fra la buona scienza. Mi ha convinto il fatto che, a differenza di tutti i possibili vaccini futuri contro il COVID-19, questo eventuale vaccino temporaneo è stato già testato su gran parte della popolazione mondiale e non comporta praticamente rischi per chi lo riceve (a differenza di quello che pensano gli sciocchi no-vax). In questo caso, quindi, provare non costa davvero nulla.

Altra idea potenzialmente interessante è quella di usare l’ozono, un ben noto antinfiammatorio naturale — la molecola di ozono contiene tre atomi legati uno all’altro che si scindono facilmente a formare la normale molecola biatomica di ossigeno — per trattare i pazienti in uno stato intermedio della malattia. L’ozonoterapia applicata alla cura dei malati di COVID-19 è attualmente in corso di sperimentazione presso alcuni ospedali italiani ed è ancora presto per affermare se funzionerà o no. Ma anche se per ora le evidenze scientifiche sono scarse, per l’ozonoterapia vale il discorso fatto per il vaccino antipolio: è una terapia ben nota, a bassissimo costo, somministrabile anche a domicilio e ha poche controindicazioni. Potrebbe meritare ulteriori studi più approfonditi.


Chi volesse saperne di più circa il modo in cui il COVID-19 attacca l’organismo, può dare una occhiata a questo studio molto dettagliato ed interessante, How does coronavirus kill? Clinicians trace a ferocious rampage through the body, from brain to toes. Se ho capito bene, l’infezione può attaccare praticamente tutto il corpo. Una notizia ben poco consolante.

Questo invece è un articolo che descrive come si identificano le mutazioni del virus e da quelle si determina come il virus si è diffuso nel mondo, Gene sleuths are tracking the coronavirus outbreak as it happens. Un riassunto di questi studi si può trovare qui, anche se bisogna ammettere che chi non si occupa di genomica riesce ad avere solo una idea molto vaga di quello che succede.


Sin dai primissimi giorni dell’emergenza, il mantra ripetuto in tutte le salse era la necessità di “appiattire la curva” dei contagi. Se qualcuno non sa ancora bene cosa significa, può dare una occhiata qui o, meglio ancora, può leggere questo bellissimo articolo, Why outbreaks like coronavirus
spread exponentially, and how to “flatten the curve”
, che contiene alcune simulazioni veramente ben fatte (c’è anche una versione in italiano).

Le simulazioni sono un strumento fondamentale per cercare di capire come si è diffuso il virus e quello che accadrà nei prossimi mesi. Purtroppo il numero di variabili di cui non si conosce il valore preciso è tale che è molto difficile riuscire a prevedere in modo affidabile il futuro. Questo è un problema intrinseco di tutti i modelli matematici, che hanno bisogno di basarsi su dati affidabili per poter funzionare al meglio. Per avere un’idea di quello che voglio dire, date un’occhiata qui, provate a modificare i parametri del modello e osservate come cambiano i risultati anche con piccole variazioni dei parametri di partenza. E questo è solo un modello semplicissimo, figuriamoci cosa accade con quelli complicati!


Le mascherine sono efficaci o no per prevenire la diffusione dell’infezione? Se si leggono questi due articoli su Nature e su JAMA sembra proprio di si, per cui non andate mai in giro senza. E se volete vedere cosa succede quando parlate o starnutite, date una occhiata a questo video a partire dal minuto 21 e 15 secondi (la parte più interessante dura 7 minuti). Dopo averlo visto vi sentirete degli untori ad ogni colpo di tosse. E correrete ad aprire tutte le finestre.

Più in generale, qual’è stata finora la strategia migliore per contenere la diffusione dell’epidemia? Prova a dircelo questo articolo molto interessante, Whose coronavirus strategy worked best? Scientists hunt most effective policies. Leggerlo aiuta a capire la complessità di queste analisi, che hanno bisogno di raccogliere moltissimi dati da fonti disparate, cercando di combinarli assieme in un formato unico. Un lavoro non da poco, che richiede il contributo di più di mille volontari.


