Swift contro Python, ovvero mele contro pere


Fonte: Martina Leuderalbert su Unsplash.

Alle elementari la maestra mi aveva insegnato a non sommare le mele con le pere, cioè a non mettere insieme (o paragonare) cose e fatti molto diversi fra loro. Non ha quindi senso sommare 3 litri di acqua con 5 chilogrammi di farina o chiedersi se 40 metri sono più o meglio di 20 secondi.

Quello che diceva la mia maestra lo dicono, sono sicuro, le maestre di tutto il mondo, ma c’è sempre qualcuno assente a queste lezioni.

Il Golia della programmazione moderna

Uno di questi è stato di sicuro Ari Joury che, nonostante il suo dottorato in fisica delle particelle, non si è fatto scrupoli a pubblicare su Medium questo Swift was poised to replace Python. Then it tanked.

Cosa dice l’articolo? Che nel mondo del machine learning i linguaggi di programmazione più usati sono Matlab, R, Julia e soprattutto Python. Quest’ultimo, nato originariamente per sviluppare dei piccoli script senza troppe pretese, è diventato oggi un vero “Golia della programmazione moderna”, tanto da essere usato estensivamente da aziende come Dropbox, Instagram e Pinterest per i loro servizi online.

Grazie alla disponibilità di librerie come TensorFlow o PyTorch (nonché, aggiungo io, di librerie di base come Pandas o NumPy), Python è diventato anche il linguaggio di elezione di chi si occupa di machine learning e di analisi dei dati.

La crescita di Python sembra bloccata da un paio di anni, ma la sua enorme diffusione lo farà rimanere comunque un attore centrale anche nel prossimo futuro.

Entra in scena Swift

Fin qui tutto vero e condivisibile. Magari si potrebbe eccepire qualcosina sull’importanza di R nell’ambito dell’analisi dei dati, ma non voglio essere puntiglioso.

Il guaio è che se uno si limita a scrivere queste cose non se lo fila nessuno, chi vorrà mai leggere l’ennesimo articolo generico sulle virtù di Python per il machine learning (e non) o su quale linguaggio è destinato a soppiantarlo?1 Ci vuole un colpo d’ala.

Per fortuna c’è sempre Apple che, come il nero, va bene su tutto e, soprattutto, garantisce sempre un bel po’ di click. E allora perché non mettere in mezzo Swift?

Swift è un linguaggio di programmazione sviluppato da Apple con l’obiettivo specifico di sostituire Objective-C come linguaggio di elezione per lo sviluppo delle applicazioni per iOS e per macOS. Swift è facile da imparare e la sua sintassi leggibile ricalca quella di Python, è vero, così come quella di Julia e di tanti altri linguaggi di programmazione moderni.2

Swift però non ha mai preteso di essere, come sostiene il nostro Ari, il nuovo “Re della Programmazione”. Ad Apple non interessa posizionare Swift come uno strumento di programmazione general purpose, le interessa solo che venga usato per programmare le applicazioni per i suoi sistemi operativi. Del resto, il fatto che manchi di una versione per Windows taglia fuori una fetta così importante di potenziali utenti da rendere impossibile a priori una pretesa tanto assurda.

A maggior ragione Swift non ha mai preteso di essere il nuovo strumento principe per il machine learning, come il buon Ari sotto sotto ci vuole far intendere. È vero che Google ha provato a supportare Swift all’interno di TensorFlow (di cui Google è il principale sviluppatore), ma questo esperimento, come succede con tanti altri prodotti dell’azienda di Mountain View, è stato interrotto nel 2021. È ragionevole pensare, infatti, che chi sviluppa in Swift preferisce usare gli strumenti per il machine learning integrati in macOS/iOS piuttosto che prodotti di terze parti.

Io sono più popolare di te

Ma la cosa più sconcertante è pretendere di confrontare la popolarità (o meno) dei linguaggi di programmazione utilizzando una metrica fasulla come la percentuale di domande poste ogni mese su StackOverflow relativamente ad uno o ad un altro linguaggio. In base a questa percentuale, la popolarità di Python è cresciuta costantemente fino alla fine del 2020, per poi stabilizzarsi al 16% del totale delle domande su StackOverflow, mentre quella di Swift dopo aver raggiunto un massimo del 3% è in declino e ora si aggira nei dintorni dell’1.5%.

Perché è una metrica fasulla? Perché finché siamo sui grandi numeri e confrontiamo la popolarità di Python con quella di JavaScript può anche avere senso basarsi sul numero di domande poste su StackOverflow per valutarne la diffusione.

Ma se buttiamo nel calderone anche la terna HTML, CSS e PHP, che sono ancora oggi tre strumenti fondamentali per chi fa sviluppo web, troviamo che questi ultimi sono in costante declino, senza però che la decadenza (su StackOverflow) di PHP venga compensata da un incremento corrispondente nell’interesse verso JavaScript.

Anche WordPress, che piaccia o non piaccia sta dietro il 40% dei siti web, secondo la metrica di StackOverflow sarebbe in calo. Idem per MySQL.

E allora la spiegazione può essere un’altra: più che la diffusione, le domande su StackOverflow ci fanno vedere la complessità del linguaggio e la qualità della sua documentazione: HTML, CSS e PHP (o WordPress e MySQL) sono prodotti ben assestati, per loro esistono ottime guide sul web che ne spiegano diffusamente i segreti. Di conseguenza non è necessario cercare risposte più o meno occasionali su StackOverflow, e comunque quelle che ci sono già bastano ed avanzano.

Python e JavaScript, al contrario, hanno una sintassi di base piuttosto semplice ma per essere usati al meglio hanno bisogno di un gran numero di librerie aggiuntive, che sono spesso più complesse del linguaggio base e che vengono aggiornate ed espanse di continuo. La documentazione relativa non tiene sempre il passo dello sviluppo, per cui il modo migliore per imparare ad usare al meglio le centinaia e centinaia di API disponibili è quello di rivolgersi a qualche esperto su StackOverflow, spingendo così in alto la popolarità dei due linguaggi.3

Secondo la logica basata sul numero di domande su StackOverflow anche C e C++, i linguaggi usati per la programmazione di sistema (e non) su Linux e Windows, sarebbero in declino, e lo stesso succede a concetti di base come algoritmo, architettura, classe o database. Ma sono in declino perché c’è davvero poco interesse o solo perché anche per loro c’è abbondanza di documentazione di ottimo livello, senza doversi ridurre a porre sempre delle nuove domande su StackOverflow?

Nel mio piccolo lo faccio anch’io: quando programmo in R uso pochissimo StackOverflow, perché posso usare l’ottimo help in linea di RStudio e perché la documentazione che accompagna le librerie aggiuntive di R è centralizzata sul [CRAN](https://cran.r-project.org/) (_The Comprehensive R Archive Network_) ed è di altissima qualità. E quando tutto questo non basta, posso trovare decine di siti e di blog che spiegano benissimo gli aspetti più ostici del linguaggio. Quando passo a Python (un linguaggio che, sia chiaro, mi piace parecchio), StackOverflow diventa quasi una necessità, perché la frammentazione e la mancanza di sistema di gestione centralizzata delle librerie di Python rendono molto più complicato trovare documentazione aggiornata di qualità.

Decaduto o semplice?

Swift è un linguaggio semplice con una ottima documentazione ufficiale, un eccellente strumento di apprendimento del linguaggio (e non solo) come Swift Playgrounds e un numero relativemente ridotto di librerie aggiuntive, c’è davvero bisogno di passare un sacco di tempo su StackOverflow per usarlo al meglio?

Guardando il grafico relativo al numero di domande relative a Swift ci si accorge che i picchi di interesse corrispondono alle date di presentazione della versione 1.0 (giugno 2014) e al rilascio delle versioni 2.0 (settembre 2015), 3.0 (settembre 2016) e 5.0 (marzo 2019) e, come è naturale, dopo ogni presentazione l’interesse tende a decadere, proprio perché per usare il linguaggio c’è davvero poco da chiedere su StackOverflow.

A supporto di questa tesi c’è il risultato di questa semplice query SQL, con la quale ho provato a calcolare il numero di domande poste su StackOverflow ogni anno. Di SQL ne so pochissimo per cui dovete prendere i risultati con le pinze, ma sembra che il numero di domande su StackOverflow sia in progressiva diminuzione, da un massimo di 2.2 milioni di domande nel 2016 a 1.6 milioni nel 2021.

Una volta raggiunta una base di conoscenza sufficientemente ampia non ha molto senso porre sempre delle nuove domande (che su StackOverflow sono fortemente scoraggiate) ma ci si può limitare ad utilizzare il materiale già esistente. Questo almeno per le tecnologie più stabili, come possono essere HTML, CCS, PHP, WordPress, MySQL… oppure Swift. Quando invece abbiamo a che fare con strumenti in rapidissima evoluzione, come Python o JavaScript, StackOverflow diventa davvero il modo migliore per imparare.

Conclusioni

C’è bisogno di dilungarsi ancora? Non credo, dico solo che basarsi su ipotesi fantasiose o metriche poco affidabili per ipotizzare scenari catastrofici per Swift (o, al contrario, scenari entusiasmanti per Julia4) mi pare francamente insensato.


Dilbert 23 March 2014

Fonte: Dilbert di Scott Adams.

Capo: Non si possono confrontare mele e arance. Dilbert: È chiaramente sbagliato, perché li hai appena confrontati e dichiarati diversi. Wally: Mele e arance sono entrambi alimenti che crescono sugli alberi. Sarebbe assolutamente valido confrontarli dal punto di vista nutrizionale. Dilbert: Ho notato che molte delle cose che escono dalla tua bocca non hanno senso. Capo: Parli come mia moglie. Wally: Non puoi paragonare tua moglie al tuo subordinato. Sono mele e arance. Capo: Cosa sta succedendo qui? Wally: Non lo so, ma non lo paragonerei al lavoro.


  1. Ari sembra avere le idee un po’ confuse sul futuro di Python, dato che su Medium ha anche pubblicato Why Python is not the programming language of the future, oppure Bye-bye Python. Hello Julia! e perfino Why TensorFlow for Python is dying a slow death
  2. E non è un caso, perché alla base di tutti questi linguaggi c’è sempre il buon vecchio BASIC, il primo linguaggio di programmazione davvero per tutti, che è stato il linguaggio di base dei computer personali degli anni ’80 su cui si sono fatti le ossa tutti i grandi nomi dell’informatica di quegli anni. 
  3. Le sole domande sulla libreria pandas di Python (una libreria fondamentale per chi usa Python per l’analisi dei dati) assommano al 3% del totale, le principali librerie per il machine learning (TensorFlow, Keras, PyTorch, scikit-learn, OpenCV, NLTK) fanno un altro 2%, mentre quelle su Django e Flask (le principali librerie Python per lo sviluppo di applicazioni per il web) sono quasi al 2.5% del totale generale. Chiaramente queste domande vengono anche conteggiate come domande relative a Python. 
  4. Perché sì, l’interesse per Julia sembra essere in aumento su StackOverflow, ma parliamo di non più dello 0.16% (1/10 dei valori di Swift) e anche in questo caso i picchi corrispondono al rilascio delle varie versioni del linguaggio. 
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Aggiornare a macOS Monterey

Non sono un early adopter e quindi non ho mai avuto fretta di acquistare l’ultimo prodotto tecnologico. Non è per snobismo, ma piuttosto perché, come succede con le automobili, so per esperienza che i difetti iniziali (quasi) inevitabili di questi prodotti vengono corretti solo dopo la seconda o la terza iterazione.

Si veda l’iPhone che, nonostante la magnifica presentazione di Steve Jobs, all’inizio aveva parecchi limiti ed è diventato lo smartphone che tutti conosciamo ed amiamo solo a partire dalla seconda, o meglio ancora dalla terza generazione, quell’iPhone 3GS che rimane ancora uno dei migliori modelli mai prodotti.

Un vero caso di scuola degli ultimi anni è il Samsung Galaxy Fold, la cui prima versione di fatto non funzionava.1 Ancora più recente è il caso del Lenovo XPS 13 Plus, il cui schermo OLED ha seri problemi di qualità.


Foto di Mariola Grobelska su Unsplash.

I sistemi operativi non sono molto diversi, la frenesia di dover uscire ogni anno con una nuova versione di macOS (ma il discorso vale anche per iOS/iPadOS, per Windows e perfino per le millanta distribuzioni di Linux), produce quasi sempre delle prime versioni abbastanza immature, che vengono affinate solo con gli aggiornamenti successivi.

Non è raro quindi per me aspettare parecchi mesi prima di aggiornare macOS all’ultima versione disponibile, anzi a volte arrivo anche a saltare una o persino due versioni se mi sembra che non ci sia nulla di tanto interessante da meritare lo sforzo dell’aggiornamento.2

Anche macOS Monterey non ha fatto eccezione, per cui ho aspettato un momento tranquillo di metà estate, quasi un anno dopo la presentazione ufficiale, per aggiornare i due MacBook Air di casa all’ultima versione disponibile del sistema operativo per Mac.

Niente da segnalare per l’Air M1, come ci si poteva attendere l’aggiornamento si è concluso senza problemi e il notebook è rimasto scattante come con Big Sur. Peccato solo per lo sfondo, che non ha lo stesso impatto di quello, davvero magnifico, di Big Sur.

Ma la vera sorpresa è stato il vecchio MacBook Air i5 del 2015, sul quale prima dell’aggiornamento girava Mojave, una versione di macOS ormai vecchiotta ma ben rodata ed affidabile.

I commenti trovati in giro per la Rete non erano per niente incoraggianti, quasi tutti sostenevano che con Big Sur l’Air 2015 diventava molto lento e alcuni riportavano perfino problemi più o meno seri di compatibilità hardware, fino all’impossibilità di avviare la macchina. Con Monterey non era diverso, c’era perfino un tale che sosteneva che il suo MacBook Air con SSD da 512 GB e 8 GB di RAM (come il mio) aggiornato a Monterey effettuava il boot 40 volte più lentamente che con Big Sur (bum!) e impiegava una vita per riattivarsi dallo stato di stop.

Quindi prima di aggiornare mi sono preparato al peggio, salvando lo stato della macchina con Time Machine e disconnettendo subito dopo il disco esterno di backup, in modo da poter tornare facilmente a Mojave in caso di problemi.

Invece tutto è andato per il meglio: per evitare un salto generazionale troppo grosso ho aggiornato prima da Mojave a Big Sur e poi da Big Sur a Monterey, e in entrambi i casi il processo è filato via liscio come l’olio e, cosa forse ancora più importante, la performance dell’Air non ne ha risentito. Da quanto ho visto finora, l’unico rallentamento si ha al primo accesso degli utenti non amministratori del sistema (quando ci sono), probabilmente a causa di qualche operazione preliminare di configurazione del nuovo sistema, ma dopo pochi minuti va tutto a posto.

Intendiamoci, l’Air 2015 i5 mostra chiaramente gli anni che ha e le sue prestazioni velocistiche non sono (e non sono mai state) di primo livello. Ma di sicuro non sono peggiorate con Monterey, per cui aggiornare ha senso soprattutto per poter usufruire delle versioni più recenti di parecchie applicazioni interessanti, penso soprattutto alla terna Pages, Numbers e Keynote che Apple continua a migliorare (anche se un po’ troppo lentamente per i miei gusti). Oppure, perdonatemi se cito una applicazione molto specifica ma per me fondamentale, a RStudio, la cui ultima interazione ha davvero una marcia in più.

In realtà, ho aggiornato anche un altro dei miei Mac a Monterey, ma questo voglio raccontarlo in un prossimo articolo.


  1. Non che le versioni successive siano più interessanti — non ho mai capito il senso di un ibrido come il Fold, che vuole essere allo un po’ telefono e un po’ tablet senza far bene nessuna delle due cose e che nonostante ciò costa quanto un iPhone e un iPad messi insieme — ma almeno funzionano! 
  2. L’ho fatto recentemente con Catalina e prima ancora con Sierra e con la coppia Mavericks e Yosemite. Senza dimenticare Lion, che ho usato solo per pochissimi giorni pentendomene subito e saltando, per una volta a piè pari, su Mountain Lion. 
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In prima linea con l’Osborne 1

Il proiettile di mortaio fischiò debolmente nel cielo notturno e si schiantò con un forte crack contro il fianco della collina. Mentre cercavano disperatamente un riparo, una dozzina di guerriglieri islamici con il turbante iniziarono a sparare inutilmente con i loro fucili e le mitragliatrici contro le postazioni delle milizie filorusse sulla cresta della collina. Un altro colpo di mortaio si schiantò sugli alberi a una cinquantina di metri di distanza, interrompendo temporaneamente il suono staccato dei colpi di fucile automatico intorno a noi.
Nel frattempo io, sdraiato sulla schiena, cercavo di calcolare le probabilità che la squadra di mortai sopra di noi mi lanciasse un colpo direttamente in grembo. Mi resi conto che non venivo pagato abbastanza per questo incarico.

Comincia così il reportage del corrispondente di guerra freelance David Kline, pubblicato su Microcomputing di luglio 1982, che racconta la sua esperienza in prima linea a fianco dei mujaheddin che combattevano contro le truppe sovietiche che tre anni prima avevano invaso l’Afganistan.


Sono passati 40 anni e l’articolo appare ancora interessante e degno di lettura. Prima di tutto per le circostanze stesse della guerra: all’epoca gli americani supportavano economicamente e militarmente i mujaheddin in funzione anti Unione Sovietica, una situazione che si è ribaltata dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989 e l’avvento del regime talebano. È piuttosto straniante leggere della collaborazione e perfino della simpatia instauratasi fra il giornalista americano e i combattenti afgani e ripensare agli avvenimenti dell’8 settembre 2001 o al ritorno del regime talebano in Afganistan avvenuto appena un anno fa.

Nell’articolo l’autore preconizza anche un sistema di comunicazione mondiale basato su una rete di telex modificati che avrebbe potuto semplificare enormemente il lavoro sul campo dei giornalisti. Altro che telex, meno di dieci anni dopo sarebbe stato realizzato un sistema di comunicazione globale enormemente più avanzato, che avrebbe stravolto la vita e le abitudini di tutti noi. Ma non possiamo chiedere ad un giornalista che ha il coraggio di documentare gli eventi dalla prima linea di essere anche un esperto di tecnologia, quando all’epoca solo pochissimi studiosi illuminati riuscivano ad immaginare qualcosa di simile a quello che sarebbe stato il World Wide Web.

Molto moderna è la consapevolezza del ruolo che avrebbero svolto i computer portatili una volta diventati abbastanza leggeri e parchi di energia da poter essere usati davvero ovunque e in qualunque condizione immaginabile. Ormai, fra smartphone, tablet e notebook è diventato impensabile usare un computer ancorati solo ed esclusivamente ad una scrivania e ad una presa elettrica (io stesso sto scrivendo queste note con un Macbook Air su un terrazzo a poche decine di metri dal mare).



Fonte: Daves Old Computers – Osborne.

Ma la vera star dell’articolo è l’Osborne 1, il primo computer portatile commerciale della storia, che qui viene usato per la primissima volta per scrivere e trasmettere delle corrispondenze giornalistiche dalla prima linea, o quasi (il quasi è legato alla necessità di avere a disposizione una linea elettrica e un collegamento telefonico fisico).

