L’anniversario della presentazione dell’iPad secondo ChatGPT

Ho colto al volo l’occasione dell’anniversario della presentazione dell’iPad per far scrivere a ChatGPT un post sull’argomento. Io mi sono limitato a qualche notarella tecnica e a un breve commento finale.


Domanda: Scrivi un post per un blog in tono tecnico sul recente anniversario della presentazione dell’iPad.

Risposta: Il 27 gennaio 2010, Apple Inc. ha presentato il primo iPad, un tablet computer che utilizza un display multi-touch da 9,7 pollici e si basa sul sistema operativo iOS. Il dispositivo era alimentato dal chip A4 di Apple, che presentava un CPU Cortex-A8 da 1 GHz e una GPU PowerVR SGX535, fornendo all’iPad una notevole potenza computazionale per l’epoca. Il dispositivo è stato inizialmente rilasciato in tre capacità di archiviazione (16 GB, 32 GB e 64 GB) e con un prezzo di partenza di 499 dollari.

Al momento del lancio, l’iPad ha ricevuto reazioni miste dalla comunità tecnologica, con alcuni che lodavano il suo potenziale come dispositivo rivoluzionario per la navigazione web, l’email, le foto e la visione di video, mentre altri lo respingevano come un “gigantesco iPhone” con un’appeal limitato. Tuttavia, questi dubbi sono stati presto dissipati in quanto l’iPad è diventato rapidamente un dispositivo popolare, con Apple che ha venduto oltre 15 milioni di unità nei primi nove mesi dal lancio.
Uno dei fattori chiave che ha contribuito al successo dell’iPad è stata la sua capacità di eseguire una vasta gamma di app, grazie al suo hardware potente e al sistema operativo iOS. Ciò ha permesso di eseguire una varietà di compiti sul dispositivo, come la navigazione web, l’invio di email, la modifica di documenti, la visione di video e i giochi. Il display grande dell’iPad lo ha inoltre reso ideale per la fruizione di media, soprattutto per la lettura di libri, riviste e giornali.

L’interfaccia touch dell’iPad, il suo design semplice e l’accessibilità hanno anche svolto un ruolo significativo nel suo successo. Ciò ha reso il dispositivo facile da usare per persone di tutte le età e livelli di abilità, espandendo così il mercato dei tablet, che era stato precedentemente limitato a nicchie come le imprese e i designer.

La presentazione dell’iPad ha anche avuto un impatto significativo sul mercato dei tablet nel suo insieme. Prima dell’iPad, i dispositivi tablet venivano principalmente utilizzati per compiti specifici come l’inserimento di dati e la progettazione grafica. Tuttavia, il successo dell’iPad ha stabilito il tablet come un dispositivo a scopo generale, adatto a una vasta gamma di compiti. Ciò ha portato allo sviluppo di una var

Come potete vedere la risposta si interrompe all’improvviso, ci sarà forse un limite tecnico sulla lunghezza delle risposte ma non è chiarissimo, visto che il testo contiene 366 parole e 2267 caratteri.
Per verificare che non sia stato un problema tecnico (ChatGPT in questi giorni è ai limiti della sua capacità) ho anche provato a rigenerare il testo, ma anche questa volta il testo si interrompe a metà, dopo 358 parole e 2280 caratteri. In ogni caso la risposta è praticamente identica e ve la risparmio.


Facendo scrivere a ChatGPT un post equivalente in inglese il risultato è, come prevedibile, praticamente uguale al testo in italiano, probabilmente perché ChatGPT può leggere e scrivere in qualunque lingua (o quasi) ma pensa sempre e solo in inglese.


Che dire del risultato? Francamente mi sembra più interessante leggere la lista della spesa, non c’è nessun calore, è tutto piatto e senza vita come un comunicato stampa. Il testo scritto da ChatGPT è un semplice elenco di fatti, una rielaborazione piatta di pagine e pagine di notizie presenti sul web, senza che questo elenco diventi una storia degna di essere letta. Un umano potrebbe fare sicuramente di meglio.

Il problema con ChatGPT è che ce l’hanno venduto come la soluzione per tutto, sostituito dello scrittore, terrore degli insegnanti (e manna per gli insegnati), sistema di sviluppo, motore di ricerca intelligente, manca solo che risolva il problema della fame nel mondo e siamo a posto.

Invece ChatGPT è solo un software con un’ottima memoria, un software che ha letto e ricorda praticamente tutto lo scibile umano, un software che, quando risponde alle nostre domande, va a prendere una cosa da qui e una da lì, senza avere la minima idea di cosa significhi. ChatGPT è un perfetto robot statistico, nulla di più.

Se gli si fanno fare cose adatte a lui, ChatGPT è eccezionale, basta solo non chiedergli di essere creativo, non fa per lui. Direi che, per ora, noi scrittori in erba possiamo dormire sonni tranquilli.

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Schede perforate: un mainframe da caserma


Telescrivente a nastro perforato. Fonte: Aurora Ciardelli.

Il primo giorno del CAR, il Centro Addestramento Reclute dell’esercito che formava i militari di leva prima che venissiro assegnati alle rispettive sedi (cioè insegnava a marciare e ad urlare sissignore a squarciagola), mi comunicarono che sarei stato assegnato al battaglione Trasmissioni di Torino, per lavorare con un “nuovo sistema informatico” che avrebbe dovuto gestire i messaggi delle telescriventi.

Chiaramente non ci capii niente. Sapevo cosa fossero le telescriventi, nei laboratori che avevo frequentato prima della laurea c’erano ancora in giro delle telescriventi collegate a dei vecchi computer, ma non avevo idea del perché le usassero i militari e, soprattutto, perché servisse un “nuovo sistema informatico” per gestire quelli che già allora, alla metà degli anni ’80, erano dei ruderi elettromeccanici.

Il CAR finì e venni davvero assegnato dove mi avevano detto. Il “nuovo sistema informatico”, però, non era ancora pronto e nel frattempo io, con una ventina di altri militari di leva, venni messo davanti ad un telescrivente a nastro perforato, più o meno come quella in figura, a ricevere telex 24 ore su 24.

Un lavoro durissimo: la sala telex conteneva una dozzina di macchine sempre in funzione, il rumore era assordante e i turni estenuanti. Arrivavano messaggi in continuazione, e tutti dovevano essere letti, classificati per importanza e registrati su un quaderno, separando e marcando i nastri di carta di ciascun messaggio.

La maggior parte dei messaggi era inutile, “Il soggiorno termale del sottufficiale Tal dei Tali viene rimandato dalla data X alla data Y”, alcuni erano relativamente seri, “Il militare Pinco Pallino non è tornato in caserma dopo la licenza”, ma bisognava stare sempre in allerta nel caso fosse arrivata una comunicazione davvero importante, come quella di un incidente, di un terremoto o, peggio, dello scoppio del sempre temuto conflitto fra Patto di Varsavia e NATO. La cosa snervante era proprio quella di classificare correttamente i messaggi, se sbagliavi potevano essere guai seri, per fortuna quando ci sono stato io non è mai successo niente di importante.

Il lavoro ai telex era così pesante che ogni due giorni di lavoro (quasi) continuativo ci davano altrettanti giorni di riposo, a casa. Non era una concessione, ma una vera necessità. In caserma ci consideravano dei raccomandati (paraculati nel gergo sempre finissimo della caserma), ma chi lo pensava non aveva idea di cosa significasse passare sveglio una notte ogni quattro davanti ad un telex che sputava continuamente carta, finendo per crollare letteralmente sulla tastiera nei rari momenti di pausa.


Io intanto ero sempre più incuriosito dal “nuovo sistema informatico” che era in costruzione in un’ala seminascosta del piano dei telex. Per fortuna i sergenti del centro stavano seguendo un corso di informatica, e io durante i turni nei weekend, quando il lavoro era molto più leggero, riuscivo a farmi dire qualcosa, barattando le informazioni con delle spiegazioni facili-facili sui computer.

Eh sì, perchè a quei poveretti, che a malapena avevano la licenza media o poco più, venivano impartite auliche lezioni sull’architettura della CPU o sulle differenze fra memoria RAM statica e dinamica, lezioni di cui sistematicamente non capivano niente. Non era colpa loro, in fondo si impegnavano, cercavano di prendere appunti, ripetevano a pappagallo i concetti. Il problema era che gli mancavano le basi, e gli insegnanti non si preoccupavano di scendere sulla terra e preparare delle lezioni accessibili al pubblico che gli stava davanti. E così diventai il loro insegnante alternativo da weekend, una cosa molto divertente e che mi faceva uscire per un po’ dal solito tran-tran da caserma. Probabilmente da queste lezioni ho imparato più io di loro.

E così seppi anche quello che mi aspettava. Il cosidetto “nuovo sistema informatico” era di fatto un mainframe che avrebbe dovuto gestire tutto il traffico di comunicazioni della Regione Militare Nord Ovest, sostituendo in tutto e per tutto i vecchi telex. Eravamo a metà degli anni ’80, i computer non erano potenti come quelli di oggi, ma usare un mainframe per gestire qualche migliaio di telex era già allora una cosa eccessiva, un minicomputer come il VAX o il MicroVAX della DEC, diffusissimi nelle università, oppure l’HP 3000 o l’IBM System/36 sarebbero stati più che sufficienti. Ma si sa, quando c’è da buttare un po’ di soldi l’esercito sa bene il fatto suo.

In ogni caso, in quel momento erano in corso i lavori di ristrutturazione dell’area che avrebbe ospitato il nuovo supercomputer, lavori che non si sarebbero conclusi prima di alcuni mesi. In sostanza, era più che probabile che avrei finito il militare ben prima di vedere come fosse fatto e come funzionasse il “nuovo sistema informatico”.

Non era un problema, lavorare ai telex tutto sommato mi piaceva e ormai c’era un bell’affiatamento con il resto della squadra. In più, abitando a Torino, poter stare due giorni su quattro a casa mi faceva molto comodo.

Poi arrivò la chiamata che cambiò definitivamente il mio status di militare, ma questa storia la racconterò la prossima volta.

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Come attivare il ribbon in LibreOffice

Uso pochissimo Office di Microsoft e quasi sempre per motivi lavorativi ma devo ammettere che, a parte certe funzioni di Excel, se c’è una cosa che mi piace di Office è la sua interfaccia a ribbon, nella quale tutti i comandi (o quasi) sono raggruppati in modo omogeneo in schede ben distinte.

Il ribbon, in pratica, sostituisce i menu e rende i comandi più facilmente accessibili, dato che ciascuna scheda mostra solo i comandi legati ad una funzione ben definita, senza che l’utente debba andare a cercarli in qualche oscuro sotto-sotto-sotto-menu.



Per la cronaca, l’interfaccia a ribbon è stata introdotta in Office 2007 e, come succede spesso con le innovazioni, soprattutto quelle intelligenti, è stata inizialmente duramente contestata dagli utenti più tradizionalisti. Per fortuna è bastato poco tempo per sopire le polemiche e ormai questo tipo di interfaccia utente si è diffusa ben oltre le applicazioni Microsoft, raggiungendo perfino dei prodotti di nicchia come MATLAB, COMSOL Multiphysics o Sibelius.

Anche Apple ha adottato da tempo una interfaccia molto simile per la sua triade da ufficio, Pages, Numbers e Keynote e, come al solito, ha fatto di meglio, sia perché i comandi sono disposti sul lato destro della finestra del programma, sfruttando meglio lo spazio disponibile sui monitor moderni, più larghi che alti, sia perché il ribbon di Apple cambia in modo dinamico in base al contesto, come si può vedere negli esempi qui sotto relativi a Pages, dove i comandi disponibili nella barra laterale cambiano automaticamente a seconda che inseriamo del testo, lavoriamo su una tabella o generiamo un grafico.




