Sopravvivere al coronavirus: la buona scienza


Fonte: Ousa Chea su Unsplash.

Se mi chiedessero se voglio sentire prima una notizia buona o una cattiva, non avrei dubbi e sceglierei la notizia cattiva, per potermi consolare poi con quella buona.

È quello che ho fatto con questi due articoli dedicati alla scienza del coronavirus, iniziando con un articolo dedicato alla cattiva scienza, mentre quello che state leggendo è dedicato alla scienza di buona qualità, quella che probabilmente ci farà fare dei passi avanti nella comprensione e nella lotta al virus.1


Prima di tutto un po’ di storia, quella degli ormai famosi ventilatori polmonari, inventati in Danimarca nel 1952 per far fronte ad una gravissima epidemia di poliomielite (il vaccino antipolio che abbiamo fatto tutti sarebbe arrivato solo alcuni anni dopo). Il primo modello di ventilatore polmonare doveva essere azionato a mano, schiacciando periodicamente un sacchetto pieno d’aria. Oggi la NASA, il CERN, il nostro l’INFN,2 e persino alcuni privati, stanno producendo modelli di ventilatori a basso costo, facili da fabbricare e da gestire, e ci sono perfino delle aziende che mettono online tutto ciò che serve per fabbricare i loro modelli più semplici di ventilatori.

Rimanendo sulla poliomielite, il virologo Robert Gallo, lo scienziato a cui è stato ingiustamente negato il premio Nobel per la scoperta dell’HIV, ha proposto di recente di usare il vaccino per la poliomielite come prima arma di difesa, temporanea e da rinnovare periodicamente, contro l’attacco del COVID-19. Il vaccino antipolio proposto da Gallo non è quello, disattivato, inoculato oggi a tutti i nostri bambini, ma la forma attiva, già somministrata per via orale a miliardi di persone. Non è detto che funzioni e ci ho pensato un po’ prima di inserire questa proposta fra la buona scienza. Mi ha convinto il fatto che, a differenza di tutti i possibili vaccini futuri contro il COVID-19, questo eventuale vaccino temporaneo è stato già testato su gran parte della popolazione mondiale e non comporta praticamente rischi per chi lo riceve (a differenza di quello che pensano gli sciocchi no-vax). In questo caso, quindi, provare non costa davvero nulla.

Altra idea potenzialmente interessante è quella di usare l’ozono, un ben noto antinfiammatorio naturale — la molecola di ozono contiene tre atomi legati uno all’altro che si scindono facilmente a formare la normale molecola biatomica di ossigeno — per trattare i pazienti in uno stato intermedio della malattia. L’ozonoterapia applicata alla cura dei malati di COVID-19 è attualmente in corso di sperimentazione presso alcuni ospedali italiani ed è ancora presto per affermare se funzionerà o no. Ma anche se per ora le evidenze scientifiche sono scarse, per l’ozonoterapia vale il discorso fatto per il vaccino antipolio: è una terapia ben nota, a bassissimo costo, somministrabile anche a domicilio e ha poche controindicazioni. Potrebbe meritare ulteriori studi più approfonditi.


Chi volesse saperne di più circa il modo in cui il COVID-19 attacca l’organismo, può dare una occhiata a questo studio molto dettagliato ed interessante, How does coronavirus kill? Clinicians trace a ferocious rampage through the body, from brain to toes. Se ho capito bene, l’infezione può attaccare praticamente tutto il corpo. Una notizia ben poco consolante.

Questo invece è un articolo che descrive come si identificano le mutazioni del virus e da quelle si determina come il virus si è diffuso nel mondo, Gene sleuths are tracking the coronavirus outbreak as it happens. Un riassunto di questi studi si può trovare qui, anche se bisogna ammettere che chi non si occupa di genomica riesce ad avere solo una idea molto vaga di quello che succede.


