A spasso sulla Stazione Spaziale Internazionale

È tempo di vacanze e allora cosa ci può essere di meglio che fare una gita (purtroppo solo virtuale) sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS),1 che ci gira di continuo sulla testa alla bella velocità di 28.800 km/h e che in questo momento si trova esattamente qui?

Da qualche giorno infatti, dopo il Grand Canyon, Google Street View è arrivata anche sulla ISS. Con un semplice click possiamo andare a dare una occhiata alla cupola, da cui si possono controllare le operazioni svolte all’esterno e dove si gode di vista mozzafiato della Terra e dello spazio, oppure al locale dove ci si prepara alle attività esterne.

I più curiosi possono anche dare una occhiata alla stanza da pranzo (con tavolo apparecchiato per sei) e alle stanze da letto (se possiamo chiamarle così) della Stazione Spaziale.

Ma la cosa che trovo particolarmente interessante è girare un po’ a caso nella Stazione Spaziale, come dei turisti un po’ ficcanaso. Se incontrate un’astronauta, però, fatevi un favore e girate al largo, sono sempre impegnati allo spasimo e non è detto che abbiano tempo e voglia per chiacchierare con voi.


  1. La Stazione Spaziale Internazionale (International Space Station, ISS) è uno dei migliori esempi di collaborazione scientifica globale, un progetto gestito da NASA (USA), CSA (Canada), ESA (Europa), RKA (Russia) e JAXA (Giappone), dove dal 2 novembre 2000 vivono (e convivono) un certo numero di astronauti di tutto il mondo. 
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Windows 10: come lo vede chi usa il Mac

Gli utenti del Mac sono fortunati, possono usare la migliore combinazione disponibile di hardware e software.

L’hardware non è sempre aggiornato come si deve (si veda il disgraziato MacBook Pro del 2016 o il derelitto Mac Pro cristallizzato al 2013), però è sempre costruito in modo impeccabile e, cosa che conta ancora di più, assolutamente affidabile.

Ma il vero valore aggiunto della piattaforma è il software, in particolare il sistema operativo, macOS o OS X che dir si voglia, una combinazione di potenza e di gradevolezza grafica che non ha eguali fra i concorrenti.

Abituarsi ad usare macOS rende picky, esigenti e difficili da soddisfare. Non a caso è molto più facile che un utente Windows passi al Mac, piuttosto che il contrario.1 Una volta abituati a certe comodità di macOS è difficile tornare ad usare un sistema operativo molto più rozzo come Windows.

Windows 10, bisogna ammetterlo, ha fatto passi da gigante rispetto alle versioni precedenti. Anche se Microsoft ha giocato sporco forzando i suoi utenti ad usare Windows 10 — una cosa forse necessaria dopo il terribile flop di Windows 8 — quello che ha in mano è, per una volta, un prodotto decente.

Nonostante tutto, però, Windows 10 conserva tante ruvidezze che il normale utente Microsoft non nota, ma che appaiono come dei veri macigni a chi è abituato ad usare il Mac come piattaforma principale.

Un bell’articolo di Christian Cantrell, noto sviluppatore Adobe, elenca ben 12 funzioni molto apprezzate ed usate dagli utenti di macOS, ma che sono totalmente assenti in Windows 10 (gli americani hanno una passione sfrenata per le liste, il meglio di, il peggio di, qualunque cosa deve essere elencata ordinatamente).

Ne riporto alcune qui di seguito, scelte fra quelle che trovo più indispensabili nell’uso quotidiano del Mac.

Quick Look. Una funzione straordinaria di macOS sin dai tempi di Leopard. Quando ci si abitua a guardare un file semplicemente premendo lo spazio, non se ne può più fare a meno (anzi, si fa di tutto per aumentare i file supportati). Gli utenti di Windows 10 non hanno la più pallida idea di cosa perdono. Peccato solo che da El Capitan in poi Apple abbia rimosso la possibilità di copiare il testo direttamente da QuickLook.

