Un puntino blu pallido

Qual è quella macchina progettata per funzionare per appena quattro anni e che invece, dopo 45 anni di funzionamento ininterrotto, è ancora in perfetta forma e, con un po’ di fortuna, potrebbe raggiungere e superare i 50, l’età della maturità?

Qual è quel computer che con appena 69 kilobyte di memoria riesce a far funzionare un mare di strumenti scientifici e ad inviare i dati raccolti attraverso un flebile collegamento radio di appena 23 W di potenza, più o quello che serve per illuminare la cucina con un paio di lampadine a LED?

Qual è quel nastro magnetico che riesce a funzionare senza rompersi per 45 anni in condizioni di freddo e di vuoto estremo?

Tutti questi oggetti fanno parte di una delle maggiori sfide scientifiche e tecnologiche che la mente umana abbia partorito, le sonde Voyager 1 e Voyager 2, lanciate dalla NASA nel lontano 1977 e che oggi, dopo aver visitato in sequenza Giove, Saturno, Urano e Nettuno, viaggiano nello spazio interstellare nei pressi del confine dell’eliosfera, quella zona dello spazio dove il vento solare perde forza fino a scomparire.

La storia di Voyager 1 e 2 è stata raccontata nell’ultimo numero di Scientific American ed è una lettura gradevole e affascinante come poche. Non perdetela!


Molto bello in particolare il racconto di come sia stata scattata la famosa fotografia “Pale Blue Dot” (un puntino blu pallido) del 14 febbraio 1990, che ha catturato l’immagine della Terra immediatamente prima dello spegnimento del sistema fotografico di Voyager 1.


La famosa immagine “Pale Blue Dot” (un puntino blu pallido) catturata dalla sonda Voyager 1 il 14 febbraio 1990, nella versione aggiornata del 2020.

Una volta arrivati oltre Nettuno c’era ben poco di significativo da fotografare ed era molto più utile spegnere questo sottosistema per risparmiare energia. Ma gli scienziati della NASA vollero immortalare in quell’ultimo scatto l’aspetto del nostro pianeta visto dai confini del sistema solare. La nostra boria di essere al centro dell’universo diventa ben poco quando ci rendiamo conto di essere invece meno di un granello di sabbia nell’immensità che ci circonda.

Una piccola nota tecnica: l’immagine mostrata nella figura qui sopra è una versione recente (realizzata nel 2020, in corrispondenza del 30esimo anniversario della fotografia originale), elaborata utilizzando le più moderne tecniche di elaborazione delle immagini, senza però alterare lo spirito dell’immagine originale.


Due parole infine sul software che gira sul computer con appena 69 kilobyte a cui accennavo all’inizio. Computer come questo non devono, anzi non possono, avere dei bug, perché il più piccolo errore software potrebbe mandare a ramengo una missione costata centinaia di milioni di dollari.

E infatti i bug non ci sono, e i pochi che si presentano comunque possono in genere essere corretti da remoto tramite delle backdoor lasciate appositamente aperte dagli sviluppatori. Tutto ciò però ha un costo enorme, in termini di programmatori dedicati al progetto, di tempo speso nello sviluppo e soprattutto di funzioni implementate nel software, che deve limitarsi a fare lo stretto necessario e niente di più.

Quindi niente interfacce grafiche (orrore!), niente sistemi operativi adatti a pilotare tutto il pilotabile, ma solo ed esclusivamente lo stretto indispensabile alla buona riuscita della missione.

C’è chi oggi pretende di punire o sanzionare gli errori software, utilizzando magari il solito Garante tuttofare per la protezione dei dati personali. Peccato che costui dimentichi (o non sappia) che i bug ci sono perché i sistemi attuali sono intrinsecamente troppo complessi per essere del tutto esenti da errori.

Le missioni spaziali ci insegnano che si può raggiungere la perfezione o quasi, al costo di farci pagare il computer o lo smartphone almeno 10 se non 100 volte di più, oltre che costringerci ad usare modelli con funzioni ridotte all’osso, altro che i lockscreen con i widget animati e facezie varie. È davvero quello che vogliamo?

Oppure possiamo tenere i piedi per terra (letteralmente!) ed accettare il fatto che se stiamo viaggiando nel bel mezzo del sistema solare è fondamentale non perdersi, ma se ci perdiamo in centro perché Maps fa i capricci… insomma, non è poi quella gran cosa.

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Ehi Siri!