Sin dai primissimi giorni dell’emergenza, il mantra ripetuto in tutte le salse era la necessità di “appiattire la curva” dei contagi. Se qualcuno non sa ancora bene cosa significa, può dare una occhiata qui o, meglio ancora, può leggere questo bellissimo articolo, Why outbreaks like coronavirus
spread exponentially, and how to “flatten the curve”
, che contiene alcune simulazioni veramente ben fatte (c’è anche una versione in italiano).

Le simulazioni sono un strumento fondamentale per cercare di capire come si è diffuso il virus e quello che accadrà nei prossimi mesi. Purtroppo il numero di variabili di cui non si conosce il valore preciso è tale che è molto difficile riuscire a prevedere in modo affidabile il futuro. Questo è un problema intrinseco di tutti i modelli matematici, che hanno bisogno di basarsi su dati affidabili per poter funzionare al meglio. Per avere un’idea di quello che voglio dire, date un’occhiata qui, provate a modificare i parametri del modello e osservate come cambiano i risultati anche con piccole variazioni dei parametri di partenza. E questo è solo un modello semplicissimo, figuriamoci cosa accade con quelli complicati!


Le mascherine sono efficaci o no per prevenire la diffusione dell’infezione? Se si leggono questi due articoli su Nature e su JAMA sembra proprio di si, per cui non andate mai in giro senza. E se volete vedere cosa succede quando parlate o starnutite, date una occhiata a questo video a partire dal minuto 21 e 15 secondi (la parte più interessante dura 7 minuti). Dopo averlo visto vi sentirete degli untori ad ogni colpo di tosse. E correrete ad aprire tutte le finestre.

Più in generale, qual’è stata finora la strategia migliore per contenere la diffusione dell’epidemia? Prova a dircelo questo articolo molto interessante, Whose coronavirus strategy worked best? Scientists hunt most effective policies. Leggerlo aiuta a capire la complessità di queste analisi, che hanno bisogno di raccogliere moltissimi dati da fonti disparate, cercando di combinarli assieme in un formato unico. Un lavoro non da poco, che richiede il contributo di più di mille volontari.


Per finire, l’aspetto più interessante dal punto di vista personale, il legame fra la diffusione del COVID-19 e l’ambiente, ed in particolare lo stato dell’aria. Queste immagini probabilmente le avete già viste

L’animazione mostra chiaramente la diminuzione del livello di concentrazione del biossido di azoto ($NO_2$) in Europa, e in particolare nel Nord Italia, a seguito del blocco delle attività iniziato a marzo. Ma questo è solo un effetto del coronavirus, non la causa.

Ma se si guardano le mappe di distribuzione dei casi di infezione, non solo in Italia ma anche negli USA, si nota una buona correlazione fra la diffusione del coronavirus e la presenza di aree fortemente industrializzate, e quindi più inquinate.



Fonte: figura di sopra New York Times, figura di sotto EPA.

Questo potrebbe significare che le particelle inquinanti si comportano come vettori di trasporto del virus, oppure che l’esposizione per lungo tempo ad agenti inquinanti aumenta l’incidenza e la gravità delle malattie respiratorie, rendendo l’organismo maggiormente suscettibile all’azione del virus, con l’inevitabile conseguenza di aumentare il tasso di mortalità di chi viene colpito dall’infezione. Mi pare che sia una buona ipotesi di lavoro, che merita ulteriori approfondimenti.


A proposito di tasso di mortalità, avrei voluto parlare anche del perché questo è così basso in Germania rispetto agli altri paesi europei. Però alla fine mi sono convinto che non lo sappia ancora nessuno, e che le ipotesi sociali di maggiore distanziamento fra vecchi e giovani o quelle più politiche relative alla diversa qualità del servizio sanitario non riescano a raccontare tutta la storia. Sarà molto interessante verificare come evolverà questa storia.


