Consip, ovvero la triste storia dei punti senza punta

Dopo parecchi anni di servizio i punti della mia pinzatrice sono finiti. Poco male, un salto in segreteria e mi hanno dato un paio di pacchetti nuovi, che al ritmo attuale dovrebbero essere sufficienti per parecchi anni.

Dovrebbero, perché questi punti sono stati acquistati tramite la Consip, la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che dovrebbe “rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche, fornendo alle amministrazioni strumenti e competenze per gestire i propri acquisti e stimolando le imprese al confronto competitivo con il sistema pubblico”.

E come tutta la roba che arriva da questo mega-carrozzone con cui ho avuto a che fare, la qualità dei punti è pessima: i punti sono avvertibilmente più sottili e leggeri di quelli che usavo prima, si incastrano di continuo nella pinzatrice e se provi a pinzare più di una decina di fogli non riescono a bucarli e si accartocciano su stessi. La differenza con i punti da mercato libero è abissale. Forse questi costeranno anche un po’ meno, ma a che serve se se ne sprecano due su tre?

Purtroppo non è un caso circoscritto ai soli punti metallici. La CONSIP è famosa per la scarsa qualità del materiale che offre, a fronte di prezzi che, anche se calmierati, non sono certo più bassi di quello che si può spuntare a volte anche dal negozio sotto casa.

Anni fa usavo parecchio le Tratto Pen, scrivevano bene e duravano una vita. Arrivata la Consip, le sostituirono con dei pennarelli di feltro a punta lunga da scuola media, con un tratto larghissimo e che smettevano di scrivere dopo due giorni. Costavano quasi quanto le Tratto ma duravano dieci-venti volte di meno, veramente un bell’affare. Dopo qualche mese per fortuna tornarono le Tratto Pen.

Peggio ancora le risme di carta. Comprate tramite la Consip a pallet interi (quante risme ci sono in un pallet? non lo so ma sono tante) potevano costare quanto, se non di più, una singola risma presa in cartoleria, alla faccia degli sconti per grosse quantità. E i fogli di carta ex-Consip, più o meno come i miei punti metallici, si incastravano di continuo nelle stampanti e nelle fotocopiatrici, forse perché sembravano essere più sottili e leggeri dei fogli “normali”, nonostante le specifiche teoricamente uguali.

E se la Consip è un baraccone di stampo parasovietico, che gestisce mega-appalti centralizzati con cui si fornisce a tutti gli uffici lo stesso tipo di carta, lo stesso tipo di stampante, lo stesso computer, lo stesso ticket per i pasti, con il consueto corollario di intrallazzi, mazzette, scandali e inchieste della magistratura, con il MEPA, il Mercato Elettronico della Pubblica Ammnistrazione è anche peggio. Ne ho già parlato a lungo, sono passati quattro anni ma il servizio non è migliorato per niente.

Sul MEPA vale solo il prezzo più basso: se il prezzo è minore si compra per Lecce da un fornitore di Pordenone, e se dopo la vendita il fornitore non fornisce assistenza o se questa costa uno sproposito non importa, ciò che conta è che sembri di aver risparmiato.

Su un qualunque sito di commercio elettronico, non c’è bisogno di essere Amazon, se scrivi “hard disk da 1 Tb” o “disco rigido da 1 terabyte”, il sistema capisce quello che intendi e ti mostra tutti gli hard-disk disponibili con le caratteristiche richieste. Sul MEPA invece sono precisissimi e ti elencheranno solo i prodotti la cui descrizione coincide esattamente con quello che hai chiesto.

Chi ha programmato il sistema è un incapace, è chiaro, ma questa precisione permette anche di “craccare” facilmente il sistema, trovando sul MEPA solo quello che vuoi trovare. Gli onesti possono sfruttare questa caratteristica per scegliere un fornitore che offre un prezzo basso ma anche una assistenza decente. Ma chi onesto non è può usare questo e chissà quali e quanti altri metodi più sofisticati per fare tutte le porcherie che vuole.