Per finire, l’aspetto più interessante dal punto di vista personale, il legame fra la diffusione del COVID-19 e l’ambiente, ed in particolare lo stato dell’aria. Queste immagini probabilmente le avete già viste

L’animazione mostra chiaramente la diminuzione del livello di concentrazione del biossido di azoto ($NO_2$) in Europa, e in particolare nel Nord Italia, a seguito del blocco delle attività iniziato a marzo. Ma questo è solo un effetto del coronavirus, non la causa.

Ma se si guardano le mappe di distribuzione dei casi di infezione, non solo in Italia ma anche negli USA, si nota una buona correlazione fra la diffusione del coronavirus e la presenza di aree fortemente industrializzate, e quindi più inquinate.



Fonte: figura di sopra New York Times, figura di sotto EPA.

Questo potrebbe significare che le particelle inquinanti si comportano come vettori di trasporto del virus, oppure che l’esposizione per lungo tempo ad agenti inquinanti aumenta l’incidenza e la gravità delle malattie respiratorie, rendendo l’organismo maggiormente suscettibile all’azione del virus, con l’inevitabile conseguenza di aumentare il tasso di mortalità di chi viene colpito dall’infezione. Mi pare che sia una buona ipotesi di lavoro, che merita ulteriori approfondimenti.


A proposito di tasso di mortalità, avrei voluto parlare anche del perché questo è così basso in Germania rispetto agli altri paesi europei. Però alla fine mi sono convinto che non lo sappia ancora nessuno, e che le ipotesi sociali di maggiore distanziamento fra vecchi e giovani o quelle più politiche relative alla diversa qualità del servizio sanitario non riescano a raccontare tutta la storia. Sarà molto interessante verificare come evolverà questa storia.


  1. In questa divisione fra scienza buona e cattiva c’è una buona dose di opinione personale. Nondimeno, ci sono dei principi generali che dovrebbero permettere di riconoscere l’una e l’altra, anche se qualche errore è inevitabile. 
  2. Brilla l’assenza del CNR, il maggiore ente di ricerca italiano, intrappolato in pastoie burocratiche che negli ultimi mesi lo hanno praticamente paralizzato. 
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Sopravvivere al coronavirus: la cattiva scienza


Fonte: Louis Reed su Unsplash.

Una delle conseguenze della pandemia che stiamo vivendo è l’esplosione degli studi scientifici dedicati a scoprire le origini del virus, come si trasmette, quello che si può fare per controllarne e, si spera, limitarne la diffusione, oltre che naturalmente a trovare una cura per quelli che ne sono stati colpiti.

In realtà il termine esplosione non rende bene l’idea. Quello che sta succedendo è uno tsunami di idee, proposte, ipotesi, pubblicazioni. Ricordo momenti simili in passato — penso allo scoppio dell’HIV negli anni ’80 (un’altra pandemia, limitata però, almeno in Occidente, a gruppi sociali piuttosto ristretti), alla fusione fredda o ai superconduttori ad alta temperatura critica — ma niente di minimamente paragonabile a quello che sta succedendo oggi.

Le proposte di nuovi progetti di ricerca sull’argomento si susseguono a velocità supersonica, volendo provare a stare dietro a tutte si avrebbe bisogno di giornate di 96 ore, e chissà se basterebbero. In quanto alle pubblicazioni, sono stati pubblicati finora più di 10.000 articoli scientifici relativi al COVID-19 (ma per l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono almeno 15.000), la stragrande maggioranza fra aprile e questa prima metà di maggio. E questa è di sicuro una valutazione molto per difetto, visto che censisce soprattutto la letteratura di tipo biologico/medico/epidemiologico. Se si aggiungono gli studi statistici, i modelli matematici, l’hardware e il software sviluppato appositamente per questa emergenza e chissà quanti altri settori importanti della ricerca scientifica si arriva a circa 60.000 pubblicazioni. In due mesi!