  1. In questa divisione fra scienza buona e cattiva c’è una buona dose di opinione personale. Nondimeno, ci sono dei principi generali che dovrebbero permettere di riconoscere l’una e l’altra, anche se qualche errore è inevitabile. 
  2. Brilla l’assenza del CNR, il maggiore ente di ricerca italiano, intrappolato in pastoie burocratiche che negli ultimi mesi lo hanno praticamente paralizzato. 
Tagged with: , , , , , , , , , ,
Pubblicato su scienza

Sopravvivere al coronavirus: la cattiva scienza


Fonte: Louis Reed su Unsplash.

Una delle conseguenze della pandemia che stiamo vivendo è l’esplosione degli studi scientifici dedicati a scoprire le origini del virus, come si trasmette, quello che si può fare per controllarne e, si spera, limitarne la diffusione, oltre che naturalmente a trovare una cura per quelli che ne sono stati colpiti.

In realtà il termine esplosione non rende bene l’idea. Quello che sta succedendo è uno tsunami di idee, proposte, ipotesi, pubblicazioni. Ricordo momenti simili in passato — penso allo scoppio dell’HIV negli anni ’80 (un’altra pandemia, limitata però, almeno in Occidente, a gruppi sociali piuttosto ristretti), alla fusione fredda o ai superconduttori ad alta temperatura critica — ma niente di minimamente paragonabile a quello che sta succedendo oggi.

Le proposte di nuovi progetti di ricerca sull’argomento si susseguono a velocità supersonica, volendo provare a stare dietro a tutte si avrebbe bisogno di giornate di 96 ore, e chissà se basterebbero. In quanto alle pubblicazioni, sono stati pubblicati finora più di 10.000 articoli scientifici relativi al COVID-19 (ma per l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono almeno 15.000), la stragrande maggioranza fra aprile e questa prima metà di maggio. E questa è di sicuro una valutazione molto per difetto, visto che censisce soprattutto la letteratura di tipo biologico/medico/epidemiologico. Se si aggiungono gli studi statistici, i modelli matematici, l’hardware e il software sviluppato appositamente per questa emergenza e chissà quanti altri settori importanti della ricerca scientifica si arriva a circa 60.000 pubblicazioni. In due mesi!


In una circostanza come questo, adottare una politica di pubblicazione più snella di quella normale e condividere rapidamente tutte le informazioni disponibili può essere utile a salvare tante vite umane. Ma purtroppo questa condivisione rapida e con pochi filtri si presta anche ad essere sfruttata da tanti personaggi senza scrupoli, che stanno letteralmente inondando la letteratura scientifica di pessima scienza, con risultati incontrollati, fantasiosi o totalmente falsi.

Un vero problema, perché in mezzo a tanta abbondanza di pubblicazioni è molto difficile distinguere il grano dal loglio. Problema aggravato dal fatto che i media sono prontissimi a riportare qualunque nuova informazione al grande pubblico, senza preoccuparsi di verificarle, non dico a dovere ma almeno ad un livello minimo di decenza. E così in poche ore un farmaco testato alla carlona su una decina di soggetti presi a caso diventa la cura definitiva per il Coronavirus, con i social che ribollono di invettive contro i poteri forti che vogliono impedirci di sconfiggere la malattia per fare un favore alle multinazionali farmaceutiche.1

Invece, come dice Jackie Mogensen in un articolo dal titolo significativo, La scienza ha un lato oscuro e complicato. E il Coronavirus lo sta tirando fuori,

La buona scienza richiede tempo. Revisione tra pari. Replica [dei risultati]. Ma negli ultimi mesi, il processo scientifico per tutte ciò che riguarda il COVID-19 è stato [enormemente] accelerato. […]
I ricercatori corrono per fornire risultati, le riviste accademiche corrono per pubblicare e i media corrono per portare nuove informazioni a un pubblico impaurito e impaziente. Allo stesso tempo, le opinioni non verificate circolano ampiamente sui social media e in TV, riportate dai cosiddetti esperti, il che rende ancora più difficile la comprensione della situazione. La cattiva scienza — o per lo meno la scienza incompleta — sta semplicemente scivolando attraverso le crepe. […]
In un normale ciclo di notizie giornalistiche, la scienza ottiene meno dell’1 percento di copertura. […] Ma nel ciclo delle notizie attuale, l’unica cosa importante è la scienza. Quindi tutti, ogni economista, ogni fisico, ogni guru della tecnologia, tutti vogliono ottenere un pezzo di attenzione se pensano di poter collegare se stessi o di collegare il proprio passatempo, il proprio background, a qualcosa che sarà coperto [dai media].”