Sono in macchina, in attesa di mia figlia e con niente da fare. Apro l’Apple Watch e comincio a giocare con Siri. Ammetto di aver sempre trascurato Siri finora, forse perché ho sempre trovato sgradevoli certi eccessi di chi usa Siri in pubblico.1 Però ora sono solo e mi sto annoiando, quindi perché no?

Ma cosa posso chiedere a Siri? Il tempo non mi interessa, fa un caldo torrido e non ci sono nuvole all’orizzonte, è difficile che succeda qualcosa di interessante (e invece mi sbagliavo, dopo un giorno è arrivato il diluvio). Le ultime notizie le ho appena sentite alla radio. Il percorso che dovrò fare fra poco lo conosco a memoria. Proviamo con la matematica, del resto la matematica ha un linguaggio molto preciso e definito, per cui Siri dovrebbe capire facilmente quello che gli dico.

Ehi Siri, quanto fa la radice quadrata di 2 al quadrato?
La risposta è 2.

Ok lo ammetto, non era difficile. Mi piace che Siri capisca bene la lingua, posso dire “quanto fa”, “qual’è”, “calcola”, e la risposta non cambia.

Ehi Siri, quanto fa la radice quadrata di 12 al quadrato?
Fa 12.

Anche qui non c’è dubbio. Vediamo come se la cava Siri con qualcosa di più difficile.

Ehi Siri, quanto fa la radice cubica di 3 al cubo?
La risposta è 3.

Ehi Siri, quanto fa la radice quinta di 12 alla quinta?
La risposta è circa 12.

Come circa 12?

Ehi Siri, quanto fa la radice quadrata di pi greco al quadrato?
La risposta è circa 1,7724.

Ma come Siri, finora non hai perso un colpo (o quasi), e ora mi cadi sul pi greco? Forse è meglio provare con la forma inglese.

Ehi Siri, quanto fa la radice quadrata di pi al quadrato?
Fa circa 3,1415.

Capito, se Siri ha dei problemi, si può sempre provare a sfoderare la propria conoscenza delle lingue.

Ehi Siri, quanto fa la radice quadrata di 9 più 16?
Fa 5.

Ehi Siri, quanto fa la radice quadrata di 7 al quadrato più 24 al quadrato?
La risposta è 25.

OK, con le terne pitagoriche ci siamo.2 Però non bisogna esagerare…

Ehi Siri, quanto fa la radice quadrata di 7 al quadrato più 24 al quadrato il tutto diviso 5?
Questo è quello che ho trovato sul web.

Ovvero: non ho idea di cosa voglia tu da me.

Ehi Siri, qual’è il seno di 0?
Questi sono i risultati che ho trovato.

Ehi Siri, qual’è il coseno di 0?
Questi sono i risultati che ho trovato.

Ho l’impressione che Siri non vada oltre la calcolatrice integrata nell’Apple Watch, che ha solo le quattro operazioni. Ma allora perché riconosce le potenze e il pi greco, anche se un po’ a fatica?


Arrivato a questo punto, è stato quasi d’obbligo ripetere le stesse domande a Siri sull’iPhone. Nessun problema con i normali calcoli aritmetici (e vorrei vedere!), ma arrivati al pi greco:

Ehi Siri, calcola la radice quadrata di pi greco al quadrato.
La radice quadrata di pi greco fa circa 1,7724.

Ehi Siri, calcola la radice quadrata di pi al quadrato.
Queste sono le informazioni che ho trovato su internet. Dai un’occhiata.

Ehi Siri, calcola la radice quadrata di pi greco al quadrato Ehi Siri, calcola la radice quadrata di pi al quadrato

Niente, per quanto ci abbia provato, sull’iPhone non c’è stato verso di far calcolare a Siri la radice quadrata di pi (greco) al quadrato. Certo, sull’iPhone posso tranquillamente continuare ad usare la calcolatrice, ma è curioso che invece Siri sull’Apple Watch ce la faccia senza (troppi) problemi.

Un’altra cosa che non mi piace di Siri sull’iPhone è che da troppo poco tempo per formulare la domanda, basta una pausa di troppo e parte per la tangente, rispondendo come gli pare. Ma forse è solo colpa mia che non sono abituato ad usarlo.


E veniamo infine al Mac. Devo dire che usare Siri sul Mac per fare quattro calcoli mi sembra abbastanza inutile, secondo me si fa prima a lanciare la Calcolatrice dal Finder, però in ogni caso ecco quello che mi ha risposto Siri sul Mac:

Quanto fa 2 al quadrato?
La risposta è 4.