Perché è l’assunto di base che non funziona. Risparmiare sugli acquisti della Pubblica Amministrazione è sacrosanto — quanti mattoni e quante siringhe sono state vendute a prezzi da gioielleria? — ma cercare di farlo mettendo sui dei carrozzoni infarciti di burocrazia come Consip e MEPA è la risposta sbagliata, che rende ogni passaggo assurdamente farraginoso e complica solo la vita alle persone per bene, lasciando invece fare quello che vuole a chi, pratico di trucchetti, in questo guano burocratico ci sguazza meglio che in piscina.

Non basterebbero, invece, poche regolette semplici semplici?

  • Spacchettare i mega appalti da milioni di euro che sono solo fonte di corruzione e mazzette e riportarli a livello locale, accoppiati però ad analisi statistiche stringenti e puntuali (ormai facilissime da fare) che mettano in evidenza i costi anomali e costringano i responsabili degli acquisti a giustificare il loro operato.

  • Far ruotare i funzionari che si occupano dei grandi acquisti acquisti negli enti pubblici, in modo che non abbiano il tempo di crearsi una rete di relazioni pericolose.

  • Per gli acquisti di importo minore e per quelli specialistici (penso alla strumentazione utilizzata nella ricerca scientifica ma ci saranno di sicuro esempi analoghi in altri settori pubblici), lasciare la libertà di comprare da chi si vuole se il prezzo è minore di quello stabilito dalla Consip e riportato in un sito web accessibile a chiunque e fruibile con facilità. Magari consentire perfino di approfittare di offerte temporanee particolarmente convenienti, come quelle che ci sono proprio oggi e domani su Amazon.

  • Chi effettua un acquisto, grande o piccolo non importa, è responsabile di quello che fa. Ma lo è anche il suo dirigente, che sta lì proprio perché deve gestire e controllare quello che fanno i dipendenti del suo ufficio. Se l’imbroglio è doloso i due non solo vengono denunciati alla magistratura ma vengono anche trasferiti e, nei casi peggiori, messi in aspettativa non pagata. E naturalmente, se sono riconosciuti colpevoli, vengono licenziati in tronco e devono rimborsare il danno subito dall’amministrazione.

Solo logica semplicistica da buon padre di famiglia? Può darsi, ma ma basta guardare questi dati riferiti solo alle spese sanitarie per accorgersi che, nonostante la Consip o il MEPA, negli appalti pubblici c’è qualcosa che continua a non funzionare (traduco: le anomalie nelle spese effettuate sono troppe e troppo ampie).

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Ma il Fusion Drive serve ancora?

Un amico mi ha chiesto tramite WhatsApp se gli conveniva o no prendere un iMac con il Fusion Drive. Gli ho risposto subito di lasciar perdere il Fusion Drive e di prendere al suo posto un disco SSD e che gli avrei dato una risposta più dettagliata tramite email. Ma dato che l’argomento può avere un interesse più generale e che, bontà sua, l’amico è un lettore di melabit, ho pensato di rispondergli in modo più articolato qui sul blog.

Innanzi tutto: cos’è un Fusion Drive? È una delle tante idee geniali di Apple che cinque o sei anni fa, quando i dischi SSD a stato solido costavano ancora cifre spaventose, decise di integrare un piccolo disco SSD ad un disco meccanico tradizionale, cercando di sfruttare gli aspetti migliori delle due memorie di massa, la velocità del disco a stato solido e la capienza di quello meccanico. La cosa più brillante non era l’implementazione hardware (usare dischi di caratteristiche diverse per scopi differenti non era certo una novità) quanto l’integrazione di questo sistema ibrido nel sistema operativo del Mac, che ce lo fa vedere come se fosse un disco (o volume) unico.

Il sistema operativo memorizza nella parte a stato solido del Fusion Drive i programmi ed i documenti utilizzati più di frequente, mentre sul disco meccanico rimane tutto quello che viene utilizzato meno spesso. Il meccanismo è dinamico e i file vengono spostati da un disco all’altro a seconda dell’utilizzo che l’utente ne sta facendo in un determinato momento.