Non potrei essere più d’accordo.


Ma qual’è la cattiva scienza e come si fa a distinguerla da quella buona?

Come diceva Newton, gli scienziati guardano più lontano perché stanno sulle spalle dei giganti. La scienza va avanti per piccoli passi e ognuno fornisce il suo mattoncino alla costruzione comune. Anche i grandi salti in avanti — la teoria eliocentrica, l’evoluzione della specie, la tavola periodica, le equazioni di Maxwell, la relatività, la meccanica quantistica, la struttura del DNA — non sono mai un lavoro individuale, ma piuttosto la sintesi del lavoro paziente di decine o centinaia di ricercatori.

Per cui un buon criterio per identificare la scienza cattiva è verificare se propone delle risposte immediate e se non si fa mai assalire dal dubbio. Le soluzioni miracolistiche ai problemi complessi sono in genere solo un modo per cercare soldi e visibilità mediatica.2

Diffidare quindi di chi propone oggi la cura definitiva per una malattia di cui si sa ancora pochissimo, basandosi su un numero ridicolmente basso di pazienti guariti. Non è un genio, è un irresponsabile.

Diffidare anche di chi afferma di essere vicinissimo al vaccino. Non è vero. Magari può essere vicino ad una idea di principio di vaccino, che rimane comunque tutta da verificare. Per realizzare un nuovo vaccino partendo da zero ci vogliono normalmente 15 anni, e finora nessuno ci ha messo meno di 4 anni. Bisogna non solo dimostrare che funzioni, ma anche che sia sicuro, che non abbia (troppi) effetti collaterali e che le sue caratteristiche non degradino nel tempo. E poi che sia possibile produrlo e distribuirlo in dosi sufficienti (non dimentichiamo che stiamo parlando dell’intera popolazione mondiale). Realizzare un vaccino per il COVID-19 in un solo anno sarebbe un risultato mai visto. E anche molto improbabile.

Diffidare anche di chi afferma di sapere l’origine del virus, indipendentemente dal fatto che ne ipotizzi l’origine animale o umana. Affermare oggi con sicurezza che il COVID-19 arrivi dal famoso pipistrello del mercato di Wuhan — magari attraverso un ospite intermedio, il quasi altrettanto famoso pangolino che invece potrebbe dare indicazioni utili per la lotta alla malattia — oppure che sia un prodotto venuto fuori per errore da qualche laboratorio più o meno segreto, significa solo prendere in giro il mondo. Prima o poi qualcuno lo scoprirà, ma non bastano poche sequenze genetiche coincidenti per dirimere la questione, nemmeno se lo dice un premio Nobel. Per definire questa scoperta la cosa migliore è ispirarsi a Cambronne.


  1. Prima o poi qualcuno tirerà fuori la storia che il virus l’hanno messo in giro apposta per fare soldi. (O l’hanno già fatto?) 
  2. Caso di scuola sono certe ricerche in campo energetico, dalla fusione fredda alle reazioni piezonucleari autarchiche, fino al fantomatico E-Cat. Tutte idee risolutive che alla fine si dimostrano solo del puro vaporware, ma che garantiscono sempre un buon quarto d’ora di notorietà ai loro proponenti. 
Tagged with: , , , , , , ,
Pubblicato su scienza

Sopravvivere al coronavirus: ancora letture


Fonte: Ben Garratt su Unsplash.

