Da melabit a melabit: la scelta dell’hosting

Dopo l’introduzione generale di un mese fa (è già passato un mese!), eccoci subito a quello che forse è il passo più difficile della transizione, la scelta del servizio di hosting. Nella maggior parte dei casi, per avere una presenza su internet dobbiamo appoggiarci ad una azienda (provider) che ci mette a disposizione il server che ospita il sito (il servizio di hosting propriamente detto) e tutta l’infrastruttura hardware e software che rende raggiungibile il sito attraverso internet.

Ho letto da qualche parte che scegliere un servizio di hosting è come sposarsi: bisogna scegliere il partner, stabilire una relazione e sperare che duri nel tempo. E come nel matrimonio, separarsi non è mai facile né privo di conseguenze negative. Non so quanto sia vera la parte riguardante la separazione (dal provider), ma posso testimoniare che la semplice scelta del servizio-partner si è dimostrata molto più complicata di quanto potessi immaginare. Ho pensato quindi di elencare le linee guida che ho seguito per la scelta, sperando che possano essere utili anche a qualcun’altro.

Prima di iniziare un piccolo disclaimer: questi consigli sono adatti a chi voglia mettere su un blog o un sito web per un professionista o una piccola azienda, magari anche un piccolo sito di commercio elettronico. Chi ha bisogno di gestire un sito web di livello superiore farà meglio a rivolgersi altrove, i principi di base sono più o meno sempre gli stessi ma cambia parecchio il peso che si da ai vari fattori. E poi, è più che probabile che in questi casi non vi basti più un normale servizio di hosting condiviso (shared hosting) ma che abbiate bisogno di un server virtuale privato (VPS) o perfino di un server “fisico” vero e proprio (dedicated hosting).

Su internet le guide alla scelta dell’hosting non mancano, purtroppo per la maggior parte non sono altro che degli spot pubblicitari per questo o quel provider. Fra tutte quelle a cui ho dato una occhiata, l’unica che mi sento di consigliare è questa guida di SitePoint: c’è anche qui un po’ di pubblicità, ma almeno quelli di SitePoint lo ammettono onestamente.

Avere pazienza. Non sto scherzando, è una cosa fondamentale. I provider che forniscono servizio di hosting sono centinaia, se non migliaia (nel mondo). Ognuno di loro a parole fornisce un servizio esemplare, una assistenza immediata, un prezzo stracciato. Nella maggior parte dei casi sono balle o perlomeno affermazioni piuttosto esagerate. Di conseguenza dovete rassegnarvi a navigare a lungo in rete, per cercare di capire cosa offrono (e soprattutto non offrono) i vari provider e se le varie offerte vi danno quello che vi serve veramente.

Niente è per sempre. Niente è per sempre, soprattutto su internet. Un certo numero di aziende nascono, crescono e prosperano. Ma tante di più chiudono malamente dopo pochi anni. Come potete fidarvi di provider semisconosciuti che offrono servizi di hosting a vita, da pagare ovviamente sempre in anticipo, magari allettandovi con lo zuccherino di uno sconto mai visto?

Provare il servizio. Sono invece molto interessanti i provider che offrono pagamenti su base mensile o bimestrale. Si spende di più, è vero, ma si può provare direttamente la qualità del servizio offerto. E dopo un mese o due di prova sul campo, potrete decidere a ragion veduta se rimanere con quel provider passando ad una tariffazione annuale o se cambiare aria in cerca di qualcosa di meglio. E poi, se un provider decide di copiare Netflix e di farsi pagare ogni mese, secondo me sa il fatto suo ed è sicuro che il servizio che offre non fa fuggire i clienti dopo i primi trenta giorni. Proprio come Netflix.