Quanto fa 10 al quadrato?
Fa 100.

Quanto fa la radice quadrata di 2 al quadrato?
La risposta è 2.

Quanto fa la radice quadrata di sette al quadrato?
La risposta è 7.

Calcola la radice quadrata di pi greco al quadrato.
Secondo i miei calcoli circa 1,7724.

Calcola la radice quadrata di pi al quadrato.
Fa circa 3.1415.

Non c’è niente da fare, Siri capisce benissimo l’italiano, ma su certe cose è rimasto fedele alla sua lingua originale. Inutile dire quello che combina se provo ad usare il seno o il coseno!


Detto francamente, sull’iPhone e sul Mac Siri mi ha deluso, una vera calcolatrice è molto più comoda e anche per il resto, sono abbastanza sicuro di far prima ad usare una app dedicata che a cercare di convincere Siri a fare quello che gli dico.

Sull’Apple Watch il discorso cambia, qui Siri si è rivelato un assistente davvero utile (e non solo per la matematica), soprattutto alla guida o quando ho le mani occupate. Se fosse solo un po’ più preciso potrebbe davvero diventare il mezzo più pratico per interagire con l’Apple Watch. E in ogni caso, usarlo mi ha permesso di imparare a fare gli screenshot sull’Apple Watch!

Ah, dimenticavo: ma perché Siri non salva più la storia delle sue interazioni, per poterle recuperare in un secondo momento?


  1. Come un ex-collega, davvero odioso, che si pavoneggiava alla macchinetta del caffè ordinando a Siri di telefonare a questo o a quel potente di sua conoscenza. 
  2. Per i più smemorati, una terna pitagorica è una terna di numeri a, b e c (con a e b minori di c) tali che a^2 + b^2 = c^2.
    La terna pitagorica più famosa è (3,4,5), ma ci sono anche (5, 12, 13), (7, 24, 25) e (8, 15, 17), per citare solo le prime quattro. 
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Non ce lo dicono!

Siamo in piena era social e ormai qualunque sciocchezza si diffonde senza controllo alla velocità della luce. Non che le fake news non ci fossero anche prima dei social — la terra è piatta, non siamo mai andati sulla Luna, gli UFO sono di casa sulla Terra e i loro corpi vengono conservati in certe basi segrete in Nevada, le scie degli aerei diffondono apposta sostanze nocive, i vaccini uccidono i cugini mentre il fumo fa bene ai polmoni — ma i mattocchi che le rilanciavano rimanevano confinati in qualche raduno di periferia o al massimo scrivevano un libro.

Oggi invece le fake news veicolate dai social fanno audience e finiscono in prima serata sui media mainstream, rilanciate tante volte da algidi professorini che potrebbero al massimo insegnare alle capre (senza offesa per questi degnissimi animali).

Ma i social non sono solo no-vax e putinate varie, sui social c’è tutto un sottobosco di gonzi che vedono stranezze ovunque, che subodorano complotti “perché loro sanno” e tutti gli altri sono dei deficienti che non vogliono vedere l’ovvio.

Esemplare in questo senso il post di u/A_sexy_black_man su Reddit, Penso di aver scoperto una base militare segreta cinese in mezzo all’oceano, che potrebbe vincere facilmente un premio alla cospirazione più cretina.1


Il testo completo del post, tradotto in italiano, lo trovate qui, ma il mio riassunto qui sotto dovrebbe essere più che sufficiente, almeno per chi non è affetto dal virus di San Tommaso.

Allora: u/A_sexy_black_man si è accorto dell’esistenza di un luogo misterioso in pieno oceano Atlantico, a sud della costa del Ghana, situato alle coordinate geografiche (0.0, 0.0) (ho semplificato le sue, che sembrano un IBAN).


Qui ci sono degli studi medici, c’è internet, ci sono continui attacchi informatici (potevano mancare?), ci sono dispositivi IoT e anti intrusione, e via discorrendo. In questo luogo misterioso c’è gente che va a correre e registra il suo percorso su Strava (i lettori più affezionati hanno già fatto conoscenza con questo servizio qualche anno fa).

Ma Google Earth non ci fa vedere questo luogo misterioso, per cui, questa è la conclusione di u/A_sexy_black_man, lì ci deve essere una base militare top secret!
Senza dubbio una base militare cinese!
(se siete curiosi di capire il modo cervellotico in cui ci arriva, leggete il testo completo).