Dopo la breve lista di una settimana fa, ecco una nuova serie di articoli che vale la pena leggere. Alcuni sono un po’ datati (che in questo caso significa che sono stai scritti un mese fa), ma rimangono utili per inquadrare al meglio la situazione che stiamo vivendo.

La Germania fa scuola. Pur essendo stata colpita pesantemente dal coronavirus come gli altri grandi paesi europei, è riuscita a contenere in modo molto efficace il numero di decessi. Una grande lezione di buona sanità (e di buon governo).1

Le nazioni più piccole, non solo Singapore, Taiwan e Hong Kong in Asia, ma anche l’Islanda in Europa, ci insegnano che una strategia aggressiva di controllo dello stato di salute della maggior parte popolazione è l’arma più efficace per contenere la diffusione dell’epidemia. Costa? Certamente, ma costa infinitamente meno di quello che stiamo pagando ora in termini di decessi, spese ospedaliere e blocco di tutte le attività.2 3

Il caso della Grand Princess, ovvero quando gli affari vengono prima di tutto. Perché, dopo l’odissea della Diamond Princess dell’inizio di febbraio, nessuno ha pensato di bloccare immediatamente tutte le navi da crociera, che sono notoriamente uno degli ambienti dove virus e batteri si diffondono più rapidamente? 4

Come si vive oggi a Wuhan, la città che sta tentando lentamente di ritornare alla normalità, dopo una quarantena di due mesi? Secondo Bloomberg, sembra di vivere in un mondo distopico, dove “il prezzo da pagare per battere il virus è una vigilanza continua di cui non si vede fine, con una riorganizzazione delle priorità che per la maggior parte delle persone sarebbe difficile da accettare”.5

Appiattire al curva è diventato il mantra di questa epidemia. In Asia e in Europa ci hanno provato più o meno tutti gli stati, e i risultati si vedono. Negli USA hanno provato a resistere il più possibile e, come previsto dagli scienziati, la curva di diffusione del contagio si è impennata e non accenna a stabilizzarsi. Alla faccia di chi crede che si possa iniettare in vena un po’ di disinfettante per sconfiggere il virus.6 7 8

Infine, per non dimenticare com’era la situazione da noi solo un mese fa, propongo questo articolo sul New York Times, Nel cuore dell’epidemia di coronavirus più mortale al mondo, per una volta disponibile anche in italiano. Perché la ripartenza auspicata da tutti non significa abbassare la guardia e far finta che non sia successo niente.9

Tagged with: , , , , , , , ,
Pubblicato su società

Sopravvivere al coronavirus: le letture


Fonte: Macau Photo Agency su Unsplash.

Sul coronavirus e su tutto quello che circonda questa terribile pandemia ho letto e continuo a leggere parecchio (del resto è quasi impossibile leggere altro), articoli scientifici, notizie del giorno, articoli di approfondimento e, naturalmente, il cumulo di sciocchezze quotidiane.

Di quest’ultimo non vale la pena parlare, ognuno si sente in dovere di dire la sua, anzi meno ne capisce e più strepita. Per quanto mi riguarda, la perla in senso negativo ce l’ha l’imbonitore da strapazzo che spacciava un farmaco anti-influenzale, l’Avigan, come il rimedio finale contro il coronavirus, con tanti altri sciocchi subito pronti a sostenerlo, senza uno straccio di prova clinica, senza nessun vero test sui pazienti, senza una seppur minima base scientifica. La scienza ridotta a volere del “popolo” (o di qualche politicante). Terrorismo da sagra paesana.


Per fortuna, al lato opposto dello spettro di qualità si trovano delle vere e proprie perle.

Come questo articolo sul New York Times Magazine, I’m an E.R. Doctor in New York. None of Us Will Ever Be the Same, una lettura lunghissima ma imprescindibile. Il racconto in prima persona di un medico del pronto soccorso newyorchese che in pochi giorni vede trasformare l’incredulità iniziale per il lontano dramma italiano in una tragedia vissuta sulla propria pelle, fra scelte drammatiche da prendere in pochi secondi, assenza di protezioni adeguate, stanchezza e stress senza pari. Niente sarà più come prima per questi medici in prima linea.