Tenere i piedi per terra. Forse è una banalità, ma prima di scegliere questo o quel contratto bisogna fare due conti e valutare quanto spazio occuperà il vostro sito (oggi e nei prossimi anni). Con “spazio” intendo proprio lo spazio occupato sul disco rigido del server dai testi, dalle immagini e magari dai documenti allegati nonché, se usiamo un CMS dinamico come WordPress, Drupal o, Dio ce ne scampi!, Joomla, dal database associato. Altrettanto importante è valutare il numero di utenti che visiteranno il sito. Inutile acquistare un servizio di hosting con spazio su disco “infinito” e banda di traferimento dati altrettanto “infinita” se poi non vi serve. A parte che l’infinito qui non esiste, a che vi serve tutto questo spazio se oggi avete solo dieci pagine e cento visitatori al giorno? Meglio iniziare con un contratto base, assicurandosi di poterlo aggiornare prontamente quando ce ne sarà bisogno. Anche perché i servizi di hosting forniti dai vari provider cambiano molto velocemente seguendo l’evoluzione tecnologica, per cui è probabile che, quando avrete veramente bisogno di più spazio e di più banda, riuscirete a spuntare prezzi e condizioni decisamente più convenienti di quelli odierni.

Ciò che è veramente importante. Tre parole: HTTP2, SSL, backup. Se il provider non vi garantisce queste cose fondamentali, andate da un’altra parte. E se ve le fa pagare a parte, valutate bene se vi conviene o se non è meglio rivolgersi altrove. In tutti i casi, su questo non ci piove, dovete averle tutte e tre. Per il backup in particolare, non fidatevi del provider e fate voi stessi un backup periodico del sito in aggiunta a quello automatico, che in ogni caso deve essere almeno giornaliero (penso comunque che nessun provider oggi possa pensare di stare sul mercato con qualcosa di meno). Perché? Perché non potete mai essere sicuri che il backup del provider funzioni finché non succede il fattaccio e in quel malaugurato caso è meglio avere una seconda alternativa. Ma anche perché potete essere ancora meno sicuri che un bel(?) giorno il provider non chiuda tutto all’improvviso, lasciandovi senza servizio e pure senza backup.

Ciò che è abbastanza importante. Server che usano dischi SSD al posto di quelli meccanici. Ho qualche dubbio che facciano veramente la differenza, vista la scarsa qualità delle linee dati del nostro Paese (che me ne faccio di un server che legge velocissimamente i file dal disco se poi ci vuole un sacco di tempo per trasmetterli a destinazione?), però i dischi SSD sono più affidabili di quelli meccanici, quindi perché no?

Ciò che è piuttosto importante. Se il provider vi offre una CDN o dispone di più server sparsi per l’Europa (come è sufficiente per un sito italiano) o per il mondo, fateci un serio pensierino sopra, soprattutto se il prezzo è onesto. La velocità su internet è tutto, se il sito ci mette più del dovuto a caricare e testi e le immagini, i visitatori si scocciano e scappano via. Non ci vuole molto, basta un ritardo di due o tre secondi. Le nostre linee dati si danno già parecchio da fare per rallentare la velocità di accesso ai siti (l’avete già letto prima), per cui è consigliabile stare sul sicuro e ridurre per quanto è possibile gli altri colli di bottiglia. Non è male poter anche avere un accesso al server tramite SSH, ma solo se sapete già usare il Terminale, del Mac o di Linux, perfino quello di Windows (finalmente dalle parti di Microsoft si sono decisi a metterne uno decente).

Ciò che è incontrollabile. Tante guide che ho letto prestano molta attenzione (troppa attenzione, secondo me) ad aspetti come l’affidabilità del servizio di hosting, la velocità nel rispondere alle richieste di aiuto, la qualità del supporto tecnico, la reputazione dell’azienda. Purtroppo sono tutti fattori sui quali non potete avere il minimo controllo, almeno finché non provate il servizio per qualche mese (anche per questo è utile poter iniziare con dei pagamenti mensili). In teoria la reputazione aziendale può essere valutata leggendo qualche recensione sul web o dando una occhiata a quello che dicono i social. In teoria. Nella pratica le recensioni sono inutili, nel 99.99% dei casi sembrano, e sono, solo pubblicità. Sull’affidabilità di quello che compare sui social è inutile sprecare tempo e parole.