Ma c’è un ma. Alle coordinate geografiche (0.0, 0.0) non c’è davvero niente anzi, se dobbiamo dirla tutta, c’è qualcosa, ma è solo una boa marina della rete scientifica PIRATA,2 che raccoglie dati meteorologici e oceanografici. Altro che base segreta cinese!

Il punto in questione è all’intersezione fra l’equatore (latitudine 0) e il meridiano di riferimento che passa da Greenwich, in Inghilterra (longitudine 0),3 ed è stato preso come l’origine del sistema di coordinate geografiche WGS84 (World Geodetic System 1984, noto anche come EPSG:4326), il sistema di coordinate usato dal GPS, quello che ci permette di arrivare a destinazione guidati dal navigatore o di sapere esattamente dove abbiamo dimenticato l’iPhone.

Ed è proprio questo il punto (oops!).

Perché qualunque dispositivo con un GPS integrato nel quale la posizione geografica non sia stata configurata a dovere finisce per avere le coordinate di default che sono… già, l’avete capito da soli, sono proprio le coordinate dell’origine del sistema di riferimento: latitudine 0 e longitudine 0. E quindi tutti i dispositivi visti da u/A_sexy_black_man non sono altro che dispositivi GPS malconfigurati, che in realtà stanno chissà dove. Niente trucco e niente inganno, quindi.

Tanto è comune questa cosa che per riferirsi a questa posizione si parla parla di Null Island, che in inglese può significare Isola-dello-Zero ma anche Isola-Che-Non-C’è, proprio come cantava Bennato. E su Null Island è stato pure scritto recentemente un dotto articolo scientifico, che riprende nel titolo il post di u/A_sexy_black_man e che per una volta è pure divertente da leggere.

In definitiva, non c’è nessuno che corre in base militare sperduta nel Golfo di Guinea, c’è solo qualcuno che non sa configurare il suo braccialetto per il fitness.

E ancora una volta i gonzi che vedono complotti ovunque sono serviti.


  1. Se per caso il post originale venisse cancellato da Reddit, ecco il link alla versione archiviata tramite archive.today
  2. Gli scienziati adorano questi acronimi, PIRATA per un progetto di ricerca sugli oceani è perfetto. E un acronimo azzeccato può contribuire moltissimo alla visibilità mediatica della loro attività. 
  3. Per i maniaci della precisione, il meridiano di riferimento passa 102 metri a est di Greenwich. 
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Dai wallpaper agli sfondi

Il riferimento al bellissimo sfondo di Big Sur dell’ultimo post mi ha fatto venire in mente quando gli sfondi per computer erano tutta un’altra cosa.

Un po’ di storia

Gli sfondi per computer nascono con la diffusione negli anni ’80 dei computer dotati di interfaccia grafica, di fatto allora solo Macintosh, Atari ST e Amiga.

Rispetto agli standard attuali gli sfondi di allora erano poverissimi, dei semplici pattern ripetuti di 8×8 o 16×16 pixel, dapprima solo in bianco e nero e dalla fine degli anni ’80 anche a colori. Più che altro erano un modo per personalizzare e rendere più piacevole l’uso del computer, e magari, anche se in modo ancora inconsapevole, di adattare la luminosità del desktop ai gusti personali. Un po’ come facciamo oggi con le interfacce dark sempre più diffuse (che a me stancano gli occhi molto di più di quelle light, ma su questo sono in chiaramente in minoranza).

Sul Mac lo sfondo si chiamava Desktop Pattern, che potremmo tradurre in “motivo (grafico) del desktop”, ed era configurabile accendendo e spegnendo i pixel di una griglia 8×8 che veniva ripetuta fino ad occupare l’intero schermo del computer. Ecco un esempio di quello che si poteva ottenere sul Mac con System 6.0.


Configurazione delle sfondo del Mac con System 6.0.

Tutto molto rozzo se visto con gli occhi di oggi, ma si potevano fare perfino delle cose carine, come lo sfondo mostrato in figura che sembra essere composto da una trama di fili intrecciati.