Duplicare i file. Il menu contestuale di Windows (quello che viene attivato premendo il tasto destro del mouse) è fin troppo ricco di voci ordinate in modo confuso e inconsistente, ma manca della semplice possibilità di duplicare un file, come invece è possibile fare (da sempre?) con il Finder. Io uso di continuo questa funzione sul Mac, però non mi stupisce che manchi su Windows. L’utente medio di Windows è troppo abituato ad usare il copia e incolla (il trascinamento dei file è una cosa praticamente sconosciuta da quelle parti), provare a farlo uscire da questa abitudine consolidata è chiedergli troppo.

Incollare testo non formattato. Il sistema operativo del Mac ha una combinazione di tasti, Shift-Option-Command-V, che incolla il testo rimuovendo la formattazione esistente (in effetti viene applicata la formattazione esistente nel punto di destinazione, ma nella maggior parte dei casi l’effetto finale è quello descritto). In Windows non è mai possibile incollare del testo non formattato, a meno di non usare programmi di terze parti. Un vero peccato, è una funzione utilissima, soprattutto quando si usano programmi di scrittura come (ahimè!) Word.

Per i rari casi in cui la combinazione di tasti non funziona, il mio esempio principe è nvALT, c’è sempre la possibilità di installare anche sul Mac qualche programma specifico, io ad esempio uso da anni Get Plain Text con cui mi trovo benissimo.

Dizionario. Questa è un’altra funzione indispensabile per chi scrive. Si seleziona una parola, si preme il tasto destro del mouse (oppure Ctrl-Option-D) e voilà, al primo posto del menu appare la voce “Cerca definizione di …”, che cerca la parola selezionata nel Dizionario preinstallato in macOS e la mostra in una finestra a comparsa, senza nemmeno lanciare l’applicazione. Veramente formidabile, ancora di più per gli anglosassoni che hanno a disposizione anche un ottimo dizionario dei sinonimi. Su Windows sono disponibili programmi di terze parti che fanno (più o meno) la stessa cosa, ma vuoi mettere la comodità di avere una cosa del genere integrata direttamente nel sistema operativo?

Collegata al Dizionario c’è una funzione che trovo ancora più utile. Se una parola è scritta male, basta selezionarla e premere il tasto destro del mouse per far comparire in cima al menu contestuale una lista di parole corrette. In genere, la prima o la seconda della lista sono quelle giuste. Peccato solo che non sia possibile usare una combinazione di tasti per farlo!

Altre funzioni, tipiche del Mac ed assenti in Windows, elencate da Christian Cantrell mi lasciano invece piuttosto freddo, probabilmente perché non fanno parte delle mie normali abitudini.

Prima fra tutte la possibilità di inserire le lettere accentate come in iOS, tenendo schiacciato un tasto finché compare la lista delle alternative. Con la tastiera italiana non la trovo fondamentale. Però serve a chi usa una tastiera USA (molto più comoda per programmare; questa può essere una buona idea per un prossimo acquisto) o a chi scrive anche in tedesco, francese o spagnolo, che usano lettere non presenti sulla nostra tastiera.

Idem per la visualizzazione in colonna dei file nel Finder, alla quale preferisco decisamente la visualizzazione ad icone con la possibilità di sistemare i file nelle posizioni che preferisco. Una funzione presente da sempre sul Mac e che trovo ottima per dare un senso logico ai documenti presenti in una cartella.

Oppure per la possibilità di usare due diverse combinazioni di tasti per passare rapidamente da un programma aperto all’altro, oppure da un file aperto ad un altro dello stesso programma, che non uso mai perché preferisco di gran lunga usare il Dock per queste cose.

Ma sono un vero sbadato, stavo per dimenticare la funzione forse in assoluto la più importante fra quelle presenti in macOS, ma che manca in Windows.

Installazione e disinstallazione. La stragrande maggioranza delle applicazioni per il Mac può essere installata o dall’App Store con un semplice click oppure trascinandone l’icona nella cartella omonima. La disinstallazione è ancora più semplice, basta solo buttare l’icona del programma nel cestino (solo quelli un po’ fanatici come me hanno bisogno di una applicazione come AppZapper o AppCleaner per cancellare anche i file di configurazione o di supporto associati all’applicazione da rimuovere).

Chi usa regolarmente Windows sa che su questo sistema operativo l’installazione e la disinstallazione del software sono, da sempre, un vero delirio. Ci sono due cartelle separate dove finiscono i programmi installati, una per quelli a 64 bit e l’altra per quelli rimasti ancora a 32 bit. Gli installatori buttano i file qui e là sul disco rigido, in effetti ci sono motivi precisi per farlo, ma l’effetto finale sembra proprio quello. Non c’è un meccanismo interno al sistema operativo che tenga traccia di tutto quello che viene installato dai vari programmi, e i disinstallatori hanno un bel daffare a cercare di rimuovere i file installati senza far danni.

Persino i programmi portatili, quelli che contengono al loro interno tutti i file che gli servono per funzionare (più o meno come sono la maggior parte delle applicazioni per per Mac), creano qualche problema. Dato che non c’è una directory definita nella quale mettere i programmi che non hanno un installatore, alla fine si finisce per mettere tutto alla rinfusa nella cartella Documenti dell’utente, dimenticandosi subito di averlo fatto.

Apple spesso mi irrita, soprattutto quando fa certe scelte hardware incomprensibili o quando rimuove funzioni utili da macOS (come la copia da QuickLook) o non corregge bachi di lunga data (come la scomparsa di certe cartelle dalla barra laterale della finestra di salvataggio). Ma nonostante tutto il Mac rimane la piattaforma migliore per chi usa seriamente il computer.

Mi tocca usare spesso altri sistemi operativi e ogni volta il ritorno a macOS assomiglia un po’ al ritorno a casa dopo un viaggio. Speriamo che continui a lungo così, un divorzio da Apple e dal Mac sarebbe un evento traumatico, quasi come nella vita reale. Meglio non doverlo affrontare.


  1. Tranne che nei momenti in cui Apple presenta macchine sotto-potenziate e sovra-prezzate. 
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Per un font Maryam perse la casa?

Sempre la solita storia. Arrivi a governare, con le buone o con le cattive, qualche disgraziato paese del mondo e improvvisamente ti ritrovi con conti in banca sempre più gonfi di denaro, ben nascosti nei peggiori paradisi fiscali.

Più il paese è povero più i suoi governanti si arricchiscono, sembra una specie di legge di natura. Ma che volete farci, bisogna pur pensare alla famiglia e al futuro, un colpo di stato è sempre in agguato, chiedere agli spiriti di Gheddafi o di Saddam Hussein che ci sono già passati. Chi vuole saperne di più di persona, invece, può dare una occhiata a questa versione interattiva e dinamica dei Panama Papers, 11.5 milioni di file che raccontano le peggiori nefandezze dei nostri giorni.

Il Pakistan è uno dei paesi più poveri del mondo, il suo PPA (PIL per abitante) lo colloca al 132° posto nel mondo, su 185 paesi (dati 2015). Nonostante ciò, Maryam Nawaz Sharif, la figlia dell’attuale primo ministro del Pakistan, Nawaz Sharif, può permettersi di comprare residenze costosissime nel centro di Londra tramite società offshore ospitate nelle Isole Vergini britanniche.1

Maryam Nawaz Sharif naturalmente ha negato di essere la titolare delle società, sostenendo di far parte semplicemente dei loro consigli di amministrazione.

E come ha cercato di dimostrarlo? Fornendo alla commissione di inchiesta un documento che attestava la reale natura del suo coinvolgimento nelle società in questione, documento datato febbraio 2006 e scritto con Calibri, quello che è da anni il font di default di Word.