Sicurezza. Dovrei consigliarvi di scegliere un provider che curi particolarmente bene la sicurezza dei server e della infrastruttura di rete. Che disponga degli strumenti software adatti a respingere le principali tipologie di attacchi e che soprattutto sappia usarli. Che aggiorni rapidamente i software che girano sui server e magari anche quelli utilizzati dai siti web dei clienti, in modo da riparare velocemente alle vulnerabilità, agli errori di programmazione, che vengono scoperti ogni giorno e che possono essere sfruttati dai tanti malintenzionati che girano per il web. Purtroppo tutto ciò è forse ancora meno controllabile a priori della qualità del servizio offerto dal provider, e in questo caso anche i mesi di prova iniziale non bastano a darvi informazioni utili su questo aspetto (fondamentale) del servizio. In questo caso particolare, una azienda nota e attiva da parecchi anni è potenzialmente preferibile ad una startup appena nata, ma non è neanche detto a priori, magari i gestori della startup sono particolarmente esperti in questo campo e possono agire con una rapidità ed una efficienza impossibili per una azienda di grosse dimensioni. Insomma, la questione sicurezza è veramente spinosa, l’unica cosa che mi sento di consigliare è quella di provare a verificare se il provider che avete scelto è stato soggetto ad attacchi nel passato e come ha reagito. Però è un consiglio molto debole, lo so, spero che qualcuno abbia delle idee migliori.

Prezzo chiaro. Questa cosa la metto alla fine, in modo che sia più evidente. Non so a voi, a me danno profondamente fastidio quei provider (e sono tanti, anche fra i più quotati, come Bluehost, SiteGround o per stare in Italia, Aruba o 1&1) che propongono un prezzo molto basso per il primo anno, che poi si duplica (o si triplica) negli anni successivi. Un sito web non è un affare di un solo anno, e anche il servizio di hosting dovrebbe essere una relazione a lunga scadenza. Un provider lo sa benissimo e, se fa così, mi da l’impressione di essere un furbetto che applica la stessa politica di marketing di un supermercato. Con la differenza che ci vuol poco a cambiare supermercato, mentre trasferire il sito da un provider all’altro è una faccenda molto più complicata.

Trasferimento. Se avete già un sito web e volete cambiare provider, siate consapevoli che trasferire il sito, fra DNS, dominio, email, database, CMS (e di tante altre cose che ora non mi vengono in mente), non è facilissimo. Se avete conoscenze tecniche sufficienti e tempo a disposizione fatelo pure da voi, in tutti gli altri casi vale decisamente la pena affidarsi al provider che avete scelto. Costa un po’ ma dubito che ve ne pentirete.

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L’incredibile verità

La serie di Cartoni morti su YouTube me l’ha fatta conoscere mia figlia più piccola (che ormai è alta quanto me). Sono brutti, sporchi, sgraziati, a volte sono pure cattivi, ma riescono a mettere a nudo i meccanismi della cultura di massa più di tanti editoriali in giacca e cravatta.

Fra tutti, preferisco quelli che si autodefiniscono cartoni scomodi, come questo Omeopatia, l’incredibile verità, che smonta una moda diciamo così terapeutica, che invece è un vero e proprio abuso della credulità popolare. Un abuso che, nei casi più estremi, può portare a delle vere tragedie.

L’omeopatia è una pratica medica in grado di curare quasi tutti coloro che pensano di essere curabili con l’omeopatia.

Sempre restando sul rapporto fra medicina e credulità di massa, un altro cartone da non perdere è Vaccini: l’incredibile verità!!

I free vax pensano che le case farmaceutiche rendano tutti i bambini dei Beppe Grillo. È vero?

Oppure questo Terra piatta: l’incredibile verità!, più leggero e veramente delizioso.

La terra piatta: una verità scomoda, nascosta dal più grande complotto del mondo (piatto).

Nei cartoni, la figura peggiore la fanno gli scienziati, chiusi nella loro torre piena di concetti astrusi e di parole roboanti e totalmente incapaci di comunicare con il mondo esterno. Mentre intanto gli imbonitori da strapazzo continuano ad imbrogliare i troppi creduloni.

P.S. State attenti a questo, invece. Condividerlo incautamente potrebbe distruggere amicizie decennali. Perché si sa, scherza coi fanti, ma lascia stare i santi!

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Scrivere a mano sull’iPad

Scrivere a mano mi piace. Sono un baby-boomer e per me usare carta e penna è naturale quanto usare lo smartphone per un adolescente di oggi.

Ma non c’è solo la carta, mi piace anche scrivere a mano sull’iPad. Con l’applicazione giusta si può usare il tablet come se fosse un vero e proprio foglio di carta, con il vantaggio di poter correggere quello che si scrive o di poter trasformare la scrittura a mano in un testo modificabile.

Scrivere con le app

Di applicazioni (o come si usa dire per i dispositivi mobili, app) adatte a questo scopo ce ne sono parecchie — sul mio iPad ne ho installate anche troppe! — però alla fine mi ritrovo quasi sempre ad usare Notes Plus.

Di questa app mi piace moltissimo la possibilità di cancellare una parola tracciandoci sopra delle linee a zig zag, proprio come si fa su un foglio di carta, ma in questo caso la parola sparisce veramente dal foglio virtuale. Apprezzo anche che riesca a riconoscere abbastanza bene la mia scrittura, che in certi casi è così orrida che faccio fatica io stesso a capirla.

Ma quello che apprezzo di più in assoluto di Notes Plus è la sua area di zoom.

Scrivere direttamente sullo schermo dell’iPad come se fosse un foglio di carta è veramente scomodo, e produce un testo con caratteri così grandi da essere quasi illeggibili. Con l’Apple Pencil le cose sono di certo migliorate tantissimo, ma purtroppo non ho avuto ancora modo di averne una (aspetto il WWDC prima di fare nuovi acquisti) e quindi rimango a quella che è stata finora la mia esperienza diretta.

Nel corso degli anni gli sviluppatori hanno aggiunto alle app di scrittura sull’iPad delle funzioni che dovrebbero eliminare, o almeno attenuare, questo problema, escludendo i tocchi spuri della mano e del polso o proteggendo una parte dello schermo con una specie di tendina virtuale. Tutte cose che però risultano quasi sempre poco efficaci. La tendina virtuale in teoria è una buona idea, ma in pratica diventa una vera dannazione, perché costringe a continue interruzioni nel flusso di scrittura per spostarla sempre più in basso mentre si scrive.

Molto più efficace è invece l’area di zoom. Si tratta di una finestrella posta nella parte inferiore dello schermo (ma spesso posizionabile a piacere), che mostra una parte ingrandita dello schermo. Questa finestra permette di scrivere con i caratteri grandi che vengono naturali sull’iPad, che poi appaiono sul foglio virtuale della dimensione naturale a cui siamo abituati quando scriviamo su carta. Con un minimo di pratica si può trovare il rapporto di ingrandimento più adatto alla nostra scrittura.

Mentre scriviamo, la finestra di zoom si sposta automaticamente lungo la riga e riesce anche ad andare a capo da sola, rendendo il processo così fluido e naturale da non far rimpiangere troppo la carta. Altrettanto facile è passare dall’area di zoom al foglio intero, ad esempio per disegnare qualcosa o evidenziare una parte del testo.

Mi piacerebbe prima o poi riuscire ad analizzare in modo sistematico le funzioni delle diverse app di scrittura per iPad, ma per ora mi limito a notare che l’implementatazione dello zoom di Notes Plus mi sembra molto vicina alla perfezione (informatica).

La penna giusta

Ma un’app non basta, ci vuole anche la penna giusta. In teoria si potrebbe scrivere con il dito, ma è una cosa innaturale e parecchio stancante.

Steve Jobs aveva ragione a riteneva che il dito fosse il miglior dispositivo di puntamento, soprattutto in un tempo in cui il pennino era considerato un accessorio indipensabile di smartphone e computer palmari (ricordate i Palm o il Newton?).