Gli anni ’90 portano il colore e dei pattern più ampi, che non a caso venivano chiamati anche wallpaper (carta da parati) perché, proprio come la carta da parati, erano costituiti da un motivo grafico ripetuto sull’intera superficie, questa volta del desktop invece che del muro. Inutile dire che il confronto fra gli sfondi disponibili per il Mac e quelli per Windows 3.x/95 è improponibile, banali (per non dire brutti) quelli dei sistemi operativi Microsoft, molto più sofisticati quelli proposti da Apple. Lo si può vedere facilmente nelle figure qui sotto: le prime due mostrano il meglio che sono riuscito a trovare su Windows 3.1/95 (molto meglio Windows 3.1 secondo me), mentre l’ultima mostra lo strumento di selezione dei Desktop Pattern di System 7.5 insieme ad uno sfondo relativamente complesso già impostato (per cercare di rendere meno arbitrario il confronto ho scelto sfondi con la stessa tonalità dominante).


Immagine del desktop di Windows 3.1, emulato online tramite PCjs Machines.


Immagine del desktop di Windows 95, emulato online tramite PCjs Machines.


Immagine del desktop di un Mac con System 7.5, emulato online tramite Infinite Mac.

Più di tanto comunque non si poteva fare, perché usare dei pattern più complicati significava sprecare la memoria ancora relativamente ridotta del computer. Scavando nel mio hard-disk ho trovato alcuni dei motivi che usavo allora sfondo, come questo o questo o questo (e anche questo, da usare evidentemente in momenti di particolare fanatismo). Andavano bene con i monitor 800×600 o 1024×768 di allora, ma visti oggi sui nostri monitor ad altissima risoluzione sembrano semplicemente orribili.


Uno sfondo con pattern ripetuto degli anni ’90 su un Mac moderno. No comment.

La fine del secolo scroso ci porta, insieme a molta più RAM, anche le immagini di sfondo che conosciamo oggi, come questa per Mac OS 8.1 (le montagne sono una costante nell’immaginario Apple).


Immagine del desktop di un Mac con Mac OS 8.1, emulato online tramite Infinite Mac.

L’avvento di Mac OS X segna l’ultimo passaggio degno di menzione, gli sfondi astratti che si trovano in Mac OS X sono bellissimi, moderni e realizzati con una maestria tecnica che sarà di ispirazione per tutta una generazione di grafici, fra cui tanti pronti a scopiazzarli senza troppi scrupoli.


Lo sfondo di default di Tiger, in tutta la sua gloria.

Ma questi sfondi per Mac OS X non erano solo belli, erano anche perfetti per la funzione che dovevano svolgere.

Due centesimi

Perché gli sfondi del desktop non devono solo essere solo gradevoli da un punto di vista grafico, devono anche essere adatti a svolgere le loro funzioni.

La prima è dare un’impronta, rendere immediatamente riconoscibile il sistema operativo sottostante. Come è riuscita a fare benissimo Microsoft con lo sfondo di default di Windows XP (Bliss), diventato una vera icona grafica e una delle foto più viste di tutti i tempi.


Bliss, lo sfondo di default di Windows XP.

Un caso fortunato, visto che nelle interazioni successive del suoi sistemi operativi Microsoft non è riuscita ed evitare di inserire degli sfondi di default decisamente mediocri, che sembrano più che altro delle inutili auto-promozioni del marchio (qui lo sfondo di default di Windows 7 e qui quello di Windows 10).

Apple, invece, è riuscita benissimo a dare questa impronta in tutte le prime interazioni di Mac OS X, diciamo fino a Snow Leopard, quando ogni sfondo identificava in modo chiaro e inconfondibile la versione del sistema operativo sottostante. Anzi, è arrivata perfino a suggerire con lo stesso sfondo la stretta somiglianza fra due versioni successive di Mac OS X (si pensi a Leopard e a Snow Leopard oppure a Lion e a Mountain Lion), dove la seconda versione serviva a correggere i bug e a migliorare le prestazioni della prima.



Sfondi a confronto: Leopard e Snow Leopard.

Ed è tornata (finalmente!) a dare a macOS una impronta immediatamente riconoscibile con lo sfondo dinamico di Mojave (una vera primizia, che potrebbe diventare il Bliss degli anni ’20) e soprattutto con quelli di Big Sur e di Monterey. Lo sfondo di Big Sur, in particolare, ha segnato davvero una svolta, con l’abbandono delle viste naturalistiche un po’ stucchevoli e il ritorno ad una grafica astratta.1

Tutto ciò è funzionale alla seconda ragione per scegliere uno sfondo piuttosto che un altro. Perché è inutile nasconderselo, anche se sappiamo benissimo che non si dovrebbe fare, siamo tutti abituati a tenere un gran numero di file sul Desktop (senza magari arrivare a certe stupide esagerazioni).