Però Calibri è stato reso disponibile al pubblico da Microsoft solo alla fine gennaio 2007, con il rilascio di Office 2007 e del derelitto Windows Vista. Praticamente un anno dopo la stesura del documento suddetto. Anche le prime beta pubbliche di Office e Vista sono state rilasciate solo a giugno del 2006. Qualche utente di Wikipedia ha pure cercato di cambiare la storia, provando a modificare la data di rilascio del font sulla pagina dedicata a Calibri.

C’è qualcosa che non quadra: o il documento è un banale falso, oppure la figlia del primo ministro pakistano è una eccellente ed insospettabile cracker, capace di scaricare di nascosto versioni ancora preliminari dei prodotti Microsoft e di usarle per i suoi documenti ufficiali.

Se le accuse di ladrocinio dovessero essere confermate, Calibri si rivelerà il font più costoso della storia, un font che vale quanto due o tre appartamenti a Londra.

È proprio vero che usare Word fa male.


  1. Chi è interessato ad aprire una società nelle Isole Vergini può rivolgersi qui oppure qui, 1000 euro possono bastare. 
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Nostalgia di sfondo

Era il 2002, Jaguar era uscito da poco, e io dopo tanti anni decisi di tornare al Mac. Da anni usavo a tempo pieno Linux, ma la grafica spettacolare di OS X unita al cuore che batteva Unix erano troppo allettanti per farsele sfuggire.

Una delle cose che mi piacevano di più di Jaguar era lo sfondo del desktop. Semplicemente spettacolare, niente a che vedere con quello che si vedeva su Linux, un sistema operativo tecnicamente ineccebile ma di aspetto grafico miserrimo.1

Gli sfondi installati di default diventavano sempre più belli ad ogni nuova versione di OS X, i miei preferiti sono stati senza dubbio quelli di Tiger e di Snow Leopard. Per chi è nostalgico, tutti (tutti!) gli sfondi originali di OS X (e macOS) si possono trovare qui.

Purtroppo i Mac Retina attuali, con la loro super risoluzione, non rendono giustizia a questi capolavori grafici. Ringraziamo quindi caldamente (è proprio il caso di dirlo, di questi tempi) 512Pixels per averne fatto una versione 5K di ottima qualità. I nostalgici saranno contenti.


  1. Oggi Linux è migliorato parecchio anche da questo punto di vista. 
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La cattiva scienza dei sensori da polso

L’articolo Accuracy in Wrist-Worn, Sensor-Based Measurements of Heart Rate and Energy Expenditure in a Diverse Cohort, pubblicato qualche giorno fa sul Journal of Personalized Medicine da Anna Shcherbina e coautori, sotto la guida del prof. Euan Ashley del Dipartimento di Medicina dell’Università di Stanford in California ha destato molto scalpore sul web.

Una veloce ricerca su Google con le parole chiave “stanford apple watch heart rate accuracy” produce oltre 1.000.000 (un milione!) di risultati, con in cima un articolo interessante su iMore e un altro articolo (discreto) su AppleInsider.
Poi tanta fuffa ricopiata in fretta e furia, prevalentemente sui siti dedicate alle ultime notizie sul mondo Apple. In Italia ne ha scritto in modo originale QuickLoox, e per una volta non è male nemmeno l’articolo pubblicato da Repubblica.

Del resto è naturale che sia così, in fondo si parla di tecnologia e di salute e ci sono di mezzo Apple e Samsung, le due arcirivali del momento (i tempi della contrapposizione fra Apple e Microsoft sono passati da un pezzo).

Meno naturale è fidarsi ciecamente dei risultati e delle conclusioni dell’articolo citato. Perché la scelta degli autori di pubblicare un articolo di così alta risonanza sul Journal of Personalized Medicine desta parecchie perplessità, almeno in chi conosce un po’ i meccanismi dell’editoria scientifica.