E LibreOffice, l’alternativa multipiattaforma più diffusa fra le cosiddette suite per ufficio?

LibreOffice arriva di default con la classica interfaccia ad icone che, vista con gli occhi di oggi, appare davvero datata. Le icone non sono troppe, si possono rimpicciolire per occupare meno spazio sullo schermo o se ne può cambiare l’aspetto (LibreOffice -> Preferenze… -> LibreOffice -> Vista), ma il tutto continua ad avere un sapore di deja vu poco funzionale.

Ma da qualche tempo anche LibreOffice supporta una interfaccia a ribbon, che può essere attivata facilmente dal menu. Nel seguito mi riferirò specificatamente alla ultimissima versione 7.4.3 per Mac, ma il discorso dovrebbe valere inalterato anche per le versioni più recenti del programma e per tutti i sistemi operativi supportati.

Per attivare l’interfaccia a ribbon basta selezionare dal menu la voce Visualizza e poi Interfaccia utente..., scegliendo fra le varianti proposte quella A schede, oppure quella A schede, compatta più adatta ai monitor piccoli, e applicando infine questa modifica globalmente a tutto LibreOffice (volendo si può decidere di attivare o meno il ribbon in ciascuna delle applicazioni della suite, ma secondo me ha poco senso).

E voilà!, ecco LibreOffice con una interfaccia nuova fiammante, molto più ordinata di quella precedente.

C’è ancora molto da lavorare sull’aspetto grafico, e la maggior parte delle schede sono troppo vuote per essere davvero utili, però è comunque un (buon) inizio. Per tornare alla vecchia interfaccia ad icone basta cliccare di nuovo su Visualizza -> Interfaccia utente... e selezionare la variante Barra degli strumenti standard.


Se la copia di LibreOffice che stiamo usando è più datata potrebbe essere necessario abilitare prima le funzioni sperimentali del programma. Per farlo bisogna cliccare sulla voce di menu LibreOffice e selezionare le Preferenze... del programma. Qui, sotto il gruppo di opzioni globali LibreOffice, si trovano le preferenze Avanzate, fra le quali quella che ci interessa qui è Abilita le funzionalità sperimentali. Bisogna attivarla (senza farsi spaventare troppo dall’avviso che LibreOffice potrebbe diventare instabile), premere il tasto Applica e riavviare il programma.


Una volta riavviato LibreOffice sembra che non sia successo niente, ci ritroviamo ancora con la solita interfaccia ad icone. Questo perché abbiamo sì abilitato le funzionalità sperimentali, ma non abbiamo ancora deciso quali vogliamo utilizzare. È sufficiente però ripetere quanto detto in precedenza, selezionando dal menu la voce Visualizza e poi Interfaccia utente..., e scegliendo la variante A schede oppure A schede, compatta, per ritrovarci anche in questo caso con LibreOffice con una interfaccia a ribbon.


L’attivazione delle funzioni sperimentali può servire anche a chi usa le versioni più recenti di LibreOffice, perché aumenta il numero di sotto-varianti disponibili dell’interfaccia utente, come è facile verificare guardando l’immagine qui sotto. Se poi tutta questa abbondanza di varianti possa essere davvero utile è un altro discorso.

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Schede perforate: Operazione al PC


Fonte: Jim Varga su Unsplash.

Il computer era girato sul fianco, per terra. Avevo tolto il pannello laterale e stavo guardando l’interno. Ogni volta che apro un PC mi chiedo il senso di tutto quello spazio inutilizzato, un case grande la metà sarebbe quasi sempre più che sufficiente, ma agli utenti il computer piace grande e grande sia.

“Ma sei sicuro di saperlo fare?” Le parole della collega mi penetrarono nella schiena, più fredde di un ghiacciolo d’inverno. Avrei voluto risponderle “Ma sì hai ragione, lasciamo stare, chiama l’assistenza e fatti cambiare la scheda grafica da loro”, ma non potevo dargliela vinta, soprattutto a quella cretina che sapeva a malapena accendere il computer.

Sapevo molto bene come lavorava, da anni ed anni sempre la stessa solfa, un Linux stravecchio, un monitor da 15″ che sapeva di vintage, un terminale nella metà superiore dello schermo con l’editor aperto, un altro nella metà inferiore che usava per compilare ed eseguire il suo codice Fortran. Mai uno scatto d’ala, mai un cambiamento. La sua collega di stanza non era da meno, passava il tempo a confrontare i risultati prima e dopo ogni modifica al programma a cui lavoravano entrambe da una vita, una operazione noiosissima che svolgeva rigorosamente ad occhio, riga per riga, diff per lei era un oggetto sconosciuto, meld una parolaccia.

Per ogni nonnulla chiamavano il pusher dell’assistenza tecnica che, a caro prezzo, risolveva loro tutti i problemi del momento. Le avevo sentite chiedergli perfino di accendergli un nuovo computer appena arrivato, perché loro non volevano rischiare di far danni.

Questa volta era la scheda grafica che non voleva più saperne di funzionare e, stupidamente, mi ero offerto di cambiargliela io stesso. C’era già una scheda di ricambio, nel mio mondo non aveva senso perdere una settimana per far riparare un computer quando si poteva fare da soli. Ma imparai subito che aveva ancora meno senso doverlo fare ritrovandosi sulla spalla una spada di Damocle di diffidenza.

Alla fine non la degnai di una risposta, pensai solo: “Ora ti faccio vedere se sono capace.” Presi il cacciavite, staccai la vecchia scheda grafica e la sostituii con quella di ricambio. Il tempo di ricollegare i cavi e di riaccendere ed era tornato tutto come prima.

Mi ripromisi di non farlo mai più.

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Ventoy, il boot manager per i geek curiosi – Installazione e uso

Come dicevo nella prima parte, Ventoy è un programma open source che fa una cosa sola, ma la fa molto bene: avviare le immagini in formato iso contenute nella chiavetta USB (o nel disco SSD esterno) su cui è installato.

E allora, dopo avervi incuriosito (spero!), vediamo come si installa e si usa Ventoy.

Tutte le descrizioni che seguono si basano su una installazione di Ventoy in una macchina virtuale di Parallels Desktop (da 32 GB, per essere precisi). Ho usato questo sistema perché è più facile fare degli screenshot decenti, ma posso garantire che tutto quello che dirò può essere replicato al 100% su una chiavetta USB reale.

Installazione di Ventoy

Per installare Ventoy, la prima cosa da fare è copiare l’immagine iso della versione più recente sulla chiavetta USB. A questo scopo, consiglio di usare balenaEtcher che funziona molto bene e gira perfettamente sulla triade Linux/macOS/Windows. In alternativa si possono usare UNetbootin o Rufus, ma quest’ultimo gira solo su Windows.

Usare balenaEtcher è facilissimo, basta lanciare il programma e seguire la procedura guidata, selezionando nella prima schermata la chiavetta USB da utilizzare,1 e nella seconda l’immagine iso di Ventoy. L’unica cosa su cui stare davvero attenti è la scelta della chiavetta. Per fortuna balenaEtcher non ci fa sovrascrivere il disco da cui abbiamo effettuato l’avvio del sistema operativo ma, se oltre alla chiavetta USB abbiamo altri dischi esterni, è meglio prendersi qualche momento e controllare con cura di aver scelto il disco giusto.

Una volta completata la copia dell’immagine iso di Ventoy, bisogna riavviare il PC dalla chiavetta USB per installare e configurare il programma. I dettagli su come avviare il computer da una unità USB cambiano da PC a PC, ma in genere si usa un tasto speciale (quasi sempre F2, F12 oppure DELETE) per accedere al BIOS o all’UEFI e selezionare la chiavetta USB come disco di avvio principale, oppure un’altro tasto (in genere ESC o F10, ma ogni produttore di PC e di schede madri ha le sue idee) per far comparire un menu da cui scegliere il disco di avvio.

Per pigrizia ho sempre usato Ventoy su dei normali PC e non ho mai provato ad usarlo su un Mac Intel, ma non c’è motivo perché non funzioni. In questo caso, bisogna solo ricordarsi di avviare il Mac premendo il tasto ALT (⌥), scegliendo come disco di avvio la chiavetta USB su cui è installato Ventoy.

Ventoy usa di default il cinese come lingua dell’interfaccia. È una cosa piuttosto strana visto che è un programma destinato chiaramente ad un pubblico internazionale, ma è così.

Per fortuna è molto facile passare ad una lingua per noi più comprensibile, come l’italiano o l’inglese. Quando posso, io preferisco usare l’inglese, perché le traduzioni spesso stravolgono il significato di certi termini,


ma per chi vuole è disponibile anche l’interfaccia nella nostra lingua.


Arrivati a questo punto, si tratta di cliccare su Device e scegliere il dispositivo su cui installare Ventoy, che chiaramente deve essere la chiavetta USB. Se sbagliate la scelta del dispositivo correte il rischio di danneggiare qualche altro disco del vostro computer, per cui fate molta attenzione alla dimensione del dispositivo in GB, che deve corrispondere a quella della vostra chiavetta.

Se per qualche motivo non trovate la chiavetta USB fra i dispositivi elencati, cliccate sulla voce di menu Opzioni e selezionate “Visualizza tutti i dispositivi”. Ora la chiavetta dovrebbe comparire senza problemi.




Bisogna ora premete il tasto Install per installare Ventoy sulla chiavetta. Comparirà, e per ben due volte!, un messaggio che ci avvisa che la chiavetta sarà formattata, distruggendone tutto il contenuto. Ma il contenuto della chiavetta è stato già cancellato quando abbiamo copiato l’iso con balenaEtcher, per cui mi pare un avviso inutile.


Bastano pochi secondi e la chiavetta USB è pronta per essere usata.

Il processo di installazione crea due partizioni sulla chiavetta USB: una prima partizione, denominata VentoyLiveCD, contenente il programma vero e proprio, che viene eseguito automaticamente avviando il PC dalla chiavetta (in realtà, come dice lo stesso nome, più che un programma si tratta di una mini distribuzione live di Linux), e un’altra partizione, Ventoy, che occupa il resto della chiavetta e che conterrà le immagini iso dei sistemi operativi.

Copia delle iso sulla chiavetta

A questo punto bisogna spegnere il computer, togliere la chiavetta USB e riavviare il sistema operativo principale, perché prima di andare avanti con Ventoy bisogna copiare sulla chiavetta le immagini in formato iso (ma anche in altri formati) che vogliamo provare.

La chiavetta continua ad apparire al sistema operativo come una comunissima unità USB, con l’unica differenza che ora, inserendola di nuovo in una porta del computer, compariranno due dischi esterni diversi, uno corrispondente alla partizione che contiene i file del programma e l’altro da usare per le immagini iso. Distinguerli è facilissimo, il disco che ci interessa si chiama solo Ventoy ed è in questo momento completamente vuoto. L’altro disco, VentoyLiveCD, invece, non va mai toccato, anzi è preferibile espellerlo ogni volta che si copiano delle nuove iso sulla chiavetta (su macOS e Linux è sempre possibile espellere una sola partizione, non sono sicuro al 100% che si possa fare la stessa cosa con Windows).

Dopo aver copiato sul disco Ventoy le iso che ci interessano, bisogna riavviare di nuovo il computer, scegliendo questa volta la chiavetta USB come disco di avvio. Comparirà un menu con la lista delle iso presenti sulla chiavetta, più o meno come nell’immagine qui sotto.2

Uso pratico di Ventoy

Fra tutte le immagini in formato iso presenti sulla mia chiavetta, scelgo di avviare Elementary OS, che è una delle distribuzioni di Linux più curate dal punto di vista grafico e che non a caso è fortemente ispirata ai canoni visivi di macOS. Per farlo mi basta selezionare, come si vede nella immagine precedente, la distribuzione con i tasti freccia e premere Invio. Comparirà una prima schermata che mi permette di scegliere se provare o installare Elementary OS, oppure se accedere alle opzioni avanzate.