E allora uno sfondo del desktop chiaro e pulito, come quello di Big Sur o dei primi Mac OS X, può aiutare ad organizzare le icone sul Desktop in gruppi logici ben visibili, portando un po’ di ordine nel caos dei nostri computer. Provate a fare la stessa cosa con un sfondo pieno di dettagli e di colori diversi e poi ditemi.

Ma naturalmente c’è un’ultima ragione, forse la più importante: personalizzare l’ambiente di lavoro, renderlo più confortevole e adatto a svolgere i suoi compiti giornalieri. E da qui vengono gli sfondi con le foto del partner o dei figli, i ricordi dell’ultimo viaggio, le immagini del personaggio preferito del cinema o dei cartoon, o gli sfondi con… i sogni impossibili. L’equivalente moderno delle foto nel portafoglio o delle cornici sulla scrivania, che fanno parte di un passato che pare già lontanissimo.

Sfondi, sfondi, sfondi

Un articolo sugli sfondi del computer non ha ragione di esistere senza un elenco di link da cui scaricare degli sfondi di qualità.

Impossibile non menzionare per prima la collezione preparata da 512 Pixels di tutti gli sfondi di default di macOS, convertiti per gli schermi moderni ad altissima risoluzione, Every Default macOS Wallpaper – in Glorious 6K Resolution.

I puri e duri che preferiscono gli sfondi originali (o quasi) li possono trovare qui, Looking back on successive default wallpapers from Mac OS X to macOS, it looks like this.

Sempre su 512 Pixels, i più nostalgici possono trovare anche gli sfondi di Mac OS 9, convertiti anch’essi ad una risoluzione mai vista in originale, Mac OS 9 Wallpapers in 5K Resolution.

I bulimici che vogliono proprio tutto troveranno invece in macOS Wallpapers la collezione completa degli sfondi di tutte le versioni di macOS/Mac OS X, da Monterey a Cheetah e giù giù fino a System 7.

Passando a siti più specifici, non posso non menzionare Unsplash e in misura minore Pexels, che contengono un enorme numero di fotografie di ottima qualità distribuibili liberamente, che possono diventare dei bellissimi sfondi per i nostri computer (come ad esempio questa collezione di macrofotografie e di dettagli architettonici, oppure quest’altra di sfondi astratti2).

Una menzione speciale la merita DeviantArt, che raccoglie immagini originali e ben fatte, anche se destinate in gran parte a generazioni ben più giovani della mia. Purtroppo ora per scaricare le immagini bisogna registrarsi al sito. Si può fare, magari usando un account usa e getta, ma è una piccola seccatura in più.

Non male nemmeno WallpaperCave, c’è moltissima roba per ragazzini però l’organizzazione in categorie è decente, e allora perché non farci una capatina? Lo stesso vale per Wallpaperaccess, di cui mi piace parecchio la sezione dedicata agli sfondi minimalisti. Non male nemmeno WallpapersWide, che ha una grafica piuttosto datata ma molto facile da navigare, e che propone parecchi sfondi interessanti come questo.

Utile infine fare ogni tanto una capatina su UltraLinx, un sito di design davvero interessante (guardate ad esempio come si possono organizzare i cavi in modo creativo), che propone periodicamente degli sfondi davvero eccellenti. E chissà, magari insieme allo sfondo ci scappa pure una buona idea per (ri)organizzare il proprio spazio di lavoro!


  1. Non a caso sono tornate subito in funzione le fotocopiatrici grafiche… 
  2. Lo so, è una fissazione. 
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MacBook Air M1 la non-recensione: Big Sur

Big Sur mi piace, ha portato una ventata di freschezza all’interfaccia grafica di macOS, un’interfaccia ormai familiare, ben assestata, rassicurante ma che, come le pareti di una casa abitata da tanti anni, attendeva con ansia una bella rinfrescata.

Big Sur

Dopo i fasti di Aqua, la prima interfaccia grafica di Mac OS X, tanto innovativa e dirompente con i canoni stilistici dell’epoca da dare un grosso contributo alla rinascita del Mac e dell’intera Apple, e dopo il passaggio al look grigio-metallico iniziato timidamente in Mac OS X 10.3/Panther e concluso con Mac OS X 10.5/Leopard, l’interfaccia grafica di macOS è sembrata stagnare per anni, un ritocchino qui e uno là, quasi sempre ispirato a iOS,1 ma niente di più.