Il cardiologo Euan Ashley e il suo team nel corso della sperimentazione sui dispositivi da polso per il tracciamento della frequenza cardiaca e del consumo calorico (foto Università di Stanford).

Una casa editrice discussa

Il Journal of Personalized Medicine infatti è edito dal Multidisciplinary Digital Publishing Institute (MDPI), una casa editrice piuttosto discussa, basata in Cina ma con sede di facciata in Svizzera, il cui rigore scientifico è stato messo in dubbio più volte.

MDPI è diventata famosa qualche anno fa per aver pubblicato su una delle tante riviste del gruppo un articolo riguardante il paradosso australiano, in base al quale la riduzione del consumo di zucchero si accompagna in Australia ad un aumento dell’obesità (detto più tecnicamente, l’articolo afferma che c’è una correlazione negativa fra consumo di zucchero e obesità, quando uno aumenta l’altro diminuisce).

Tutte balle, naturalmente.

Balle come quelle pubblicate in un altro articolo sull’origine, l’evoluzione e la natura della vita, che mette insieme il micro e il macrocosmo, la gravità quantistica e le transizioni di fase dell’acqua, gli elementi chimici alla base della vita e le mutazioni del DNA. Una teoria del tutto basata sul nulla, un articolo di più di 100 pagine, ricevuto, letto, digerito ed accettato per la pubblicazione in meno di un mese, praticamente un record.1

Ci sono dei segnali che indicano che MDPI negli ultimi anni abbia iniziato a cambiare rotta, ma non è facile scrollarsi di dosso un’impronta negativa, soprattutto quando si continua ad avere la pessima abitudine di invitare continuamente gli scienziati di tutto il mondo a pubblicare sulle loro riviste. Meglio: a pubblicare qualunque cosa sulle loro riviste, senza che ci sia spesso una vera relazione fra il settore di ricerca di chi viene invitato e il tema della rivista stessa.

Abbindolati?

Non voglio farla lunga su un tema così complesso e così lontano dall’esperienza comune. Però è naturale chiedersi perché mai gli autori dell’articolo di cui stiamo parlando che, non dimentichiamolo, provengono dall’università di Stanford, una delle università più prestigiose degli USA e del mondo (e non dalla IMT School for Advanced Studies di certi nostri ministri), abbiano deciso di pubblicare un articolo destinato a fare scalpore su una rivista minore come il Journal of Personalized Medicine,2 piuttosto che su una rivista di una casa editrice più prestigiosa.

Delle due l’una: o gli autori si sono fatti abbindolare in buona fede dalle continue email provenienti da MDPI che invitano a pubblicare su qualcuna delle loro riviste (ne ho una buona collezione anch’io), oppure l’articolo è stato rifiutato da riviste di maggior calibro e gli autori sono stati costretti a scendere di livello, fino ad arrivare al Journal of Personalized Medicine, dove i controlli di qualità sono meno stringenti.

Non è necessario essere dei pivelli per farsi abbindolare (però aiuta). Gli inviti via email sono molto pressanti, il processo di pubblicazione sembra veloce, serio, professionale, le riviste sono nuove ma potenzialmente interessanti. Scoprire cosa c’è dietro — spesso un verminaio di bassi interessi economici che con la scienza hanno ben poco a che fare e che confinano con la truffa vera e propria — non è per niente facile, a meno che non si indaghi un po’ e che si sia anche fortunati.

Però qui si tratta di un gruppo di ricerca forte, guidato da un professore importante che ha pubblicato sulle migliori riviste di medicina, proveniente da una università di primissimo piano, non di ricercatori alle prime armi. Difficile credere che nessuno di loro conosca MDPI e le sue pratiche opache.

O rifiutati?