Ma scrivere è una operazione ben diversa da puntare e selezionare una zona dello schermo, per scrivere in modo serio e continuativo ci vuole una penna.

Ma quale penna? Di penne per l’iPad (e per i tablet in generale) ce ne sono tantissime, di tipo attivo e passivo, con la punta spessa o sottile, in gomma o in plastica, economiche o costose. Quali sono le più adatte per scrivere a lungo sull’iPad? Qui non si tratta di scrivere qualche frasetta, per quelle il dito può essere sufficiente, ma di pagine e pagine di testo scritto a mano: appunti di lezioni (o di riunioni), note di lavoro, veri e propri documenti completi (come una parte di questo articolo).

La non-prova delle penne

Ho deciso quindi di provare alcune penne per l’iPad abbastanza diverse fra loro, cercando di verificare sperimentalmente quanto ciascuna di esse fosse adatta a lunghe sessioni di scrittura sull’iPad.

La scelta delle penne però non ha nulla di scientifico e non si basa su nessun criterio sistematico (penne attive, penne con diversi tipi di punta, etc.). Sono semplicemente le penne della mia piccola collezione personale, da cui la definizione di non-prova. Ho cercato comunque di eseguire ciascuna prova in condizioni controllate e ripetibili, concentrandomi in particolare sul peso, la comodità d’uso, la scorrevolezza, tutte cose che fanno la differenza quando si tratta di scegliere la penna più adatta alle proprie esigenze.

Ma prima di tutto qualche dettaglio tecnico.

Ho usato un iPad 3, un modello ormai datato ma ancora perfettamente funzionale, tenuto in posizione verticale (cioè con il lato corto dello schermo in basso) come se fosse un quaderno. L’app scelta è stata, come era facile immaginare, Notes Plus.

Prima di iniziare a scrivere ho aggiornato Notes Plus all’ultima versione disponibile e ho creato un nuovo quaderno con fogli a righe standard. I parametri scelti per la penna virtuale sono stati: spessore 2.0 e viscosità 0.50 (il valore di default). Per maggiore chiarezza, ogni volta che cambiavo la penna cambiavo anche il colore dell’inchiostro virtuale.
L’intera sessione di scrittura è stata eseguita nell’area di zoom del programma (a parte una brevissima prova a schermo intero con l’unica penna attiva a disposizione).

Le penne utilizzate nel corso della non-prova sono state (Figura 1):

Tutte le penne sono mie, a parte l’Adonit Mini 3 che mi è stata inviata in prova da Sandra Tung di Adonit. La ringrazio sentitamente, sia per la penna che per la pazienza dimostrata nell’attesa di questa recensione.


Figura 1. Le penne utilizzate nel corso della prova.

Bamboo Alpha

La Bamboo Alpha è la tipica penna per tablet, del tipo con la punta grossa e morbida che ormai si può trovare ovunque a una decina di euro. Rispetto a queste cinesate, la Bamboo Alpha offre però una qualità di costruzione decisamente migliore.

Nel complesso la Bamboo Alpha non è male, è ben equilibrata e pesa più o meno quanto una penna vera. Purtroppo, dopo alcuni minuti di uso, l’attrito della punta con il vetro dello schermo inizia a farsi sentire e rende la scrittura piuttosto lenta e faticosa. Sembra di usare una biro, un tipo di penna che non sopporto. Io scrivo velocemente e quindi preferisco le penne a pigmenti o a gel (queste sono sorprendenti), che scorrono in modo ideale per i miei gusti e mi permettono di scrivere in fretta e senza ostacoli. Con la Bamboo Alpha mi sembra di avere il freno a mano tirato, le dita provano ad andare avanti ma la penna le frena senza pietà, e dopo un po’ la scrittura perde di piacevolezza e diventa faticosa.

Insomma, la Bamboo Alpha va benissimo per prendere dei brevi appunti, ma non la userei mai per scrivere a lungo, è troppo lenta e troppo stancante per i miei gusti.


Figura 2. Esempio di scrittura con la Bamboo Alpha.

Adonit Jot Pro

Come tutte le penne non “attive” di questa azienda, esplosa su Kickstarter qualche anno fa, l’Adonit Jot Pro ha una punta metallica molto fine a cui è fissato un disco di plastica trasparente di circa 1 cm di diametro. Questo tipo di punta permette di aumentare decisamente la precisione di puntamento, cosa fondamentale quando si disegna, ma che non fa certo male anche quando si scrive.

Ma la cosa che trovo più comoda di questa penna è la maggiore fluidità del dischetto di plastica, che rende la scrittura sullo schermo molto più vicina alla normale esperienza su carta.

L’unico difetto, se così lo possiamo considerare, dell’Adonit Jot Pro è il rumore chiaramente avvertibile che fa la punta quando tocca lo schermo di vetro dell’iPad. Ma è un piccolo prezzo da pagare per una esperienza d’uso più che soddisfacente. Meglio però non usarla di notte a letto mentre il/la partner dorme.


Figura 3. Esempio di scrittura con la Adonit Jot Pro.

Adonit Mini 3

Come ho gia detto, l’Adonit Mini 3 è l’unica penna che non ho comprato ma che mi è stata inviata da Sandra Tung di Adonit con lo scopo specifico di recensirla su questo blog. In effetti c’è poco da dire, la maggior parte delle cose scritte per la Jot Pro valgono anche per questo modello: la penna è fluida, il dischetto di plastica fa rumore quando tocca lo schermo, ma garantisce una precisione decisamente maggiore delle penne silenziose con la punta di gomma.

Dalla sua la Mini 3 ha il peso, ad occhio circa la metà della Jot Pro, e le dimensioni, che volendo permettono di metterla in tasca con il cellulare (cosa comunque sconsigliabile se non ci si vuole ritrovare con le tasche bucate). Inoltre, il corpo di forma triangolare fa si che la penna rimanga saldamente tra le dita e non rischi continuamente di cadere dalla scrivania, come succede a tutte le altre penne.

Se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, due piccoli difetti l’Adonit Mini 3 li ha. Il corpo della penna è un po’ troppo corto per chi ha le mani grandi, però forse si tratta più che altro di una questione di abitudine. Ma il difetto più grosso sta nel tappo a pressione. Se non si fa attenzione, quando si toglie il tappo è molto facile staccare il dischetto di plastica dal supporto di metallo. A me è successo un paio di volte, per fortuna sono riuscito a rimettere a posto il dischetto senza troppi problemi. Però il tappo a vite della Jot Pro mi sembra decisamente più pratico e affidabile.


Figura 4. Esempio di scrittura con la Adonit Mini 3.

Bamboo Fineline 2

L’ultima penna che ho provato è la Bamboo Fineline 2, l’unica penna attiva della mia collezione personale, pagata a suo tempo circa 50 euro. La penna si collega all’iPad tramite Bluetooth e, almeno in teoria, è la migliore penna a mia disposizione per scrivere sull’iPad.

Essendo attiva ha una punta piuttosto sottile, simile a quella di una penna “normale”, e dovrebbe permettere di scrivere direttamente sullo schermo, senza bisogno di usare l’area di zoom. Io ci ho provato, ma i risultati non mi sembrano entusiasmanti, come dimostra il tratto viola in Figura 5: nonostante mi sia impegnato, non sono riuscito a fare di meglio!


Figura 5. Bamboo Fineline 2: (verde) scrittura nella finestra di zoom, (viola) scrittura a pieno schermo.

Purtroppo quando si scrive con la Fineline 2 si avverte un costante ritardo fra la scrittura e la comparsa del tratto sullo schermo. Nell’area di zoom il ritardo è meno avvertibile, ma a pieno schermo diventa veramente fastidioso. Con il mio vecchio iPad 3 è una seccatura non da poco, che rende molto poco naturale l’esperienza di scrittura sullo schermo. Chissà se un iPad più recente può rendere più reattiva questa penna, io ho provato ad usarla con alcuni smartphone più recenti, sia Apple che con Android, e francamente non mi sembra di aver mai notato dei particolari miglioramenti nella velocità di reazione.

A questo si deve aggiungere un leggero sfasamento fra la punta della penna e la posizione dello schermo in cui compare il tratto. Una difetto noioso ma ancora veniale quando si scrive, che diventa però veramente fastidioso qaundo si prova a disegnare sullo schermo.

La Fineline 2 è anche piuttosto grossa e sembra più pesante di quanto sia veramente. Tutto sommato, più che con una penna, da l’impressione non molto gradevole di stare scrivendo con un grosso pennarello.


Figura 6. Esempio di scrittura con la Bamboo Fineline 2.

Conclusioni

Penso ci siano pochi dubbi. Le penne Adonit svettano su tutte le altre, con una leggera preferenza per la Pro, che trovo più equilibrata ed affidabile. La Bamboo Alpha ha dalla sua un ottimo rapporto qualità/prezzo, ma non è adatta a lunghe sessioni di scrittura. La vera delusione è la Fineline 2, una penna che più che “attiva” sembra nata stanca.

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È proprio una sporca faccenda, WordPress.com!

È successo anche a me, e proprio come l’avevano descritto Roberto e katsiematsi.

Giorni fa mi è arrivata una email che segnalava la pubblicazione di un nuovo post su Socket 3, uno dei blog che seguo di più in questo momento, che come Melabit si appoggia al servizio gratuito di WordPress.com.

In genere leggo i post sul Mac, ma questa volta il titolo mi aveva incuriosito e ho toccato il link per leggerlo subito sul telefono. Poi per qualche motivo mi sono distratto, forse per una telefonata, forse per una email arrivata sull’account “istituzionale”. E quando ho guardato di nuovo lo schermo del telefono ho trovato questo,

Chrome su Android #1

insieme all’inevitabile SMS che mi informava che, fortunello!, ero stato iscritto al servizio Every Play, 5 euro alla settimana per ricevere qualche giochino idiota.

Chrome su Android #1

Iscritto senza volerlo, è chiaro, e senza aver accettato nulla. Non è la prima volta che succede a me o ai miei familiari, ma in genere succede con degli SMS fasulli, mentre questa volta la colpa sta di certo nell’aver visualizzato il post su WordPress.com.

Di questo sono sicuro al 100%: ho toccato il link, si è aperto il browser alla pagina del post, che a sua volta ha caricato la pagina di Every Play, come si vede chiaramente nella prima immagine, dove il numero 2 in alto a destra è il numero di pagine aperte nel browser.

Poiché mi sono distratto, non sono sicuro se è comparso sul telefono qualche avviso a tempo che mi ha iscritto dopo tot secondi di inattività. Ma se anche fosse andata così (improbabile), sta di fatto che mi sono ritrovato iscritto ad un servizio a pagamento, inutile e costoso, senza aver mai accettato esplicitamente nulla!

È chiaro che ho annullato immediatamente l’iscrizione, cosa confermata dal secondo SMS mostrato qui sotto.

Chrome su Android #1 Chrome su Android #2

Ora, a parte la seccatura e i 5 euro rubati, quello che è successo è stata una vera fortuna,1 perché dimostra oltre ogni dubbio che c’è davvero qualcosa che non va nel modo in cui WordPress.com gestisce la pubblicità inserita nei blog, almeno quando si usa lo smartphone. Ho provato in tutti i modi, senza riuscirci, di far comparire pubblicità “cattiva” su Melabit usando i browser che ho sul Mac e sull’iPad, mentre la pistola fumante si trovava sul telefono.

A ben pensarci è naturale, mettendo annunci truffaldini sul telefono si possono sottrarre immediatamente soldi dal credito della SIM mentre con le altre piattaforme bisogna usare metodi più visibili, con i quali è più difficile portare a termine la truffa.

Quello che è meno naturale è che WordPress.com non riesca a prevenire fattacci come questo che, sono sicuro, saranno stati segnalati da tantissimi utenti di tutto il mondo.


  1. Ed è stata una vera fortuna anche avere la presenza di spirito di fare gli screenshot proprio mentre le cose stavano succedendo
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Da melabit a melabit: introduzione

Come promesso, con questo post inizia la descrizione quasi in tempo reale del passaggio del blog da WordPress.com ad un servizio di hosting più flessibile.1

Come ho già scritto tempo fa, WordPress.com offre un servizio impeccabile, comodissimo per chi vuole iniziare ad avere una presenza sul web. Il servizio è affidabile e ragionevolmente veloce, gli aggiornamenti sono automatici, praticamente non bisogna occuparsi di nulla tranne che di scrivere. È veramente difficile chiedere di più ad un servizio gratuito come questo.

Il vero limite di WordPress.com, che tutto sommato è anche la sua forza, è la mancanza di flessibilità. Con l’account gratuito non si possono installare altri plugin oltre a quelli previsti da Automattic, l’azienda che gestisce lo sviluppo e la commercializzazione della piattaforma di blogging (open source) più diffusa al mondo.

Una cosa comprensibile per motivi di sicurezza e affidabilità, ma che naturalmente dopo un po’ risulta troppo limitante, perché impedisce di estendere le funzioni del blog oltre i confini ristretti stabiliti da Automattic.

Idem per i temi. WordPress.com ne offre parecchi, sia gratuiti che a pagamento e ad un prezzo più che onesto, ma oltre quelli non si può andare, prendere o lasciare.

Infine c’è la questione della pubblicità, di cui ho scritto di recente, con annessi servizi di profilazione di ciò che i frequentatori del blog fanno online. Forse quello che è successo ad alcuni lettori può essere considerato un evento eccezionale o particolarmente sfortunato. Ciò non toglie che la presenza di annunci pubblicitari alla fine degli articoli, pur se giustificabile,2 falsa un po’ troppo l’immagine del blog, e lo mette quasi sullo stesso piano di quelle decine e centinaia di siti che ospitano contenuti raffazzonati alla bell’e meglio con il solo scopo di guadagnare dagli annunci che ne infarciscono le pagine.

Per tutte queste ragioni è arrivata l’ora di cambiare, passando ad un servizio di hosting che consenta di gestire in proprio la piattaforma e di utilizzare finalmente il nome di dominio personale, melabit.com, lasciato in sospeso per troppi anni.

In linea di principio, la cosa più semplice sarebbe quella di utilizzare uno dei piani a pagamento offerti da WordPress.com. Purtroppo dei tre piani disponibili i primi due, Personale e Premium, offrono (molto) poco di più rispetto al piano gratuito e praticamente servono solo per rimuovere la pubblicità e per usufruire di un dominio personalizzato e dei temi premium. Mentre il piano Business, l’unico che consente di installare tutti i plugin e i temi che si desidera, a 25 euro al mese è decisamente troppo caro per un piccolo blog come questo, costruito nei ritagli di tempo e con il solo scopo di mettere a disposizione qualche contenuto di buona (si spera!) qualità.

L’unica opzione ragionevole è quindi di cercare un servizio di hosting con un buon rapporto qualità/prezzo e una affidabilità provata, e che naturalmente permetta di far girare la piattaforma software scelta per il blog.

Ma questa è una storia che riguarda la prossima puntata.

P.S. Questo post l’ho scritto a mano in macchina, mentre aspettavo mia figlia. Una esperienza molto vecchio stile ma anche molto efficiente, ci ho messo meno di mezz’ora a buttarlo giù. Perché a mano posso scrivere malissimo (io stesso a volte riesco a capire a fatica quello che ho scritto) ma molto più velocemente che con la tastiera. Perché tanto so di dover copiare il testo sul computer e quindi non mi preoccupo troppo degli errori. Perché tutte le correzioni e gli spostamenti del testo di vedono chiaramente, e si continua a vedere anche il testo originale non corretto (una specie di controllo di versione rudimentale). Una esperienza da ripetere (e di cui riparlare, più avanti).


  1. Ma anche più complesso da gestire. 
  2. Automattic dovrà pur cercare di recuperare, almeno in parte, i costi del servizio gratuito. 
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