Ancora di più lo sarà per chi vive a Wuhan, la città dove è iniziato tutto. Come hanno vissuto i cittadini di Wuhan il primo lockdown, la chiusura di ogni attività con l’obbligo di rimanere a casa? Ce lo racconta Guo Jing, un’assistente sociale e attivista per i diritti civili in un diario messo online dalla BBC, Coronavirus Wuhan diary: Living alone in a city gone quiet. Può sembrare un racconto ormai vecchio, ora che Wuhan e la Cina stanno cercando faticosamente di ritrovare una vita normale. Invece è una testimonianza importante, perché racconta in diretta l’esperienza di coloro che hanno dovuto affrontare per primi la pandemia, senza informazioni, senza esperienza, senza la minima idea di quello che sarebbe successo dopo.

Infine, almeno per ora, il racconto di chi, passato attraverso altre due terribili pandemie, SARS ed Ebola, sa quali sono le domande giuste da fare per cercare di sapere cosa sta succedendo, I Lived Through SARS and Reported on Ebola. These Are the Questions We Should Be Asking About Coronavirus. È passato più di un mese ma l’articolo rimane attuale come il primo giorno.

Tagged with: , , , ,
Pubblicato su società

Sopravvivere al coronavirus: i dati


Fonte: Edwin Hooper su Unsplash.

L’epidemia di coronavirus ha stravolto le nostre vite, costringendoci a tapparci in casa in attesa di tempi migliori. Da più di un mese le giornate sono scandite dalle conferenze stampa delle 18, veri e propri bollettini di guerra, con i numeri dei nuovi ricoverati, dei guariti e, purtroppo, dei troppi morti.

Ormai non si riesce più a parlare d’altro, sembra di essere in uno stato di animazione sospesa, di vivere al rallentatore in attesa di sapere se e quando questa tragedia finirà.

Anch’io non ho molta voglia di parlare d’altro. Non è che non ci abbia provato, di spunti ne ho fin troppi, ma ogni volta che mi metto al computer e provo a scrivere mi passa la voglia, mi sembra tutto troppo frivolo o poco appropriato.

E allora non è meglio togliersi il dente e decidersi ad affrontare l’argomento del giorno? Entro certi limiti. Non sono un virologo e non mi passa per l’anticamera del cervello atteggiarmi ad esperto di questo settore, come sembrano fare tanti frequentatori dei social. Per cui niente fatti del giorno, ipotesi fantasiose, cure mirabolanti, fake news ripetute allo sfinimento tanto a renderle quasi credibili.

Mi limiterò a guardare i dati e cercare di trarre qualche conclusione oppure a proporre qualche lettura che mi pare particolarmente interessante. E magari anche a presentare qualche strumento con cui sto provando ad affrontare al meglio questo lungo periodo di lavoro e di vita online.


Da dove cominciamo? Dai dati, dai numeri nudi e crudi, che sono in fondo le cose con le quali dovrei avere più dimestichezza.

Sin dai primi giorni della crisi, quando si credeva che il coronavirus fosse un problema esclusivamente cinese, la fonte di informazione con i dati globali più aggiornati e attendibili è stata la dashboard interattiva della Johns Hopkins University (in italiano si dovrebbe dire “cruscotto”, ma per favore lasciatemi usare il termine originale), che riceve un miliardo di accessi al giorno ma che è stata messa su in una giornata da un giovane laureato in Ingegneria Civile di origine cinese. Il gruppo aveva già sviluppato uno strumento simile per studiare la diffusione del morbillo, ma di sicuro quello che sono riusciti a fare dall’oggi al domani è semplicemente straordinario. Tutti i dati su cui si basa la dashboard sono facilmente scaricabili da GitHub, a disposizione di chi volesse analizzarli con i propri strumenti.