In una circostanza come questo, adottare una politica di pubblicazione più snella di quella normale e condividere rapidamente tutte le informazioni disponibili può essere utile a salvare tante vite umane. Ma purtroppo questa condivisione rapida e con pochi filtri si presta anche ad essere sfruttata da tanti personaggi senza scrupoli, che stanno letteralmente inondando la letteratura scientifica di pessima scienza, con risultati incontrollati, fantasiosi o totalmente falsi.

Un vero problema, perché in mezzo a tanta abbondanza di pubblicazioni è molto difficile distinguere il grano dal loglio. Problema aggravato dal fatto che i media sono prontissimi a riportare qualunque nuova informazione al grande pubblico, senza preoccuparsi di verificarle, non dico a dovere ma almeno ad un livello minimo di decenza. E così in poche ore un farmaco testato alla carlona su una decina di soggetti presi a caso diventa la cura definitiva per il Coronavirus, con i social che ribollono di invettive contro i poteri forti che vogliono impedirci di sconfiggere la malattia per fare un favore alle multinazionali farmaceutiche.1

Invece, come dice Jackie Mogensen in un articolo dal titolo significativo, La scienza ha un lato oscuro e complicato. E il Coronavirus lo sta tirando fuori,

La buona scienza richiede tempo. Revisione tra pari. Replica [dei risultati]. Ma negli ultimi mesi, il processo scientifico per tutte ciò che riguarda il COVID-19 è stato [enormemente] accelerato. […]
I ricercatori corrono per fornire risultati, le riviste accademiche corrono per pubblicare e i media corrono per portare nuove informazioni a un pubblico impaurito e impaziente. Allo stesso tempo, le opinioni non verificate circolano ampiamente sui social media e in TV, riportate dai cosiddetti esperti, il che rende ancora più difficile la comprensione della situazione. La cattiva scienza — o per lo meno la scienza incompleta — sta semplicemente scivolando attraverso le crepe. […]
In un normale ciclo di notizie giornalistiche, la scienza ottiene meno dell’1 percento di copertura. […] Ma nel ciclo delle notizie attuale, l’unica cosa importante è la scienza. Quindi tutti, ogni economista, ogni fisico, ogni guru della tecnologia, tutti vogliono ottenere un pezzo di attenzione se pensano di poter collegare se stessi o di collegare il proprio passatempo, il proprio background, a qualcosa che sarà coperto [dai media].”

Non potrei essere più d’accordo.


Ma qual’è la cattiva scienza e come si fa a distinguerla da quella buona?

Come diceva Newton, gli scienziati guardano più lontano perché stanno sulle spalle dei giganti. La scienza va avanti per piccoli passi e ognuno fornisce il suo mattoncino alla costruzione comune. Anche i grandi salti in avanti — la teoria eliocentrica, l’evoluzione della specie, la tavola periodica, le equazioni di Maxwell, la relatività, la meccanica quantistica, la struttura del DNA — non sono mai un lavoro individuale, ma piuttosto la sintesi del lavoro paziente di decine o centinaia di ricercatori.

Per cui un buon criterio per identificare la scienza cattiva è verificare se propone delle risposte immediate e se non si fa mai assalire dal dubbio. Le soluzioni miracolistiche ai problemi complessi sono in genere solo un modo per cercare soldi e visibilità mediatica.2

Diffidare quindi di chi propone oggi la cura definitiva per una malattia di cui si sa ancora pochissimo, basandosi su un numero ridicolmente basso di pazienti guariti. Non è un genio, è un irresponsabile.

Diffidare anche di chi afferma di essere vicinissimo al vaccino. Non è vero. Magari può essere vicino ad una idea di principio di vaccino, che rimane comunque tutta da verificare. Per realizzare un nuovo vaccino partendo da zero ci vogliono normalmente 15 anni, e finora nessuno ci ha messo meno di 4 anni. Bisogna non solo dimostrare che funzioni, ma anche che sia sicuro, che non abbia (troppi) effetti collaterali e che le sue caratteristiche non degradino nel tempo. E poi che sia possibile produrlo e distribuirlo in dosi sufficienti (non dimentichiamo che stiamo parlando dell’intera popolazione mondiale). Realizzare un vaccino per il COVID-19 in un solo anno sarebbe un risultato mai visto. E anche molto improbabile.

Diffidare anche di chi afferma di sapere l’origine del virus, indipendentemente dal fatto che ne ipotizzi l’origine animale o umana. Affermare oggi con sicurezza che il COVID-19 arrivi dal famoso pipistrello del mercato di Wuhan — magari attraverso un ospite intermedio, il quasi altrettanto famoso pangolino che invece potrebbe dare indicazioni utili per la lotta alla malattia — oppure che sia un prodotto venuto fuori per errore da qualche laboratorio più o meno segreto, significa solo prendere in giro il mondo. Prima o poi qualcuno lo scoprirà, ma non bastano poche sequenze genetiche coincidenti per dirimere la questione, nemmeno se lo dice un premio Nobel. Per definire questa scoperta la cosa migliore è ispirarsi a Cambronne.


  1. Prima o poi qualcuno tirerà fuori la storia che il virus l’hanno messo in giro apposta per fare soldi. (O l’hanno già fatto?) 
  2. Caso di scuola sono certe ricerche in campo energetico, dalla fusione fredda alle reazioni piezonucleari autarchiche, fino al fantomatico E-Cat. Tutte idee risolutive che alla fine si dimostrano solo del puro vaporware, ma che garantiscono sempre un buon quarto d’ora di notorietà ai loro proponenti. 
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Sopravvivere al coronavirus: ancora letture


Fonte: Ben Garratt su Unsplash.

Dopo la breve lista di una settimana fa, ecco una nuova serie di articoli che vale la pena leggere. Alcuni sono un po’ datati (che in questo caso significa che sono stai scritti un mese fa), ma rimangono utili per inquadrare al meglio la situazione che stiamo vivendo.

La Germania fa scuola. Pur essendo stata colpita pesantemente dal coronavirus come gli altri grandi paesi europei, è riuscita a contenere in modo molto efficace il numero di decessi. Una grande lezione di buona sanità (e di buon governo).1

Le nazioni più piccole, non solo Singapore, Taiwan e Hong Kong in Asia, ma anche l’Islanda in Europa, ci insegnano che una strategia aggressiva di controllo dello stato di salute della maggior parte popolazione è l’arma più efficace per contenere la diffusione dell’epidemia. Costa? Certamente, ma costa infinitamente meno di quello che stiamo pagando ora in termini di decessi, spese ospedaliere e blocco di tutte le attività.2 3

Il caso della Grand Princess, ovvero quando gli affari vengono prima di tutto. Perché, dopo l’odissea della Diamond Princess dell’inizio di febbraio, nessuno ha pensato di bloccare immediatamente tutte le navi da crociera, che sono notoriamente uno degli ambienti dove virus e batteri si diffondono più rapidamente? 4

Come si vive oggi a Wuhan, la città che sta tentando lentamente di ritornare alla normalità, dopo una quarantena di due mesi? Secondo Bloomberg, sembra di vivere in un mondo distopico, dove “il prezzo da pagare per battere il virus è una vigilanza continua di cui non si vede fine, con una riorganizzazione delle priorità che per la maggior parte delle persone sarebbe difficile da accettare”.5

Appiattire al curva è diventato il mantra di questa epidemia. In Asia e in Europa ci hanno provato più o meno tutti gli stati, e i risultati si vedono. Negli USA hanno provato a resistere il più possibile e, come previsto dagli scienziati, la curva di diffusione del contagio si è impennata e non accenna a stabilizzarsi. Alla faccia di chi crede che si possa iniettare in vena un po’ di disinfettante per sconfiggere il virus.6 7 8

Infine, per non dimenticare com’era la situazione da noi solo un mese fa, propongo questo articolo sul New York Times, Nel cuore dell’epidemia di coronavirus più mortale al mondo, per una volta disponibile anche in italiano. Perché la ripartenza auspicata da tutti non significa abbassare la guardia e far finta che non sia successo niente.9

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