L’articolo di cui stiamo parlando non è il primo che analizza le prestazioni dei dispositivi da polso in campo biomedico. Ce ne sono almeno altri cinque pubblicati nell’ultimo anno, tutti su riviste di prestigio e uno perfino su JAMA, una delle riviste più importanti in assoluto in campo medico (gli articoli sono elencati nella bibliografia, in ordine di data di pubblicazione).

L’argomento è di moda, dovrebbe essere piuttosto facile pubblicare su una rivista di alto livello. Anzi, se si ha in mano qualcosa di buono, dovrebbe essere imperativo cercare di pubblicare su una rivista importante, sia per facilitare il proseguimento dell’attività, sia per aumentare il prestigio scientifico di chi ha collaborato allo studio.

E invece, niente JAMA, niente riviste prestigiose, solo un misero Journal of Personalized Medicine. Dove però l’articolo riceve una attenzione straordinaria da parte dei media, a differenza di tutti gli altri sullo stesso tema pubblicati in precedenza.

Ho letto l’articolo e francamente non mi sembra niente di che, il numero e la distribuzione statistica dei pazienti analizzati è piuttosto limitato, la procedura di misura è discutibile, l’analisi dei dati è presentata in modo confuso, tuttla la presentazione è poco chiara.
Non mi stupirebbe affatto che fosse stato respinto da qualche rivista di prestigio. Magari da più di una.

Infatti basta scavare un po’ per accorgersene.

Cercando un po’ su Google si finisce sulla pagina personale di Anna Shcherbina sul sito dell’università di Stanford dove, in cima alla lista delle pubblicazioni, si trova il preprint, cioè la versione iniziale dell’articolo poi finito sul Journal of Personalized Medicine.

Il formato del preprint, che è la prima versione di un articolo inviata ad una rivista perché possa essere valutata, è molto simile a quello degli articoli pubblicati sulla nota rivista ad accesso aperto PLOS ONE, basta confrontare il PDF del preprint con la referenza numero 3 della bibliografia per rendersene conto.

Spicca in particolare il modo in cui è formattato l’abstract, che se non è specifico di PLOS ONE è comunque ben poco diffuso (infatti nella versione definitiva pubblicata sul Journal of Personalized Medicine l’abstract è riscritto in modo convenzionale).

Nel preprint mancano anche alcune parti presenti nella versione definitiva, ed altre sono state spostate dal Materiale Supplementare (una specie di appendice ormai molto di moda al testo vero e proprio) all’articolo vero e proprio, segno evidente dell’intervento di qualche referee non molto convinto dall’organizzazione e dalla presentazione del lavoro.

Il preprint è stato archiviato su bioRxiv (il servizio di preprint degli articoli di biologia analogo al primo e più noto arXiv usato dai fisici e dai matematici), a metà dicembre del 2016, cioè ben due mesi e mezzo prima della sottomissione al Journal of Personalized Medicine.

Mettere un preprint su bioRxiv (o arXiv) serve per distribuire in anticipo un articolo scientifico, superando le lungaggini e i tempi tecnici della pubblicazione ufficiale.

Ma sarebbe folle mettere online un preprint ben due mesi e mezzo prima della sottomissione dell’articolo ad una rivista scientifica. Mancando l’ombrello di ufficialità dato dalla sottomissione ad una rivista, qualcuno senza scrupoli (ce ne sono!) potrebbe scopiazzare i risultati della ricerca e pubblicarli autonomamente, senza che i veri autori possano far niente per dimostrare il plagio.

Da quanto detto, si può ipotizzare che gli autori abbiano mandato la ricerca prima a PLOS ONE, ricevendone un rifiuto, come succede fin troppo spesso agli articoli scientifici (ci sono riviste scientifiche che hanno percentuali di accettazione del 5-10%, e la maggior parte non va oltre il 30%). Invece di rivedere l’articolo (come sarebbe normale), hanno deciso di fare delle modifiche minime e di inviarlo al Journal of Personalized Medicine, che l’ha accettato e pubblicato in un battibaleno, infatti fra sottomissione ed accettazione dell’articolo sono passati appena due mesi, dal 27 febbraio al 4 maggio.3

Sono consapevole che processo di valutazione degli articoli scientifici non è esente da pecche, e che la pubblicazione su una rivista di primaria importanza non garantisce la qualità della ricerca. Ma è altrettanto vero che lo scarso, scarsissimo, controllo effettuato da riviste come il Journal of Personalized Medicine depone ancora meno bene circa il livello qualitativo del lavoro.

Conclusioni

Qual è la morale di tutto ciò?

Una più generale è che, in tempi di scienza champagne, quando tanti scienziati cercano più l’attenzione dei media che quella dei colleghi, non tutto quello che viene pubblicato in ambito scientifico ha necessariamente un valore (potrei fare esempi come la fusione fredda, il nono pianeta del sistema solare, certe particelle che appaiono e scompaiono).

L’altra più specifica è che, prima di fare ulteriori considerazioni sulla qualità (o meno) di dispositivi a cui affidare la nostra salute, io preferirei aspettare i risultati di altre indagini indipendenti e, si spera, più rigorose.

Bibliografia

[1] M.E. Rosenberger et al., 24 Hours of Sleep, Sedentary Behavior, and Physical Activity with Nine Wearable Devices,
Medicine & Science in Sports & Exercise, vol. 48, num. 3, pag. 457 (Marzo 2016),
doi: 10.1249/MSS.0000000000000778.

[2] D.W. Kaiser, R.A. Harrington, M.P. Turakhia, Wearable Fitness Trackers and Heart Disease,
JAMA Cardiology, vol. 1, num. 2, pag. 239 (Maggio 2016),
doi: 10.1001/jamacardio.2016.0354.

[3] M.P. Wallen et al., Accuracy of Heart Rate Watches: Implications for Weight Management,
PLOS ONE, vol. 11, num. 5, pag. e0154420 (Maggio 2016),
doi:10.1371/journal.pone.0154420.

[4] J.M. Jakicic et al., Effect of Wearable Technology Combined With a Lifestyle Intervention on Long-term Weight Loss: The IDEA Randomized Clinical Trial,
JAMA, vol. 316, num. 11, pag. 1161 (Settembre 2016),
doi:10.1001/jama.2016.12858.

[5] R. Wang et al., Accuracy of Wrist-Worn Heart Rate Monitors,
JAMA Cardiology, vol. 2, num. 1 , pag. 104 (Gennaio 2017),
doi: 10.1001/jamacardio.2016.3340.


  1. Ci sarebbero altri esempi, come un articolo secondo il quale il riscaldamento globale della terra è molto meno intenso di quanto comunemente si pensi. Un articolo che può piacere al presidente degli Stati Uniti, ma che è stato duramente criticato dagli studiosi del clima, secondo i quali l’analisi dei dati e le conclusioni che ne vengono tratte sono fondamentalmente errate
  2. Che il Journal of Personalized Medicine sia una rivista minore non lo dico io ma dei dati oggettivi, come il fatto che dei 127 articoli che ha pubblicato nei suoi sette anni di vita, appena 10 hanno ricevuto più di 10 citazioni. Opppure il fatto che il database Scimago non la elenchi fra le riviste scientifiche conosciute. Scopus, uno dei più importanti database di articoli scientifici (se un articolo non è su Scopus non conta niente), invece trova il Journal of Personalized Medicine ma, a differenza delle altre riviste del settore, non le assegna nessun indicatore statistico di qualità
  3. Sulle riviste serie il processo di referaggio, cioè la valutazione della qualità tecnico-scientifica del manoscritto fatta in modo anonimo da altri scienziati che lavorano nello stesso campo di ricerca, ha bisogno di tempi molto più lunghi, se va bene 3-4 mesi, ma spesso anche molto di più. Troppa velocità significa troppo spesso che la valutazione del manoscritto è stata fatta alla carlona. 
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