La Protezione Civile italiana ha messo online una dashboard molto simile, adattata alla realtà italiana. La grafica è la stessa, la fruibilità purtroppo un po’ meno. Ma quello che come al solito manca quando si ha a che fare con le realtà italiane (istituzionali e non) è la facilità di accesso ai dati:1 le schede riepilogative giornaliere sono in pdf (che in questo caso specifico sembra archeologia informatica) e ci sono serie di dati separate per le province e le regioni, oltre che per l’intera nazione, mentre sarebbe molto più produttivo lavorare sui dati disaggregati (presentati cioè al livello più basso possibile, che per l’Italia potrebbe essere il comune, il CAP o in questo caso particolare l’ASL), da aggregare in un secondo momento in base al livello di dettaglio desiderato.

Altra dashboard interessante ma piuttosto complessa da utilizzare (oltre che estremamente lenta) è quella dell’European Centre for Disease Prevention and Control.


Molto più pratici sono il COVID-19 Tracker di Microsoft (bisogna ammettere che questa volta Microsoft ha messo su uno strumento molto ben fatto e facile da usare) e la dashboard di Edward Parker, sviluppata con Shiny (un package aggiuntivo di R che permette di costruire con facilità delle applicazioni web interattive). Di quest’ultima trovo particolarmente interessanti i grafici a livello regionale (Region Plots), dove è possibile selezionare con molta facilità un gran numero di visualizzazioni diverse, nonché la possibilità di confrontare i dati di questa pandemia con quelli di altre epidemie recenti come la SARS, l’influenza suina ed Ebola.


Grafico tratto dalla dashboard di Edward Parker, che mostra l’andamento nel tempo dell’infezione da COVID-19 per i principali paesi europei e per gli USA. Il tempo iniziale di ciascun grafico corrisponde con il giorno in cui si è verificato il 100-esimo caso confermato di infezione. Questa rappresentazione mostra che la velocità di diffusione dell’epidemia è identica in Italia, Germania e Francia, mentre Spagna e UK sono caratterizzata da una velocità di diffusione rispettivamente maggiore e minore (ma la velocità dell’UK tende ad avvicinare quella dei primi tre paesi). Gli USA fanno decisamente storia a sé.

Un’altra dashboard, quella di Weather.com sviluppata in collaborazione con IBM, sarebbe forse lo strumento più interessante in assoluto (e nei primi giorni lo era), ma ora è diventata così lenta e piena di errori da essere inusabile.


La pagina dedicata al COVID-19 di Our World in Data è molto più classica ma, anche se meno immediatamente fruibile di una dashboard, permette di visualizzare e analizzare i dati in un numero enorme di modi diversi. Da non perdere.

Semplicemente eccezionale, ma limitata ai soli Stati Uniti, è la mappa interattiva del New York Times, i cui dati sono verificati uno ad uno da un team di giornalisti del New York Times. I dati originali usati per preparare la mappa si trovano come al solito su GitHub e, analogamente all’Italia, sono aggregati a livello di contea e di stato. Ma se si tiene conto delle dimensioni e della maggiore omogeneità degli USA, l’aggregazione per contea, pur se non ideale, contiene già un buon livello di dettaglio, diciamo quasi come per noi quella a livello di comune.

Per finire torniamo alla situazione italiana, così come la presenta la pagina dedicata di Repubblica. Rispetto agli strumenti visti finora non è niente di particolarmente innovativo, ma i dati a livello regionale sono molto interessanti e sono presentati in modo graficamente ineccepibile. Peccato solo che la lettura delle scale dei grafici non sia così immediata come dovrebbe.


  1. Un problema serio appena trattato persino dal Sole 24 Ore, del quale varrebbe la pena discutere più in dettaglio anche qui, prima o poi. 
Tagged with: , , , , , , , ,
Pubblicato su società
Informativa
Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o su qualunque altro elemento o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.
Follow MelaBit on WordPress.com
Categorie
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: