Fluor: addomesticare la doppia personalità dei tasti funzione del Mac

Non l’ho (ancora) provata ma se funziona bene come sembra, può essere un modo per usare, finalmente!, i tasti funzione per cose più utili di cambiare il volume o la luminosità del Mac.

Dimenticavo, l’articolo originale lo potete leggere su MArCh, un bel blog che racconta le “esperienze di un architetto freelance nell’uso di un computer Mac in ambito lavorativo“. Da seguire, anche se non si è architetti.

MArCh

F8 ed F10 sono i tasti funzione che uso di più disegnando con il CAD: il primo permette l’abilitazione/disabilitazione del vincolo ortogonale del cursore mentre il secondo permette l’abilitazione/disabilitazione del vincolo polare del cursore.

Usando un portatile Apple, per poterli sfruttare con il CAD, bisogna premere prima il tasto fn affichè i tasti funzione lavorino in modalità standard: normalmente F8 è il tasto Play/Pausa ed F10 è il muto.

Per far funzionare sempre i tasti funzione in modalità standard basta semplicemente spuntare la relativa casella nelle Preferenze di sistema del pannello Tastiera, ma risulta un po’ scomodo abilitarlo solo quando uso il CAD e disabiitarlo quando ho finito di lavorarci.

Fluor è l’applicazione che permette di non premere il tasto fn per abilitare il tasto funzione standard quando si usa solo il CAD.

Ma non solo: si può scegliere che tipo di funzionamento impostare per i tasti funzione in…

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Linux per tutti i giorni

Qualche giorno fa una bella domanda di andy69 su QuickLook mi ha stimolato ad elencare quelle che, secondo me, sono le distribuzioni di Linux più adatte per la vita di tutti i giorni.

L’argomento mi interessa parecchio e ho pensato di riprenderlo e di estenderlo un po’ in questo articolo.

Tante distribuzioni, troppe distribuzioni

Le distribuzioni di Linux sono troppe. E sono quasi tutte inutili, semplici rimasticature delle distribuzioni maggiori.

Ho cercato su Distrowatch le distribuzioni che contengono una qualunque versione di bash (se manca bash che distribuzione è?) e sono venute fuori ben 759 distribuzioni diverse, di cui solo ben 266 attive. Con tar (idem) i risultati sono simili: ci sono 751 distribuzioni che lo contengono, di cui 263 sono attive.1

Di queste alcune sono iper-specializzate, vedi Fermi Linux, sviluppata al FermiLab, il concorrente USA del CERN. Oppure GParted Live e Clonezilla, che servono a partizionare o produrre immagini complete di backup del disco rigido, e openmediavault, una distribuzione specifica per i sistemi NAS.

Ma il mondo ha veramente bisogno di Linux Mangaka, Korora Project, wattOS, o di Voyager Live?

Del resto uno dei problemi della mancata affermazione di Linux sul Desktop è proprio la eccessiva frammentazione della piattaforma:2 gli utenti sono confusi e non sanno che distribuzione scegliere, per gli sviluppatori è ancora peggio perché già supportare solo le distribuzioni maggiori è un grattacapo non da poco.

E allora facciamo un po’ di spazio e vediamo quali sono le migliori distribuzioni di Linux, intendendo con questa espressione le distribuzioni veramente utili, adatte all’utente che voglia usare Linux al posto di Windows o di (non si sa mai!) macOS/OS X per il suo lavoro di tutti i giorni, ma che sappia poco o nulla di sviluppo del software o di amministrazione dei sistemi operativi.

Quali distribuzioni?

Cercare di stabilire quali siano le migliori distribuzioni di Linux significa scatenare una guerra di religione peggiore della grande guerra fra Commodoriani e Sinclairisti, durata per gran parte degli anni ’80.

Però, anche se non è il caso di parlare di distribuzioni migliori o peggiori in assoluto (dipende moltissimo dall’uso finale, un desktop ha richieste ben diverse da quelle di un server o di un NAS ), si può provare ad elencare quelle più adatte per essere usate ogni giorno dagli utenti che vogliano lavorare con Linux e non pasticciare continuamente con il sistema.

Tutte opinioni personali, sia ben chiaro, decine di altri articoli su carta e su web presentano le cose in modo ben diverso.

Debian

Dal mio punto di vista non c’è storia, la distribuzione Linux che preferisco in assoluto è Debian. Uso Debian dal 1997, l’ho installata per la prima volta sul mio Compaq 386 portatile caricando pazientemente decine di floppy disk e aggiustando a mano le modeline dello schermo.

Debian ha parecchie asprezze iniziali e un po’ di fissazioni sul software installato di default. Ma una volta attivata la sezione non-free, che consente fra l’altro di installare i driver specifici per la propria scheda grafica (avere una scheda grafica di qualità ed usarla con i driver generici è una vera assurdità) e dopo essersi documentati un po’ in rete sugli aspetti più ostici, gli aspetti positivi di Debian vengono fuori alla grande.

Su tutti la facilità di installazione del software: per questo non c’è sistema migliore di Debian, nemmeno l’App Store arriva allo stesso livello di comodità d’uso.

Anzi, il concetto stesso di App Store centralizzato è stato inventato proprio da Debian: tutti i pacchetti software (package) accettati nella distribuzione sono disponibili negli archivi (repository) ufficiali, non c’è bisogno di andarli a cercare qui a là per la rete come succede purtroppo con RedHat e derivate (vedi sotto). Tanto per dare una idea, in questo momento in Debian ci sono oltre 40.000 package disponibili, che soddisfano praticamente tutte le necessità degli utenti.3

Una volta selezionato un package per l’installazione, il sistema di gestione dei pacchetti apt è in grado di selezionare ed installare automaticamente tutte le dipendenze, cioè i pacchetti e le librerie da cui il package selezionato dipende.

Ormai anche in Linux si sta affermando un metodo diverso di distribuzione del software, con il quale tutte le librerie e i file accessori vengono inglobate nel pacchetto principale (bundle), lo stesso meccanismo che esiste da sempre in Mac OS X (e prima in NeXTSTEP). Ma vent’anni fa lo spazio sugli hard-disk non era abbondante come oggi ed il meccanismo messo a punto da Debian riusciva a trovare un buon equilibrio fra lo spazio occupato sul disco rigido e la facilità d’uso. Non è certo un caso che alla fine quasi tutte le distribuzioni concorrenti l’abbiano adottato.

Linux Mint

Il difetto principale di Debian è anche il suo pregio (per chi lo apprezza): bisogna configurare quasi da zero il proprio sistema, scegliendo in fase di installazione cosa farà la macchina e di conseguenza la base software da installare (che si può estendere facilmente in seguito). Anche l’aspetto grafico va definito praticamente a mano, scegliendo il tema grafico, lo sfondo, le icone, fra le migliaia e migliaia di opzioni disponibili.

Tutto ciò è molto flessibile per chi sa come muoversi, ma contribuisce anche a disorientare l’utente alle prime armi.

Linux Mint è un buon compromesso: base derivata da Debian (e perfettamente compatibile con la distribuzione principale), ma tema grafico ben definito e piuttosto accattivante, anche per chi è abituato al Mac. Non chiedetemi però la differenza fra le versioni “Cinnammon” e “MATE” di Mint, perché non me la ricordo mai. La versione “Xfce” va bene per chi vuole ridurre il peso del sistema grafico sul proprio computer, mentre la “KDE” va bene per chi vuol farsi male da solo.

Ubuntu

Ubuntu è una derivazione di Debian, che in pochi anni è diventata la distribuzione più diffusa di Linux.

All’inizio era una vera bomba, l’ho usata e consigliata parecchio, mi sono perfino registrato per ricevere i CD/DVD delle nuove release che distribuivo a chiunque mi capitasse a tiro (parliamo di tempi in cui scaricare un intero CD o peggio un DVD dalla rete era una impresa preclusa a chi aveva solo una connessione via modem alla rete).

Poi Ubuntu è cresciuta, forse troppo ed ha perso il suo smalto. Aggiornare Ubuntu da una release all’altra è una impresa quasi impossibile (o almeno, è una impresa che porta un sacco di grattacapi) e anche il fatto di promettere da anni innovazioni strepitose che poi non si concretizzano mai (leggi Wayland prima e Mir poi, i server grafici che avrebbero dovuto rimpiazzare il venerando X, attesi dal lontano 2010 e non ancora diventati realmente usabili, o Ubuntu Phone che ha fatto più o meno la fine del corrispettivo Microsoft).

openSUSE

A parte Debian, l’altra distribuzione che mi è sempre piaciuta è SuSE Linux o meglio, come si chiama oggi la versione desktop, openSUSE. Una distribuzione tedesca, precisa e rigorosa come chi l’ha sviluppata, la prima che ha sviluppato uno strumento integrato di configurazione e di gestione di tutto il sistema operativo. Anche l’installatore qualche anno fa era avanti anni luce rispetto alle altre distribuzioni.

Non la uso, se non occasionalmente, da parecchio perché ha qualche problema con Parallels, che è ormai lo strumento principale con cui uso Linux oggi (vediamo se con la beta di quest’anno si riesce a migliorarne il supporto).

Potrebbe essere interessante provarla con la versione Lite di Parallels, che viene distribuita gratuitamente da qualche giorno sull’App Store.4

RedHat, Fedora, CentOS?

Non voglio parlare qui di RedHat e derivate, come Fedora e CentOS. Non mi sono mai piaciute e quindi non le uso. Ci ho provato ogni tanto con RedHat, ma ho sempre lasciato perdere.

Uso ogni tanto su un server una versione specifica di CentOS, richiesta dal software scientifico professionale (e piuttosto costoso) che ci gira sopra. E ogni volta che lo faccio mi chiedo come si faccia ad avere la pazienza di andare a cercare per ogni dove i pacchetti software che servono. Forse è colpa mia che non so gestire al meglio questo tipo di distribuzioni.

Pixel

Se avete un vecchio computer a cui dare nuova vita, Pixel è la distribuzione che fa per voi. Pixel è una distribuzione sviluppata originariamente per il Raspberry Pi — il microcomputer a bassissimo costo tanto popolare fra chi vuole riuscire a mettere le mani dentro un computer e fargli fare le cose più impensate e impensabili — ed è stato poi portato ai computer con processore Intel.

Pixel gira molto bene sui Raspberry Pi più recenti, e a maggior ragione può andare a pennello per il vecchio portatile buttato in cantina a prendere polvere, che è a priori molto più potente di un qualunque Raspberry Pi.

Un discorso analogo vale per Elementary OS, per il quale esiste un progetto dedicato specificatamente ad installarlo sul Mac, in parallelo a macOS/OS X. Interessante questo racconto dell’esperienza di un utente Mac, deluso dalle ultime novità hardware prodotte da Apple.

FreBSD

FreeBSD non è Linux, ma rappresenta la base UNIX originale su cui si fonda macOS/OS X. Di conseguenza può essere un’ottima alternativa a Linux per chi usa il Mac. In pratica, le differenze fra FreeBSD e Linux sono minime (o quasi) e spesso comprensibili solo a chi è particolarmente competente di sistemi operativi e sviluppo del software. Lo stesso vale per i tanti derivati di FreeBSD, fra cui non si possono non menzionare NetBSD, che gira praticamente ovunque o OpenBSD, particolarmente focalizzato sulla sicurezza).

Stabile o instabile?

Nessun dubbio su questo: chi vuole iniziare ad usare Linux deve scegliere la versione stabile di Debian (o di qualunque altra distribuzione), lasciando le versioni di test o peggio quelle instabili (chiamate sempre e non a caso “sid” su Debian)5 per il futuro, quando si avrà più esperienza e pratica con Linux. È meno divertente ma di sicuro è molto più conveniente.

Per uno sviluppatore anche sid può andare bene come distribuzione da usare tutti i giorni, e spesso è più stabile di tanti altri sistemi operativi, ma il solo fatto di dover aggiornare decine e decine di pacchetti ogni giorno non è di certo una cosa adatta all’utente normale, che voglia usare il proprio computer per lavorare e non per giocare con il sistema (cosa peraltro bellissima per chi lo sa fare).

Conclusioni

Linux può essere una bella esperienza anche per un utente Apple. Si può installare senza troppi problemi sul proprio Mac, in parallelo a macOS/OS X. Si può installare in una macchina virtuale gestita da VirtualBox (gratuito) oppure da Parallels o VMWare Fusion (a pagamento, ma c’è anche la versione Lite di parallels citata prima), senza toccare nulla sul Mac. O si può usare per far rivivere un vecchio Mac lasciato in un angolo, persino un modello con processore PPC su cui può girare al massimo Leopard.

E non c’è niente di meglio per far rivivere un vecchio Netbook, macchine popolarissime dieci anni fa, nate con Linux ma uccise dalla Microsoft dell’era Ballmer, che pretendeva di farci girare Windows pur con limitazioni hardware tanto stringenti quanto assurde.


  1. Sarei proprio curioso di sapere quali distribuzioni non contengono bash o tar e perché. 
  2. Il discorso vale più o meno negli stessi termini anche per Android. 
  3. Come se non bastasse, ci sono ulteriori repository non ufficiali, che soddisfano necessità più specifiche e che possono essere aggiunti facilmente alla lista dei repository standard. 
  4. Purtroppo con Parallels (ma anche con VMware se è per questo), il vero scoglio non è tanto installare la distribuzione quanto installare i tool di supporto specifici dell’emulatore, che servono a migliorare l’interazione fra il Mac e la macchina virtuale. 
  5. I nomi delle distribuzioni Debian sono tratti tutti da Toy Story (film straordinario); Sid è il ragazzino cattivo che distrugge i giocattoli per il puro piacere di farlo. 
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Mappe mentali

Come ho già scritto, non uso molto i programmi di mappe mentali, ma il commento di Federico Morchio (aka frix) all’articolo dedicato all’inutile Workflow Visualizer è troppo ghiotto per non promuoverlo ad articolo completo.

Io mi sono limitato solo alle figure, provando a realizzare la stessa mappa mentale con i programmi che uso, Scapple e Simple Mind Free. Tutto sommato mi piace di più quella fatta con Scapple, ma vediamo cosa ne pensate.

Ma ora lascio la parola a Federico.


Per le mappe a mio avviso ci sono diverse eccellenti applicazioni (mi limito ad evidenziarne alcune di quelle che ho provato).

iThoughts. Compatibile con Marked2, esporta/importa la in markdown. Ottima integrazione con iOS via dropbox o, meglio, iCloud. Selezioni la nota e ha la possibilità di scivere in una finestra appostita (che io tengo affiancata in verticale, ma potresti metterla sopra, orizzontale ecc…). Ti puoi fare il tema di visualizzazione… and so on. Grandioso. Vale ogni centesimo che spendi.

Omnigraffle. Di fatto è anche un software di disegno (semplice) vettoriale. Costa un po’. Fa moltissime cose. Meno pratico e veloce e più complesso di iThoughts.

Tinderbox. In questi giorni è uscita la versione 7. Demo completamente funzionante fino a 30 nodi, spesso sufficienti. Molto costoso. Anche qui associ una finestra di testo esteso al nodo. Le rules e le actions sono utilissime. Gli agents una manna se vuoi usare le note come una sorta di database di ciò che annoti. In un certo senso è come se taggassi le note e te le ritrovi organizzate. Se hai la testa e qualche nozione di programmazione (ma io sono alla base di questa catena alimentare) puoi fare molto.

MindMeister. Mappa mentale classica ma collaborativa. Graficamente e operativamente interessante. IL limite, per me, è che non puoi associare testo al nodo (come in iThoughts e Tinderbox).

Da qua in poi entri nel mondo delle mappe classiche e, a mio modo di vedere, sei incappato nelle meno interessanti.

Scapple. È interessante ma è veramente solo un immenso foglio virtuale entro cui ti appunti cose che puoi o meno collegare. Spartano ma efficace. Solito problema, per me, i nodi non hanno una finestra per un testo di approfondimento. Va bene per buttare giù le idee.


Figura 1. Mappa mentale realizzata con Scapple. Non è un gran che dal punto di vista grafico, ma si possono creare relazioni multiple (e anche inserire nodi isolati).

Il mio preferito è iThoughts che coniuga esigenze di mind-mapping veloce con possiblità di approfondimento e utilizzo per studio. Con il focus e la funzione video può davvero andare oltre…

Ho un rapporto strano con Tinderbox. Mi piace molto ma alla fine c’è sempre qualcosa che mi frena nell’usarlo troppo, forse è troppo complesso per me. Però, pur essendo un formato proprietario ti lascia esportare in html e xml, sicché, come dice la sua pubblicità, i dati sono i tuoi (se riesci a gestirli in quei formati, aggiungo io)

Non ho dimenticato FreeMind. Lo tengo per ultimo, una scelta ovvia (opensource) ed interessante. Soprattutto per avvicinarsi all’argomento e lavorare da subito.


Federico non parla di SimpleMind Free che io uso ogni tanto, forse solo perché è molto comoda da installare dall’App Store. Niente di che. Mappe carine e molto colorate, però aggiungere nuovi nodi o modificare il testo dei nodi già esistenti è molto più fastidioso che con Scapple. Non si possono nemmeno creare collegamenti multipli. Può essere utile per creare schemi semplici, da inserire in documenti di testo e presentazioni.


Figura 2. La stessa mappa mentale, questa volta realizzata con SimpleMind Free. Molto più colorata ma anche più rigida di Scapple.

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Workflow Visualizer, quando la pubblicità è asfissiante

Non sono un fanatico delle mappe mentali, ma ogni tanto le uso per buttare giù rapidamente qualche idea da sviluppare poi in modo più convenzionale.

In questi casi uso XMind, la versione gratuita è più che sufficiente per le mie esigenze, o Scapple, un ottimo prodotto sviluppato dalla stessa software house di Scrivener, uno dei migliori strumenti di scrittura che ci siano sul Mac (e su Windows).

Ma ieri volevo provare qualcosa di nuovo e ho fatto un giretto sull’App Store per vedere se c’era qualche nuova applicazione interessante di mind mapping, più che altro una scusa per raccogliere un po’ le idee.

Pochi click e ho installato tre o quattro applicazioni gratuite, quasi tutte versioni di prova delle applicazioni complete acquistabili con il solito meccanismo in-app.

Fra queste ce n’era una dal titolo altisonante, Workflow Visualizer – MindMap Master, il Maestro delle Mappe Mentali, nemmeno troppo accattivante dal punto di vista grafico, come è evidente guardando le immagini sull’App Store.

Non so bene perché ma l’ho scaricata lo stesso. E ho fatto bene, perché in cambio di dieci minuti del mio tempo ho avuto a che fare con una delle applicazioni più insulse e irritanti che possano essere concepite.

Il modello di acquisto in-app funziona più o meno così: lo sviluppatore mette sull’App Store una applicazione completa ma con qualche limitazione più o meno forte, dando modo agli utenti di provare liberamente le funzioni base del programma e di sbloccare eventualmente le funzionalità aggiuntive senza dover reinstallare tutto da zero. In alcuni casi ci sono livelli diversi di acquisto, che attivano funzioni via via più avanzate.

Workflow Visualizer è una di queste: la installi gratis dall’App Store, la provi e se ti piace acquisti direttamente da lì la versione completa.

Tutto questo in teoria, perché in realtà Workflow Visualizer ha tanta di quella pubblicità che non riesci nemmeno a provarla senza farti venire una crisi di nervi. Come potrebbe mai venirti voglia di spendere soldi per la versione completa è un vero mistero.

Ad ogni avvio di Workflow Visualizer c’è una attesa di 20 secondi, con uno spot che ti propone di rimuovere la pubblicità, al costo di 9.99 euro, o di acquistare iMap Builder Pro, una “semplice applicazione fatta apposta per mettere ordine nei tuoi pensieri, raggruppare le idee e farne una chiara mappa mentale“, che dovrebbe essere una versione più completa e professionale di Workflow Visualizer. Non posso saperlo, ogni volta che provo a lanciarla va immediatamente in crash, e comunque per 29.99 euro ci si aspetterebbe molto di più.

Finestra di avvio di Workflow Visualizer

Acquisto in-app

Spot pubblicitario

Ma lo spot iniziale non basta, la finestra principale di Workflow Visualizer mostra in continuazione un banner pubblicitario animato molto invasivo, che fa di tutto per distrarre da quello che stai facendo. Ovviamente il banner non si può chiudere, anche se l’icona con la “X” farebbe pensare il contrario. Se ci si clicca sopra, tenta di farti inserire la password dell’App Store, probabilmente per farti comprare (senza nemmeno avvisarti?) l’applicazione senza pubblicità o magari perfino iMap Builder Pro (io non ho provato ad inserire la mia password, se devo buttare i miei soldi preferisco scegliere qualcosa di meglio).

Se dopo tutto questo si prova ad usare Workflow Visualizer, ci si accorge che non è un programma di mind mapping ma piuttosto una banale applicazione che mette qualche disegnino colorato sullo schermo, senza creare le relazioni dinamiche fra i diversi elementi che sono tipiche dei programmi di mappe mentali. Altro che il Maestro delle Mappe Mentali!

Finestra di lavoro di Workflow Visualizer

A questo punto è perfino inutile notare che i disegnini sono rozzi, che non si possono ridimensionare o ruotare e non ci si può nemmeno scrivere dentro (le scritte sono indipendenti dal disegno), tutte cose normalissime per le applicazioni di questo tipo.

Però allo sviluppatore non bastava produrre una cosa così insulsa, ha pure pensato di interrompere il lavoro ogni due minuti (non esagero, l’ho cronometrato) con lo stesso spot visto all’inizio, forse confidando nel fatto che nessuno è in grado di reggere due minuti filati di uso di questo abominio di programma.1

Dimenticavo: lo spot pubblicitario si interrompe appena si mette il programma in secondo piano, per cui bisogna sciropparselo tutto ogni volta se si vuole continuare (chissà perché) ad usare Workflow Visualizer.

Che dire? Workflow Visualizer è così irritante (e sconcertante) da chiedersi cosa stesse pensando (o fumando) lo sviluppatore quando lo ha concepito. Perché nessuno può essere invogliato a comprare Workflow Visualizer (o iMap Builder Pro o qualunque altro prodotto di questa software house) dopo averlo provato.

Ma forse non è così. Perché è probabile che il vero business si basi sugli incauti che cliccano sulla “X” per chiudere il banner pubblicitario e si ritrovano con con una decina (o più) di euro in meno nel portafogli. Oppure su quelli che, infastiditi dalla pubblicità, provano a cliccare sul tasto che offre di rimuoverla e si ritrovano più poveri ma altrettanto insoddisfatti.

Basta guardare sul sito web di New Technologies per accorgersi che questa software house produce solo applicazioni scam, truffaldine, prodotti scopiazzati e tutti uguali fra loro, dove magari cambiano solo le icone. Una pratica che Apple dovrebbe stroncare con decisione al più presto.

Ovviamente Workflow Visualizer non è già più sul mio Mac, sono stato molto attento a cancellare qualunque traccia della sua immonda presenza dal mio hard-disk. Ho fatto lo stesso con “iMap Builder Business Edition” e “Oh! My Mind Mapping 2”, due altre applicazioni gratuite di Mind Mapping di New Technologies, che vanno in crash appena lanciate.

State lontani dai prodotti di New Technologies. Se una piccola sofware house come questa ha ben 193 applicazioni diverse sull’App Store, c’è di sicuro qualcosa che non va.


  1. Non ci sono riuscito nemmeno io, me ne sono accorto solo perché sono passato a fare dell’altro e al ritorno ho trovato lo spot che mi aspettava. 
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Setapp: oltre l’App Store?

Di Setapp ho già parlato un paio di mesi fa. Per chi non lo sapesse, Setapp è un sistema di distribuzione delle applicazioni per macOS (e OS X, per chi come me non ha ancora aggiornato a Sierra) basato sul modello ad abbonamento reso popolare da Netflix, Spotify o Apple Music per i film, le serie TV o i brani musicali.

I vantaggi di questi servizi sono innegabili: con pochi euro di abbonamento mensile si può guardare o ascoltare senza limiti tutto ciò che il servizio mette a disposizione tramite un qualunque computer, tablet o smartphone su cui sia installata l’app dedicata, oppure direttamente nel browser web.

Teoria e pratica

Setapp estende questo approccio al software: pagando 9.99 (più IVA) dollari al mese si ha il diritto di scaricare ed usare senza limiti sul proprio Mac tutte le applicazioni distribuite dal servizio.

In teoria un’ottima idea, anche perché le applicazioni disponibili sono quasi tutte utili e di buona qualità, in particolare Yummy FTP Pro, XMind, Ulysses, Hype, Blogo, Findings, iStat Menus, Rapid Weaver, Manuscripts, Marked, e ne ho dimenticato di sicuro più di una.

Ma in pratica? In pratica non mi sembra che finora la cosa funzioni più di tanto. Quando ne ho scritto a metà dicembre, Setapp era in beta e comprendeva una cinquantina di applicazioni. A fine gennaio la beta è finita e il programma è stato distribuito ufficialmente, con un mese di prova gratuita (che per me scade proprio oggi). Quanti programmi ci sono a disposizione in questo momento? Appena 65, in due mesi non mi sembra che ci sia stato un grosso passo avanti.

Invece il modello ad abbonamento funziona se c’è una buona disponibilità — di film, di brani musicali, di software — altrimenti diventa conveniente comprare una volta per tutte quello di cui si ha bisogno.

Tanto più che chi usa il Mac da tempo probabilmente possiede già più di una delle applicazioni distribuite da Setapp, o applicazioni analoghe.

Mi serve?

Nel mio caso ho già (legalmente) quasi tutte le applicazioni di Setapp che mi interessano: Yummy FTP Pro e Marked che uso moltissimo, Blogo che ho comprato con qualche offerta sull’App Store, Rapid Weaver, Squash e Focused che mi sono stati regalati come beta tester e blogger, Numi e Hype, comprati con qualche bundle ma usati poco (il primo) o nulla (il secondo).1

Per il resto, al posto di PDF Squeezer presente in Setapp uso da anni con molta soddisfazione PDF Toolkit+ (due euro ben spesi!), lo stesso per Diagrammix al posto di iThoughtsX o di XMind (e comunque non amo troppo le mappe mentali), per A Better Finder Rename al posto di Renamer o per Money di Jumsoft invece di MoneyWiz.

Alla fine mi rimangono solo due o tre applicazioni interessanti: iStat Menus su tutte, di cui posseggo una vecchia versione, Manuscripts e (forse!) Ulysses e Findings. Di sicuro mi conviene comprarle piuttosto che affittarle.

Naturalmente chi ha meno disponibilità di software o usa il Mac da meno tempo la penserà in modo diametralmente opposto e potrebbe trovare molto più conveniente la formula dell’affitto mensile rispetto all’acquisto di ciascun pacchetto software, con la relativa e noiosissima gestione manuale di licenze e aggiornamenti.

Addio, o meglio arrivederci

Da domani, finita la beta e il mese di prova gratuita, Setapp non sarà più attivo sul mio Mac. Mi dispiace un po’, mi ero abituato ai suoi annunci periodici (pochi in verità) dei nuovi pacchetti software disponibili. Ma non proseguirò con l’abbonamento mensile perché, dopo più di due mesi di uso abbastanza light di Setapp, la prima impressione è rimasta intatta.

Setapp può essere molto utile per un neofita del Mac o per chi non dispone di un parco software consistente, perché mette a disposizione ad un prezzo ragionevole una serie di applicazioni di qualità — anche quelle più invasive non permesse dall’App Store ufficiale di Apple — installabili comodamente con un semplice click.

Ma per chi ha già anni e anni di Mac alle spalle o per chi non si fa troppi problemi ad installare il software a mano, il numero di applicazioni distribuite in questo momento con Setapp è troppo limitato per essere utile.

Bisogna vedere cosa accadrà nei prossimi mesi: se MacPaw, la software house che ha sviluppato Setapp, riuscirà a coinvolgere nell’iniziativa altre aziende importanti e ad allargare a sufficienza il parco software disponibile, Setapp potrebbe diventare un prodotto interessante anche per gli utenti più avanzati. Se non ci riesce, temo che Setapp sia destinato rapidamente all’irrilevanza e al dimenticatoio.


  1. I bundle sono in genere molto convenienti, purtroppo però arriva tanta di quella roba tutta insieme che perdi una giornata solo a scaricare i file, salvare i serial number, installare le applicazioni, e poi sei troppo stremato per aver anche voglia di provarle. 
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