Se non faccio nulla, dopo alcuni secondi di attesa inizierà il classico processo di avvio di Linux, con il mare di scritte che scorrono velocemente sullo schermo,


alla fine del quale comparirà una prima schermata di configurazione di base di Elementary OS, dove potremo scegliere la lingua e la tastiera. Io, come al solito, scelgo l’Inglese/USA, ma con tastiera italiana.

Immediatamente dopo Elementary OS mi chiederà se voglio installare o solo provare il sistema operativo.

Io scelgo di provarlo, e poco dopo compare il desktop in tutta la sua gloria. Niente però mi impedisce di usare Ventoy per installare, invece che solo provare, Elementary OS (o una qualunque delle altre iso contenute sulla chiavetta) sul disco rigido del computer.

Una volta finita la prova, posso semplicemente spegnere il sistema operativo live, annullando tutte le modifiche al sistema e tornando di nuovo alla schermata iniziale di Ventoy.


Quanto detto vale per qualunque altra distribuzione di Linux supportata da Ventoy (cioè quasi tutte, o almeno quasi tutte quelle degne di essere usate), come si può vedere nelle schermate qui sotto riservate a BunsenLabs Linux, un’altra distribuzione di Linux che mi piace molto,



e che (ma qui divago un po’) ha la particolarità dei menu che compaiono alla pressione del tasto destro del mouse in corrispondenza della posizione del puntatore; una funzione ormai desueta (dovrebbe essere stata introdotta in NeXTSTEP, il sistema operativo progenitore di Mac OS X e macOS) ma che, una volta fatta l’abitudine, si dimostra una vera comodità.

Il discorso fatto finora può essere ripetuto pari pari tutte le altre distribuzioni di Linux supportate da Ventoy, non solo per quelle di nicchia come quelle mostrate finora, ma anche per le distribuzioni più conosciute, come è senza dubbio Ubuntu. Le immagini che seguono mostrano la sequenza di avvio della live di Ubuntu dalla chiavetta di Ventoy, partendo dal menu di avvio di Grub, per arrivare alla scelta se provare o installare Ubuntu e fino all’immagine del Desktop.




Ma quanto detto vale anche per sistemi operativi meno diffusi come FreeBSD, uno dei tanti derivati da BSD Unix, a dimostrazione dell’estrema flessibilità di Ventoy.


E Windows?

Chiaramente possiamo usare la chiavetta di Ventoy anche per installare Windows, anzi probabilmente è proprio questo lo scenario di uso più comune. Come già notato nella prima parte, in questo caso il vantaggio principale è poter avere a disposizione, in un’unica unità USB, le iso di tutte le versioni di Windows che ci potrebbero servire, potendo scegliere con comodità di volta in volta quale installare.


Inutile dire che potremo solo installare Windows, non provarlo live come si può fare con tante distribuzioni di Linux. Ma non si può avere tutto nella vita.

Gli altri strumenti integrati in Ventoy

Guardando con attenzione la schermata iniziale di Ventoy si nota la presenza di alcune opzioni attivabili con i tasti funzione della tastiera del PC, oltre alla schermata di aiuto che si richiama con il tasto h.


La prima opzione, che si richiama con F1, non ho mai avuto bisogno di usarla e non so bene se e quanto sia efficace (ma l’utilità di F1 è spiegato bene qui). F2 invece permette di elencare le iso salvate sulla chiavetta, mentre F3 cambia la modalità di visualizzazione dell’elenco di iso.

Molto più interessante è F4, con cui è possibile eseguire una scansione del disco locale alla ricerca di installazioni di Windows o Linux, che Ventoy cercherà di avviare con i suoi strumenti integrati (ed è proprio qui che Ventoy si comporta come un boot manager generico, particolarmente utile quando per qualche motivo Windows, o magari anche Linux, si rifiuta di partire).

Con il tasto F5, infine, si accede al menu Tools, che permette di configurare il programma cambiando la tastiera, la risoluzione dello schermo, il tema e così via. Non sono cose fondamentali per uno strumento come Ventoy, però ogni tanto possono servire, quindi è comodo che ci siano.

Conclusioni

In questo articolo ho cercato di descrivere dettagliatamente come usare Ventoy. L’ho fatto in modo molto puntiglioso, lo ammetto, perché programmi di questo tipo, se usati in modo sbagliato, possono fare gravi danni al computer. Si pensi a cosa può succedere se si sceglie il disco sbagliato al momento dell’installazione di Ventoy sulla chiavetta.

Ma c’è anche un altro motivo: utility di questo tipo non sono quasi mai di uso intuitivo e richiedono la lettura attenta della documentazione per essere usate al meglio (io stesso, la prima volta, ci ho messo un po’ a capire il meccanismo di installazione e di uso di Ventoy, e chiaramente non mi aveva sfiorato l’idea di leggere prima il manuale!). Un articolo come questo può rivelarsi una introduzione sufficiente all’uso di Ventoy per i normali scenari di uso, riservando la documentazione ufficiale alla soluzione dei casi particolari.

Ancora una cosa…

Prima di finire, segnalo che in rete si può trovare uno strumento integrato di diagnostica e riparazione del sistema operativo basato su Ventoy, che contiene anche una versione portatile di Windows 10 (ringrazio l’amico MailMaster C per il link). Lo strumento si chiama MediCat USB e in teoria potrebbe essere utile per riparare una installazione di Windows non più funzionante.

Diciamo però che non mi convince: il sito è realizzato in modo dilettantesco, la documentazione è assente, non c’è uno straccio di prova che i tool integrati siano quelli originali e non siano invece infettati da malware di vario tipo (mai sentito parlare di hash?). Di conseguenza, io non mi fiderei a usarlo e preferirei costruirmi uno strumento analogo in casa, scaricando le varie utility dalle fonti originali. A tempo perso potrei cercare di costruire una lista di ciò che può essere utile, spiegando come si può integrare il tutto attraverso Ventoy, ma temo che non avverrà a breve.

In ogni caso sono convinto che, in caso di malfunzionamenti sufficientemente gravi, sia meglio reinstallare Windows da zero piuttosto che provare a riparare una installazione che non funziona. Questo approccio permette tante volte di risparmiare tempo, riparare una installazione di Windows è in molti casi una impresa disperata, con il vantaggio aggiuntivo di partire di nuovo da un sistema fresco, con meno aggiornamenti da una versione all’altra di Windows, meno driver che magari non servono più, meno programmi che si avviano da soli, tutte cose che con Windows non guastano mai.

Resta il problema di come recuperare i documenti e tutti i file vari contenuti nelle cartelle dell’utente (o degli utenti) del PC. Ma per questo compito è molto più veloce, e soprattutto affidabile, usare Linux piuttosto che Windows.

L’ho fatto più volte per amici e colleghi, in alcuni casi mi trovavo di fronte a persone terrorizzate di perdere tutti i loro dati, e tutto è sempre finito bene. Una buona distribuzione live di Linux — consiglio in questo caso Ubuntu che è in grado di riconoscere in modo molto completo l’hardware del PC — avviata tramite una chiavetta preparata ad hoc o, meglio ancora, usando Ventoy, può permettere di accedere facilmente al disco del PC e di copiare in tutta tranquillità i dati utente su un disco esterno o su un NAS. Fatto questo, reinstallare Windows da zero e ritrasferire i dati utente dal disco esterno al PC, consente di tornare operativi in poco tempo e senza troppi patemi d’animo.


  1. Si può anche usare anche un disco SSD esterno, guadagnando parecchio in velocità di avvio, ma da ora in poi non lo ripeterò più. 
  2. Le directory .fseventsd e .Spotlight-V100 sono create automaticamente da macOS e sono normalmente invisibili nel Finder. Qui non servono e possono tranquillamente essere cancellate. 
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