Da un punto di vista logico, il meccanismo di funzionamento del Fusion Drive è molto simile a quello che succedeva una ventina di anni fa con la RAM. Allora la memoria RAM costava parecchio e quindi si preferiva accoppiarla ad uno spazio di swap sul disco rigido che sembrasse una specie di estensione logica della RAM stessa (non a caso questo spazio veniva chiamato anche memoria virtuale mentre oggi su macOS si chiama spazio di scambio). A seconda delle necessità del momento, il sistema operativo spostava i file in uso dalla RAM allo spazio di swap e viceversa e il tutto appariva come se ci fosse una quantità di memoria RAM doppia o tripla di quella reale. Naturalmente la memoria virtuale era molto più lenta di quella reale e quando il sistema iniziava a swappare, si sentiva il rumore inconfondibile del disco rigido accoppiato ad un rallentamento generale del computer, troppo impegnato a scambiare i dati fra la memoria reale a quella virtuale. Oggi la memoria virtuale esiste ancora ma con RAM da 8, 16 o 32 GB, è raro che venga usata pesantemente come allora (e quando viene usata così non è una cosa molto buona).

Ma torniamo al Fusion Drive.

Il Fusion Drive iniziale del 2012 era costituto da un disco meccanico da 1 TB e un disco SSD da 128 GB (quindi otto volte più piccolo). Oggi… idem, e in certi casi persino peggio.

Attualmente il Fusion Drive può essere montato solo nell’iMac e nel Mac Mini. Nell’iMac il Fusion Drive di base ha un disco meccanico da 1 TB accoppiato ad un SSD da soli 32 GB, mentre i modelli superiori hanno un disco meccanico da 2 o 3 TB e un SSD di 128 GB. Nel Mac Mini il Fusion Drive è diverso e ha un disco meccanico da 1 o 2 TB e SSD di 128 GB.1

Purtroppo l’efficienza di un Fusion Drive aumenta quando le dimensioni del disco SSD sono una frazione significativa di quelle del disco meccanico, mentre nei modelli attuali è successo il contrario, dischi meccanici più grandi ma SSD sempre più piccoli o al massimo di dimensione costante.

Sembra quindi che il concetto di Fusion Drive sia stato sostanzialmente abbandonato da Apple. Perché se l’idea era geniale cinque o sei anni fa e riusciva a risolvere un problema molto sentito in modo trasparente e ad un costo decente, il crollo dei prezzi dei dischi a stato solido oggi ha reso di fatto inutile un sistema ibrido come questo.

Quando si acquista un nuovo Mac è quindi molto più ragionevole scegliere un disco SSD di dimensioni consistenti ma non estreme, diciamo dai 256 GB a 1 TB al massimo (con l’ottimo in mezzo, il taglio ideale oggi è un SSD da 512 GB). Oltre il TB rapporto fra costo e dimensioni diventa eccessivo (ve la sentireste di spendere 3.360 euro in più per montare sul vostro iMac Pro un SSD da 4 TB?)

E se serve più spazio? Nessun problema, basta aggiungere un disco esterno meccanico da 1 TB o più, dove memorizzare tutti quei file che non hanno necessità di velocità di accesso estreme o che non utilizziamo spesso, foto e musica in primo luogo ma anche progetti lavorativi conclusi.2 Inutile strafare sulle dimensioni, meglio comprare un disco delle dimensioni che ci servono oggi (diciamo un disco grande non più del doppio dello spazio occupato dai file che vogliamo metterci su), tanto se fra un anno o due lo spazio finirà, il costo di un disco rigido più grande sarà sceso tanto da farci comunque risparmiare rispetto all’aver acquistato oggi un disco top di gamma. E se i file da mettere nel disco esterno non occupano troppo spazio, si potrebbe perfino decidere di prendere un disco SSD economico ma di qualità da installare in un case esterno.

Meglio invece strafare sulla porta di interfaccia del disco esterno: l’USB 3 è il minimo sindacale, con USB-C (per i Mac che ce l’hanno) o Thunderbolt è difficile accorgersi che stiamo usando un disco meccanico esterno, l’unico rallentamento che si avverte è l’avvio iniziale quando il disco rigido è a riposo.