L’Osborne 1 era un valigione pesante quasi 11 chili con un monitor microscopico da 5 pollici che, non evendo una batteria, poteva funzionare solo collegato ad una presa elettrica. Definire l’Osborne 1 un computer portatile era audace perfino allora, al massimo si può dire che era trasportabile, e pure con una certa fatica. Oggi equivarrebbe ad andarsene in giro con un computer pesante quanto 9 MacBook Air dotato di uno schermo poco più grande di quello di un iPhone SE.

Nonostante queste pesanti (in tutti i sensi!) limitazioni, l’Osborne 1 si rivela un computer molto affidabile, che riesce a resistere alle sollecitazioni e ai maltrattamenti del viaggio, cavandosela solo con qualche ammaccatura e qualche danno estetico.

La preparazione del viaggio è minuziosa, bisogna risolvere un sacco di problemi tecnici e, non potendo interpellare Google, questo significa dover contattare di persona centinaia di tecnici e di esperti di computer e di telecomunicazioni. Alla fine, la missione si svolge nel migliore dei modi, anche grazie all’aiuto costante di uno di questi esperti, che dagli Stati Uniti riesce a risolvere tutti gli intoppi dell’ultimo minuto.


David Kline davanti al suo Osborne 1 mentre trasmette un articolo tramite il modem analogico collegato alla cornetta del telefono. Fonte: Microcomputing, luglio 1982.

L’Osborne 1 supera quindi brillantemente la prova del fuoco e da allora il giornalismo non sarà più lo stesso: via le macchine da scrivere, via i telex e le telefonate intercontinentali, avanti i word processor, i modem e i telefoni satellitari.

E naturalmente avanti con i veri portatili. Peccato che la Osborne nel frattempo fosse scomparsa, uccisa dall’incapacità di reggere al suo stesso successo. Ma l’Osborne 1 rimane comunque una pietra miliare nella storia dell’informatica personale.


Chi volesse approfondire la conoscenza dell’Osborne 1 può leggere prima di tutto questa prova dettagliata, per una volta in italiano, pubblicata su MCmicrocomputer di aprile 1982. L’autore è Marco Marinacci, uno dei monumenti dell’editoria microinformatica italiana.

Interessante anche questa pagina web dedicata all’Osborne 1, non se ne trovano molte in giro e questa ha delle fotografie molto belle. Altrettanto interessante è questo video di The 8-Bit Guy, uno dei migliori canali YouTube di retrocomputing che conosca.

Un po’ lunga ma stimolante questa storia dei primi computer portatili, o meglio dei computer dalle dimensioni di una valigetta, come sarebbe più appropriato definirli.

Da non perdere, infine, un secondo articolo di David Kline per InfoWorld del 15 agosto 1983 dal titolo “I portatili rivoluzionano il giornalismo freelance“, nel quale il nostro corrispondente di guerra mostra quanto la situazione sia cambiata in un solo anno e ribadisce il concetto che la tecnologia avrebbe rivoluzionato il mondo del giornalismo e dell’editoria. Non aveva la più pallida idea di quello che sarebbe successo!

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Portateci i dati!

Non si sa se questa frase, Noi crediamo in Dio. Tutti gli altri devono portarci i dati, sia stata pronunciata veramente da William Edwards Deming, professore di statistica e fondatore dei metodi di analisi della qualità, ma in ogni caso dovrebbe essere appesa nelle aule scolastiche accanto alla foto del Presidente.

Perché anche se in linea di principio tutte le opinioni sono legittime, non è detto che siano tutte ugualmente valide: le opinioni che non si appoggiano su una solida base di dati sono solo aria fritta, non diventano dei fatti solo in virtù della loro esistenza.


Prendiamo i terrapiattisti, quelli che si ostinano contro ogni evidenza ad affermare che la Terra sia una pizza gigantesca e che sia in atto da secoli un grande complotto per nasconderci la “verità”.

Già 2500 fa i greci avevano dimostrato che la Terra era sferica e nel 200 avanti Cristo Eratostene, l’autore del metodo più famoso per individuare i numeri primi, riuscì a calcolarne la circonferenza con un errore minore del 2%. Oggi si può toccare con mano la sfericità della Terra viaggiando in aereo ad alta quota o, più semplicemente, guardando le foto e i video dei satelliti o quelle scattate dagli astronauti dalla Luna (perché sì, sulla Luna ci siamo andati) e dalla Stazione Spaziale Internazionale.

E allora, se i terrapiattisti sono convinti del contrario, ce lo dimostrino con i fatti e non con le chiacchiere, ci facciano vedere i numeri, le equazioni matematiche e i grafici che supportano le loro affermazioni. Altrimenti farebbero meglio a tacere e a farsi una vita al di fuori di YouTube.


E veniamo agli anti-vax, un’altra categoria di scettici che è letteralmente esplosa negli ultimi due anni di pandemia. Una categoria convinta che i vaccini contro il COVID-19 non servano a proteggerci dalla malattia ma piuttosto ad esercitare un controllo globale sulla popolazione mondiale tramite, a giorni alterni, nanoparticelle di grafene, antenne per il 5G, molecole tossiche o cancerogene e chissà che altro.

Gli anti-vax sono quelli che, novelli San Tommaso, pretendono di toccare con mano cosa c’è nel vaccino, ma che al primo mal di testa prendono senza fiatare la pillolina pubblicizzata in TV senza mai chiedersi cosa contiene.

Secondo gli anti-vax i vaccini contengono grafene o altre cose strane? E allora che le cerchino queste nanoparticelle o queste molecole dannose e ci mostrino pubblicamente i loro risultati. Hanno parecchi “medici” e “ricercatori” dalla loro parte — fra di loro c’era persino un noto premio Nobel — non dovrebbe essere difficile analizzare in laboratorio alcune dosi di vaccino e verificare cosa ci sia dentro.

Perché non lo fanno? O invece lo hanno fatto e non ne parlano? Forse perché rivelare il semplice fatto che quello che c’è nel vaccino per il COVID-19 (così come in tutti i vaccini) è innocuo farebbe crollare una narrazione che ha portato un bel po’ di soldi e di popolarità ai leader, lasciando i gonzi che gli vanno dietro privi di una protezione adeguata contro il COVID-19.

Dimenticavo: si può produrre del grafene usando solo una matita e un po’ di nastro adesivo, che è poi esattamente come è stato scoperto. Di conseguenza non sarebbe strano trovare nanoparticelle di grafene un po’ in tutto quello che ci circonda. Preoccuparsi che ci sia nel vaccino è ridicolo.


Ma i più pericolosi di tutti sono i negazionisti del cambiamento climatico, quelli che con la loro ottusità mettono a rischio il futuro dei nostri figli e la sopravvivenza stessa della specie umana.

Il cambiamento globale del clima è un fatto accertato, tutti gli studi (perfino quelli di 50 anni fa!), tutti i modelli, tutte le simulazioni convergono su questo fatto, le uniche differenza sono sull’entità del fenomeno e sui modi per evitarlo (ammesso che si possa ancora farlo).

Ma c’è chi si ostina ancora a negare il riscaldamento climatico prodotto dal CO2, adducendo motivazioni risibili che negano la nuda evidenza dei dati. E allora date una occhiata a cosa è successo nella vostra città natale da quando siete nati ad oggi e a quello che potrebbe succedere nei prossimi anni.

Valgono di più questi dati o le fandonie di qualche negazionista ottuso?

“Non si capisce su quali basi un cantante o un cestista dovrebbero saperne di più di milioni di scienziati […] che hanno dedicato la vita allo studio della loro disciplina, ma così oggi va il mondo.”
Massimo Polidori

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The Pi Hut, o caro!


Fonte: Pixabay.

La Brexit sta causando danni enormi all’economia del Regno Unito: l’inflazione è alle stelle, la fiducia dei consumatori è crollata ai minimi degli ultimi 50 anni e tanti settori produttivi che andavano avanti grazie ai lavoratori stranieri ora non trovano manodopera nemmeno a cercarla con il lanternino. Perfino il business delle vacanze studio in Inghilterra è in crisi! C’è stato il COVID, è vero, ma rispetto agli altri stati europei la Gran Bretagna sembra cavarsela peggio.


Ma se gli inglesi hanno voluto tornare a rinchiudersi nella loro isola fra l’Atlantico e il Mare del Nord, a noi che importa? Ci importa invece, perché oltre a tanti altri fastidi come la necessità del passaporto per andare in Gran Bretagna, con la Brexit è diventato molto meno conveniente per i cittadini europei comprare da un negozio online con sede in UK. Ne so qualcosa io stesso, che dopo mesi e mesi di attesa sono riuscito a trovare un Raspberry Pi su The Pi Hut, uno dei più importanti negozi online per maker con sede nel sud dell’Inghilterra.

Non era il potente Raspberry Pi 4 da 8 GB che vorrei comprare da tempo, ma solo il Raspberry Pi 400 che, con la sua tastiera integrata e i connettori posteriori sembra in tutto e per tutto un Commodore 64 rimodernato, ma sempre meglio di niente.

I pezzi disponibili erano pochissimi, per cui mi sono precipitato a prenderne uno, aggiungendo già che c’ero qualche accessorio extra. Totale 80 sterline (circa 96 euro), più 12 sterline (14 euro) di spese di spedizione via DHL. Avevo già fatto degli acquisti su The Pi Hut e tutto era sempre filato via liscio. La sorpresa c’è stata una settimana dopo all’arrivo del corriere (eh sì, ci vuole una settimana per DHL per consegnare un pacchetto dall’Inghilterra), che chiedeva altri 35 euro di IVA e spese doganali.

Alla fine il tutto è costato circa 145 euro, non male visto che, se il Raspberry Pi 400 fosse disponibile in Italia (ad esempio qui oppure qui), costerebbe 80 euro IVA compresa, più una decina di euro di spese di spedizione. Aggiungendo i 25 euro degli accessori saremmo sempre a 115 euro, ben 30 euro in meno di quanto l’ho pagato io.


La colpa è solo mia che per la fretta non ho controllato con attenzione l’importo delle spese extra prima di completare l’ordine. Ma è anche vero che The Pi Hut ci mette parecchio del suo, usando gli euro quando si inseriscono i prodotti nel carrello, ma passando alle sterline al momento di effettuare l’ordine, per cui non è facile accorgersi che l’IVA viene scorporata al momento dell’ordine per tutte le spedizioni al di fuori della Gran Bretagna. Se a questo si aggiunge il fatto che la scritta “IVA Inclusa” appare e scompare sui prodotti a seconda della valuta selezionata, la possibilità di un errore aumenta parecchio.

Anche le spese di dogana sono molto evanescenti. The Pi Hut avvisa in caratteri piuttosto piccoli che il cliente potrebbe doverle pagare, ma non ne fa nessuna stima quantitativa. Non è certo la prima volta che compro online da paesi non UE, e persino dagli USA non mi ricordo di disguidi di questo tipo. Lasciamo perdere cosa succede se si compra su Banggood o AliExpress e simili che, anche se spediscono dalla Cina o da Hong Kong, mostrano sempre il prezzo finale compreso di IVA e, almeno per quanto mi riguarda, non hanno mai addebitato spese doganali di alcun genere.


La morale della storia è evidente: fate attenzione quando comprate da un negozio online inglese, potreste scottarvi come è successo a me. Da parte mia ho ancora qualche giorno per decidere se rimandare indietro il Pi 400, in fondo era solo un sostituto del Raspberry Pi 4 che mi serviva davvero e tutto sommato non mi pare che valga il prezzo pagato.

È molto probabile che The Pi Hut, come tutti i negozi online britannici, stia perdendo parecchi clienti, ed è un vero peccato, perché rimane un sito affidabile (a perte i prezzi ballerini di cui ho detto) e ben fornito. Ma la colpa è solo della scarsa preveggenza dei cittadini britannici e della politica isolazionista del loro ex-governo, che è tornato ad isolare la Gran Bretagna dal continente europeo più e peggio della famosa nebbia sulla Manica.

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