Con Big Sur Apple ha cambiato radicalmente il linguaggio grafico di macOS, e lo ha fatto già a partire dallo sfondo che abbandona le noiose fotografie naturalistiche per tornare ad una grafica astratta molto moderna, chiaramente ispirata ai grandiosi sfondi dei primi Mac OS X che hanno rallegrato i nostri occhi per tanti anni (il mio preferito è quello di Tiger). E non solo i nostri, perché anche i grafici che curavano le distribuzioni di Linux di quegli anni si sentivano quasi in dovere di trarre ispirazione dagli sfondi di Mac OS X (e lo fanno ancora oggi).

Come tutti i cambiamenti radicali, Big Sur presenta dei difetti e delle incongruenze, che sono stati descritti molto bene da Riccardo Mori nella sua serie di articoli su Big Sur. La sua non sarà una recensione dettagliata e tecnicamente ineccepibile come quelle, inarrivabili!, di John Siracusa, ma le si avvicina parecchio.

Alcuni di questi difetti sono piuttosto evidenti proprio sull’Air M1. Ma cominciamo da quello che sull’Air non si vede, grazie alla potenza del processore M1. Sui Mac Intel Big Sur sembra molto più pesante dei sistemi operativi precedenti, magari con un i7 o un i9 non ci facciamo troppo caso, ma se abbiamo solo un i5 o peggio un i3, il rallentamento è abbastanza evidente. Certo, dopo un aggiornamento del sistema operativo è normale che il Mac fatichi un po’, magari perché deve convertire il filesystem da HFS+ a APFS e di sicuro perché sta indicizzando il contenuto del disco rigido,2 ma per chi è ancora fermo a Catalina o a Mojave questo è un aspetto da non sottovalutare.

Il Finder

Nell’elencare i difetti più evidenti di Big Sur sull’Air M1 mi voglio concentrare sul Finder che, anche per gli amanti del Terminale come il sottoscritto, rimane lo strumento principale per interagire con il Mac.

Io preferisco avere delle finestre del Finder piuttosto piccole, non solo perché così posso copiare o trascinare più facilmente file e cartelle da una finestra all’altra (per questo ci sono i pannelli e sono forse più comodi), ma soprattutto perché una finestra piccola mi permette di avere sempre in vista i file su cui lavoro, anche quando la maggior parte del desktop è occupata dal programma (o dai programmi) in uso.

Ma con Big Sur, ridurre le dimensioni delle finestre del Finder sull’Air M1 ha l’effetto collaterale di nascondere quasi tutte le icone della barra degli strumenti, dove rimane comunque un sacco di spazio vuoto che potrebbe essere utilizzato in modo più efficace.

Per confronto, ecco come ho configurato il mio Finder su Mojave, le icone della barra degli strumenti sono più piccole e tutte ben visibili e nel complesso mi sembra che il tutto sia molto più usabile.

La differenza sostanziale sta nel titolo della finestra, che nel Finder è il nome della cartella corrente. Fino a Catalina il titolo occupava uno spazio a sè stante in cima alla finestra, allineato ai bottoni colorati di chiusura/massimizzazione, mentre con Big Sur è stato integrato nella barra degli strumenti del Finder, rendendo necessario lasciare un po’ di spazio vuoto per mostrare tutto il nome della cartella. Ma anche così, quando questo supera la ventina di caratteri il Finder non ce la fa più a farlo vedere tutto e lo deve accorciare con dei puntini di sospensione, messi un po’ incongruamente alla fine del nome invece che nel mezzo, come siamo abituati a vedere da sempre nella finestra principale del Finder.

Ma come già detto, nel Finder di Big Sur c’è anche un sacco di spazio fra una icona e l’altra, come si può vedere meglio nell’immagine qui sotto dove l’area attiva dell’icona, cioè l’area sensibile al click del mouse, appare in un grigio leggermente più scuro circondata da una enorme area più chiara del tutto inutilizzata.

Se volessi vedere tutte le icone della barra degli strumenti dovrei allargare parecchio la finestra del Finder, una cosa che può non essere un problema su un monitor da 27″, ma che diventa piuttosto seccante sul piccolo schermo dell’Air, perché significa occupare più della metà della larghezza del desktop. L’unico vero vantaggio di questa configurazione è la possibilità di passare con un click da una all’altra delle quattro modalità di visualizzazione dei file, una cosa che trovo molto comoda e di fatto irrinunciabile (ma dovrei ricordarmi una buona volta che ci sono le combinazioni di tasti ⌘1 – ⌘4 per fare la stessa cosa).

C’è da dire che anche le icone della barra dei menu hanno subito lo stesso trattamento della barra degli strumenti del Finder, apparendo molto più separate l’una dall’altra rispetto alle versioni precedenti di macOS. Usando poco l’Air M1 (che tecnicamente è di mia moglie, io ne curo solo la parte tecnica) non me ne accorgo, ma se avessi tante icone sulla barra dei menu, come è normale sui miei Mac, questa potrebbe diventare un’altra piccola seccatura.

C’è sempre un modo

Come succede spesso, il Terminale ci viene in aiuto, perché basta eseguire il comando

$ defaults write com.apple.finder NSWindowSupportsAutomaticInlineTitle -bool false

e riavviare il Finder (o meglio ancora fare logout e login nel proprio account) per ripristinare l’aspetto che la barra del Finder aveva nelle versioni di macOS precedenti a Big Sur.

Ora la finestra del Finder può assumere un aspetto più congruente con le piccole dimensioni dello schermo dell’Air, mostrando allo stesso tempo l’intera barra degli strumenti. Esteticamente non è un gran che — il titolo della finestra in grassetto e l’icona colorata alla sua sinistra stonano con tutto il resto — ma se risolve un problema può essere un buon compromesso. In ogni caso, il comando complementare

$ defaults write com.apple.finder NSWindowSupportsAutomaticInlineTitle -bool true

seguito dal riavvio del Finder (o dal logout/login) permette di ripristinare in ogni momento la situazione originale.

Per cambiare invece l’aspetto della barra degli strumenti in tutte le applicazioni di Big Sur e non solo nel Finder, il comando da eseguire diventa

$ defaults write -g NSWindowSupportsAutomaticInlineTitle -bool false

dove il parametro -g indica un cambiamento globale di configurazione. Anche in questo caso basta modificare il parametro finale in -bool true per ripristinare la situazione originale.

Se vogliamo invece riavvicinare le icone della barra dei menu, pare che non ci sia alternativa ad usare Bartender, un programma da 17 euro ma che fa tante altre cose, per cui potrebbe essere un buon modo per investire i propri soldi. Chissà se prima o poi qualcuno scoprirà un comando da Terminale per risolvere la questione.

Ma c’è dell’altro

Big Sur mostra parecchi altri piccoli difetti, non ne farò una lista dettagliata che sarebbe stucchevole. Mi voglio invece concentrare su quelli che considero dei veri e propri bug, niente di grave per fortuna, solo delle piccole incongruenze che spero che Apple corregga prima o poi.

Primo esempio sono queste finestre di dialogo, nelle quali non si capisce perché il testo di uno dei pulsanti è in rosso o perché due azioni tutto sommato molto simili (perché potenzialmente pericolose per i propri file) hanno delle selezioni di default diverse.


Ancora più inesplicabile è il motivo per cui i menu di Big Sur mostrano le abbreviazioni da tastiera nello stesso tono di grigio delle voci di menu non attive. È vero che ora i menu sono più puliti dal punto di vista grafico, ma non c’era una soluzione più soddisfacente di far pensare che le abbreviazioni siano state disattivate?

Conclusioni

La freschezza di Big Sur è innegabile, i piccoli difetti elencati qui sembrano più che altro dei difetti di gioventù, che saranno corretti man mano che la nuova interfaccia grafica si consolida. Quello che è altrettanto innegabile è la convergenza fra l’interfaccia utente di macOS e quella di iPadOS. Una tendenza che, se realizzata in maniera coerente, non può fare che bene, soprattutto ora che fra Universal Control, Sidecar, processori della stessa famiglia, diventa sempre più difficile dire dove finisce il Mac e dove inizia l’iPad.

C’è chi ipotizza che l’aver separato nettamente le icone della barra del menu e della barra degli strumenti delle applicazioni sia il preludio all’introduzione sui Mac di uno schermo sensibile al tocco. Non so se sia vero e non so nemmeno se possa servire, personalmente ho provato brevemente ad usare le dita per gestire Windows 10 su un Surface della Microsoft ed è una impresa praticamente impossibile. Per fortuna Apple sa fare molto meglio.

In ogni caso ci sarà da divertirsi.


  1. Come le odiate barre di scorrimento nascoste o lo scroll naturale del mouse, che tanto naturale non è. Opinione personale, naturalmente. 
  2. Un piccolo prezzo da pagare per avere delle ricerche istantanee o quasi. 
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