Tutti i miei Mac fissi sono configurati in questo modo e, con qualche collegamento simbolico ben piazzato, non mi accorgo nemmeno di avere due, tre e a volte anche quattro dischi diversi collegati permanentemente al Mac invece di un unico disco rigido di dimensioni molto grandi. Non sarà comodo ed integrato con il sistema operativo come il Fusion Drive ma è molto più efficiente.


  1. Visto lo stato comatoso del Mini che non viene aggiornato dall’ottobre 2014 (quasi 4 anni), è probabile che anche il Fusion Drive sia un modello altrettanto datato e ormai obsoleto dal punto di vista tecnologico. 
  2. Ovviamente questo disco esterno deve essere separato dal disco per Time Machine, che sul Mac sin dai tempi di Leopard è una specie di assicurazione obbligatoria che vale ogni centesimo di quello che costa. 
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Da melabit a melabit: la scelta del dominio

Se la scelta del servizio di hosting più adatto alle nostre esigenze è difficile, ancora più complicata è la scelta del nome di dominio (o solo dominio), cioè del nome univoco assegnato ad un sito web, che lo caratterizza e lo rende facile da ricordare, come ad esempio http://www.google.com, http://www.debian.org oppure http://www.nomesito.it.

Breve lezioncina preliminare (sono noioso, ma bisogna pure capirsi). Un dominio è composto da tre parti separate da punti: la prima parte è il noto acronimo www (cioè world wide web), una specie di marchio di riconoscimento del web (come la @ per la posta elettronica) che ormai viene usato sempre più di rado.1

La parte finale è detta dominio di primo livello (o TLD, Top Level Domain) e serve ad identificare la tipologia del sito web (.com per i siti commerciali, .org per quelli senza scopo di lucro) oppure la nazione dove opera il sito (.it). Però, dopo la liberalizzazione dei TLD, queste definizioni sono diventate sempre meno significative.

Infine la parte di mezzo è il nome dell’host (google, debian oppure nomesito negli esempi di sopra), la parte del nome di dominio che caratterizza veramente il sito.

Aggiungendo il metodo di accesso, http:// o ormai quasi sempre la versione sicura https://, si ottiene l’URL, cioè la stringa univoca https://www.nomesito.it, che permette al browser di accedere al sito web desiderato.

Finita la lezione, veniamo alla parte più significativa dell’articolo: come si fa a scegliere il nome di dominio più adatto per il nostro sito? Le regole di base sono già tutte in questo articolo, inutile ripeterle un’altra volta.

Per una volta voglio usare un approccio più pratico e raccontare come e perché ho scelto proprio melabit come nome di dominio per questo sito, applicando senza nemmeno saperlo alcune delle regole contenute nell’articolo appena citato. Tre regole in particolare: volevo un nome di dominio che fosse breve e facile da scrivere, e che una volta letto non sembrasse qualcosa di diverso e imprevisto. Perché la ragione conta, ma il caso ha sempre il suo bel daffare a metterci i bastoni fra le ruote.

La primissima idea di tenere un blog personale non è mia, ma dell’amico Lucio Bragagnolo, che molto gentilmente mi aveva invitato ad aprirne uno su Macworld Italia. Si doveva chiamare “iLife of Brian”, un bel gioco di parole con il nickname che uso più o meno sempre su internet (con qualche variazione).2 Ho ancora il testo del post di presentazione, che non ho mai pubblicato perché intanto Macworld ha chiuso su due piedi.

Ci ho pensato e ripensato e alla fine ho deciso di fare da solo. Ma senza più l’ombrello protettivo di Macworld ho escluso immediatamente di chiamarlo “iLife of Brian”, i motori di ricerca non l’avrebbero mai trovato. Provate a cercare “iLife of Brian” su Google (ma anche su Bing, su DuckDuckGo, su quello che vi pare), vi verrà fuori solo e sempre qualcosa dei monumentali Monty Python. Il confronto era improponibile.

Allora ho preso il fidato nvALT, che uso molto più di Notes per buttare giù degli appunti veloci, e ho cominciato a buttare giù una serie di nomi per il blog. Poi li ho messi in ordine (si può fare a mano, ma sapere usare un po’ il Terminale può essere utile anche per queste cose) e mi sono messo a cercare su internet se erano disponibili o no.

C’è voluto un po’ di tempo e di pazienza, e alla fine è venuta fuori questa lista. Nella colonna di sinistra sono finiti tutti quelli già utilizzati, un vero peccato perché alcuni erano veramente carini. Rimanevano quelli della colonna di destra.

A questo punto ho cominciato a tagliare. Alcuni nomi erano troppo lunghi e complicati (mactechbit, openappletech), spesso troppo anglosassoni per un blog destinato volutamente ad un pubblico italiano (openmactools, toolsformac). Poi c’erano i nomi troppo caratterizzati verso aspetti molto particolari del mondo Mac (melaprog, scientificmac) mentre io volevo mantenere la possibilità di di scrivere di tutto quello che mi piaceva (e mi interessava). Tagliati anche loro senza pietà.

Alla fine mi ero deciso per melaperta. Poi quasi per caso, mentre lo ripetevo mentalmente, mi sono accorto che poteva essere scambiato per un sito per adulti (provate anche voi e ditemi). Avrebbe fatto molto bene alle statistiche di accesso, lo so, ma ho tagliato anche melaperta senza pietà.

Il nome immediatamente successivo era l’unico che non aveva controindicazioni, ed è così che è nato melabit.

Per approfondire


  1. Dato che ormai il web è diventato onnipresente, l’acronimo www non è più indispensabile per riferirsi ad un sito, e quindi si può usare solo google.com (detto dominio nudo o naked) al posto di http://www.google.com
  2. Nickname che deriva sia dal film più famoso dei grandi Monty Python, sia dal nome di uno dei fisici con cui più ho avuto a che fare, Brian Josephson, uno capace di vincere un premio Nobel pubblicando un solo articolo significativo. Tanto che subito dopo si è praticamente rimbambito
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Medioevo no vax

Ho iniziato a rispondere di getto a un commento di Luca, però a un certo punto mi sono accorto che la cosa meritava una trattazione più adeguata e ne ho fatto un post completo. Perché rispetto le opinioni di tutti, ma non si può andare dietro a gente che gioca con la salute, e perfino con la vita, delle persone.

Parole parole parole

Iniziamo dal commento. Luca, dopo aver visto il Cartone Morto sui vaccini, mi scrive

riguardo ai vaccini suggerirei l’analisi scientifica condotta da Gatti e Montanari (vedasi http://www.stefanomontanari.net) anzichè un cartone animato concepito da un … “influencer”!

Io non sono certo un esperto di vaccini, però so leggere e della coppia Gatti & Montanari (coppia anche nella vita, sono marito e moglie) ho già sentito parlare più di una volta. Perciò gli rispondo così,

Gatti & Montanari… ma dai, stai scherzando? Quelli che hanno pubblicato uno studio “fondamentale” sulla tossicità dei vaccini sull’International Journal of Vaccines and Vaccination, una delle riviste scientifiche finte che pubblicano tutto quello che ricevono, senza controllo, senza revisione di altri esperti, basta solo mandare il manoscritto e pagare la quota richiesta?

Mi viene anche voglia di ripetere un’altra volta che un lavoro pubblicato su una pseudo-rivista scientifica come l’International Journal of Vaccines and Vaccination si squalifica da solo e vale meno del giornale usato con cui incartano il pesce al mercato. Poi però mi rendo conto che queste considerazioni tecniche non risultano convincenti per chi non è bene addentro al mondo della ricerca (e tante volte purtroppo anche per chi lo è…)

E quindi perché non provare a fare due conti terra terra?

Contaminazioni?

Il sito dell’International Journal of Vaccines and Vaccination non funziona dalla fine del 2017. Ma per fortuna la rete non dimentica e questo è uno degli ultimi “snapshot” del sito disponibili sul sempre ottimo Internet Archive. In cima alla lista degli ultimi “articoli” pubblicati c’è n’è uno della coppia Gatti & Montanari, questo (c’è anche la versione in pdf).

Leggerselo tutto è tempo perso, qui ci basta solo guardare la tabella 3 e il grafico 8 corrispondente, dove per ogni tipo di vaccino analizzato è elencato il numero di nano/micro-particelle di impurezze presenti in 20 microlitri di acqua. Queste impurezze possono essere di natura molto diversa e possono avere effetti molto diversi sulla salute. Ma non importa, la tabella le mette tutte insieme e ci da il numero totale di impurezze presenti in ciascun vaccino, distinguendo al più la forma strutturale nelle quali si trovano, cristalli semplici, precipitati, aggregati o agglomerati.

Dalla tabella 3 e dal grafico 8 notiamo che in tutti i vaccini analizzati sono presenti non più di 3.000 particelle di impurezze ogni 20 microlitri di acqua.1

Uno legge e pensa: Porca miseria! 3.000 è un numero bello grande; 20 microlitri… boh, quanto diavolo saranno 20 microlitri di acqua?… beh, di sicuro è pochissima acqua.2

3.000 particelle. Sono tante! Venti microlitri. Sono pochi!

E il gioco è fatto.

Con le inevitabili conclusioni:
– i vaccini sono contaminati;
– i vaccini contaminati fanno male alla salute;
– le case farmaceutiche non sanno fare il loro lavoro;
– le case farmaceutiche voglio solo vendere e se ne fregano della nostra salute.

Gatti & Montanari hanno finalmente smascherato le nefandezze delle case farmaceutiche (che ne fanno, ma di tutt’altro tipo) e meritebbero molta più attenzione da parte della scienza “ufficiale” collusa con le case farmaceutiche, dai media e, perché no, dalla politica. Meriterebbero finanziamenti per le loro ricerche, meriterebbero premi, meriterebbero onori di tutti i tipi, magari perfino un premio Nobel.

E mentre aspettiamo che accada tutto questo buttiamo via i vaccini e torniamo a morire di vaiolo e di tetano come nell’Ottocento.

Un attimo… perché prima di buttare i vaccini non rispolveriamo un po’ di chimica della scuola superiore?

Chimica di base

Iniziamo dalla mole. Per definizione una mole di una sostanza contiene sempre lo stesso numero di particelle — indipendentemente dal fatto che siano atomi, molecole o palloni da calcio — esattamente 6,02 x 1023 particelle (la costante di Avogadro). Il numero 6,02 x 1023 equivale a un 6 seguito da 23 zeri, quindi in una mole ci sono

600.000.000.000.000.000.000.000 particelle,

cioè seicentomila miliardi di miliardi di particelle (dovete perdonarmi, ma per rendere le cose più semplici ne ho tolta qualcuna, appena 2.000.000.000.000.000.000.000, duemila miliardi di miliardi).

Ma quanto pesa una mole? Dipende dal tipo di particella di cui stiamo parlando. Una mole di atomi di idrogeno pesa meno di una mole di molecole di metano, che pesa poco meno di una mole di molecole di acqua, che a sua volta pesa meno di una mole di atomi di ferro… e così via.

Come ogni medicina, un vaccino è composto per la maggior parte da molecole di acqua, il principio attivo è sempre molto diluito (senza arrivare al nulla omeopatico, naturalmente). Quindi per sapere quanto pesa una mole di vaccino è sufficiente in pratica calcolare quanto pesa una mole di acqua. Ve lo dico io, 18 grammi. E dato che l’acqua ha un peso specifico di 1 grammo per millilitro, significa che 18 grammi corrispondono a 18 millilitri di acqua. Ma facciamo buon peso e arrotondiamo a 20 millilitri.

Ricapitolando: una mole di acqua ha un volume di circa 20 millilitri e contiene 6,02 x 1023 molecole di acqua.

E allora, quante molecole ci sono in 20 microlitri di acqua? Semplice, ce ne sono un millesimo di quante ce ne stanno in una mole, quindi solo 6,02 x 1020 molecole, molecola più molecola meno.

Quindi 20 microlitri di acqua contengono la bellezza di

600.000.000.000.000.000.000 molecole,

cioè seicento miliardi di miliardi di molecole.

E se in mezzo a seicento miliardi di miliardi di molecole, Gatti & Montanari trovano meno di

3.000 particelle di impurezze,

appena il 5 x 10-16 %, si scandalizzano pure?

Fossi al posto loro, ringrazierei di cuore le case farmaceutiche che riescono a purificare l’acqua così bene da fare in modo che contenga una percentuale di impurezze dello 0,000.000.000.000.000.5 %. Zero virgola zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero cinque percento.

Non so voi, ma a me sembra una cosa straordinaria.

Acqua del rubinetto

Ma non finisce qui. Se Gatti & Montanari avessero rispettato le normali pratiche scientifiche, avrebbero messo a confronto i loro dati sui vaccini con la percentuale di impurezze presenti in altre sostanze di uso comune, prime fra tutte la comune acqua potabile.

Il decreto legislativo n. 31 del 2001 stabilisce che l’acqua, per essere considerata potabile, deve contenere non più di 10 microgrammi di piombo e non più di 50 microgrammi di cianuro per ogni litro.3 Il decreto naturalmente elenca un gran numero di altri parametri chimici, io qui mi sono limitato a considerarne solo due ben noti per i loro effetti tossici.

Poiché una mole di piombo pesa 207 grammi e una di cianuro pesa 26 grammi, ciò significa che in un litro di acqua del rubinetto possiamo trovare fino al 9 x 10-8 % di atomi di piombo, e fino al 5 x 10-6 % di molecole di cianuro (approssimando per eccesso).

Quindi nell’acqua che beviamo ogni giorno possiamo trovare da 100 milioni a 10 miliardi di volte più impurezze di piombo e cianuro di tutte quelle che si trovano nei vaccini. In realtà nell’acqua potabile di impurezze ce ne sono ancora di più, perché qui preso in esame solo due fra tutte quelle presenti nell’acqua mentre, come abbiamo visto prima, Gatti & Montanari le considerano tutte insieme.

Fatto sta che, se usiamo la logica usata da Gatti & Montanari, dovremmo concludere che l’acqua del rubinetto o delle bottiglie di plastica che beviamo ogni giorno è un vero e proprio attentato alla nostra salute. Altro che pericolo vaccini.

Conclusioni

Questi sono i fatti, le conclusioni tiratele voi. A me questa paura insensata dei vaccini sembra solo una roba medievale, messa in giro ad arte per turlupinare i creduloni.

aaa

Post Scriptum. Dopo aver finito di scrivere l’articolo e mentre cercavo materiale utile per gli Approfondimenti, mi sono accorto che David “Orac” Gorski un anno fa aveva già fatto una analisi molto dettagliata dell’articolo di Gatti & Montanari, in alcune parti piuttosto simile a questa che avete appena finito di leggere. Peccato, avrei potuto limitarmi a mettere un link all’articolo, risparmiandomi parecchie ore di lavoro fra stesura e revisione del testo. Però se questo articolo risulterà più accessibile del suo ai non iniziati, ne sarà valsa comunque la pena.

Approfondimenti

A. Gatti e S. Montanari, New Quality-Control Investigations on Vaccines: Micro- and Nanocontamination, International Journal of Vaccines and Vaccination, vol. 4 n. 1 (2017) (versione html e pdf).

S. Coyaud, Le scuse di una pseudo-giornalista, OggiScienza, 20 dicembre 2017.

S. Coyaud, Spermatozoi infuocati: una scoperta italiana, OggiScienza, 20 marzo 2017 (link).

S. Di Grazia, I vaccini inquinati? Un’esperta dice di no, 9 febbraio 2017.

S. Coyaud, Ilarità ricorsiva, 8 febbraio 2017.

D. Gorski (Orac), A co-author of an antivax study attacks Orac for criticizing it. Hilarity ensues, 7 febbraio 2017.

D. Gorski (Orac), I love it when an antivax “study” meant to show how “dirty” vaccines are backfires so spectacularly, 2 febbraio 2017.

D. Cipolloni, Sentenza finale per la frode su vaccini e autismo, OggiScienza, 28 gennaio 2010.

S. Di Grazia, Vaccini: Wakefield, vaccini, autismo e denaro (II parte), 25 novembre 2009.


  1. Chissà come le hanno misurate. Le avranno contate a mano o hanno usato un sistema automatico di conteggio? Hanno considerato tutto il campione o no? Nella tabella hanno riportato la media, il conteggio minimo o il conteggio massimo (se le hanno contate tre volte ci sarà pure una differenza fra le varie misure)? A noi queste minuzie noiose non devono interessare, ci basti sapere che l’errore della misura è minore del 10%. Se lo dicono Gatti & Montanari, come possiamo non crederci? 
  2. È così, è grosso modo una mezza goccia di siringa. 
  3. Le ultime revisioni del decreto hanno modificato alcuni valori, a volte aumentando altre diminuendo i limiti massimi ammessi. Qui ho preferito utilizzare i valori di impurezze ammesse contenuti nel decreto del 2001 solo perché la tabella relativa è più chiara ed è visibile direttamente nel browser. In ogni caso il succo del discorso non cambia. 
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Ai miei tempi…

Mi hanno sempre incuriosito quelli che rimpiangono i bei vecchi tempi, l’età dell’oro della loro gioventù, ormai tramontata definitivamente e sostituita da novità incomprensibili e negative a prescindere.

Lo dicevano i miei genitori, “Ai miei tempi la scuola sì che era una cosa seria, i ragazzi di oggi invece…” Sono sicuro che lo dicessero (a loro) i miei nonni, “Ai miei tempi la scuola sì che era una cosa seria, i ragazzi di oggi invece…”

E lo dicono oggi tanti parenti ed amici, “Ai miei tempi la scuola sì che era una cosa seria, i ragazzi di oggi invece…”

Io mi sono sempre limitato a prendere in giro mia moglie (che lo dice anche lei ogni tanto), oppure a farlo notare senza troppe speranze a cena o davanti alla macchinetta del caffè.

XKCD invece è andato a cercare quello che scrivevano i giornali della fine dell’ottocento e dei primi anni del ‘900 dei tempi moderni e dei nuovi costumi dell’epoca, e ne ha fatto una vignetta che vale più di un ponderoso saggio universitario.

Prendete questa citazione del 1871, “L’arte di scrivere una lettera sta morendo rapidamente. Quando una lettera costava nove pence, sembrava giusto fare in modo che valesse nove pence… Oggi invece pensiamo di essere troppo impegnati per questo tipo di corrispondenza vecchio stile, e inviamo una moltitudine di note brevi e veloci, invece di sedere e avere una bella conversazione con un vero foglio di carta.”

Qesta molto simile del 1915, “Cent’anni fa spedire una lettera impiegava tanto tempo e costava tanto denaro che sembrava necessario metterci dentro qualche pensiero. Oggi la velocità e l’economicità della posta sembra giustificare l’impressione che una breve lettera oggi può essere seguita da un’altra la settimana prossima, una riga oggi da un’altra domani.”

Oppure quella che preferisco in assoluto, da un articolo del 1907, “La famiglia moderna oggi si raduna in silenzio attorno al fuoco, ciascuno con la testa immersa nella rivista preferita, e la conseguenza naturale dell’aver messo al bando a scuola l’arte della conversazione.”

Sostituite “lettera” con “messaggio“ e “rivista” con “cellulare” e ditemi se non vi ricorda qualcosa.

P.S. Con questo siamo arrivati a 300 post. C’è voluto un anno per scrivere i primi 100 post del blog, un anno e mezzo per arrivare a 200 e quasi altri due anni per arrivare a scrivere il trecentesimo. I tempi si allungano, ma i post diventano anche sempre più lunghi. Preferite così o pensate che sia meglio scrivere meno ma più spesso?

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