MacBook Air M1 la non-recensione: prime impressioni e reinstallazione di macOS Big Sur


Foto di Antonio Scalogna su Unsplash.

Perché una non-recensione? Perché il MacBook Air M1 è uscito già da un anno e nel frattempo sono state pubblicate dozzine di recensioni più o meno complete e più o meno interessanti (come ad esempio questa su Macworld, questa su The Verge oppure quest’altra su Rocket Yard), e non ha senso ripetere per l’ennesima volta le stesse considerazioni.

Nei prossimi articoli terrò quindi una specie di diario di appunti delle mie prime settimane alle prese con l’Air M1 e macOS Big Sur, cercando di affrontare alcuni aspetti meno battuti di questa macchina sorprendente.

Apertura e prime impressioni

Non so voi, ma per me l’apertura di una nuova scatola targata Apple è sempre una esperienza di per sé, e ogni volta mi stupisco per il livello di ingegnerizzazione e di attenzione ai dettagli più minuti raggiunto da questa azienda. Non che i concorrenti non cerchino di starle dietro, anzi: Apple ha tolto per prima il polistirolo dalle sue scatole e dopo un paio di anni l’hanno seguita tutti a ruota. Lo stesso è successo con le linguette che permettono di rimuovere con facilità la plastica protettiva. E potrei andare avanti.

L’imitazione però non è mai la stessa cosa: mesi fa ho dovuto combattere per aprire una piccola scatola composta da due parallelepipedi incastrati uno nell’altro, non c’era nessun modo di fare pressione per separarli. La scatola dell’iPhone è praticamente uguale, ma si apre con il tocco di un dito.

Ma torniamo all’Air. L’ho preso da Amazon ed è arrivato nella solita scatola sorridente, ben riempita di carta da imballo. Dentro questa c’era una seconda scatola marrone più piccola, contenente a sua volta l’inconfondibile parallelepipedo bianco targato Apple.

Nonostante l’aspetto dimesso, anche la seconda scatola è prodotta da Apple (la linguetta che facilita l’apertura dello scotch è inconfondibile), ed è anch’essa un discreto pezzo di ingegneria, sia per l’ottima protezione che fornisce all’Air durante la spedizione, che per le alette di cartone le quali, una volta allargate, fanno fuoriuscire leggermente la scatola bianca dell’Air. Sembra una cosa da niente, ma è l’ennesimo esempio della maestria di Apple anche in questi dettagli apparentemente secondari.

Una volta aperta la scatola bianca interna, il piccolo Air appare in tutto il suo splendore tecnologico grigio siderale, un colore più moderno del solito argento dei miei altri MacBook. I gusti sono gusti, ma questo mi sembra davvero azzeccato.

Mettere in funzione il computer è questione di pochi minuti, basta togliere i vari involucri di plastica, collegare il caricabatterie, aprire lo schermo e si parte. In realtà il caricabatterie non era necessario, l’Air è arrivato già carico all’80% e con le batterie moderne il vecchio rito di caricare un nuovo dispositivo fino al 100% prima di usarlo per la prima volta non è più necessario.

Anche la configurazione iniziale del sistema è velocissima, è vero che ho una certa pratica e so a memoria cosa devo attivare e cosa no, ma è altrettanto vero che le informazioni da inserire sono ormai minime, perfino la lingua e il fuso orario sono configurati automaticamente grazie ai servizi di localizzazione.

Una volta entrati finalmente in Big Sur la prima cosa che colpisce è lo schermo Retina, e non poteva essere diversamente. Il normale schermo del MacBook Air Intel inizio 2015 da 1440x900 pixel non mi dispiaceva affatto, con i suoi 13.3 pollici era un po’ troppo piccolo per le mie abitudini ma comunque era piuttosto chiaro e ben definito. Ma lo schermo di questo nuovo Air M1 è un vero spettacolo, una risoluzione nativa di 2560 x 1600 pixel (4 volte quella del vecchio Air ed equivalenti a 227 pixel per pollice) ancora pochissimi anni fa sarebbe stata impensabile in un portatilino da poco più di 1.000 euro.

Cosa non fare

Ogni volta che ho per le mani un nuovo Mac non mi accontento di configurare il sistema ma devo sempre reinstallare da zero il sistema operativo. Mi rendo conto che può sembrare una fissazione, ma reinstallare il sistema operativo mi serve non solo per osservare di persona il processo di installazione delle varie versioni di macOS,1 ma anche per fare una prima valutazione della velocità della macchina, ed in particolare della sua memoria di massa, SSD oggi o disco rigido meccanico fino a qualche anno fa.

Ma se volete un consiglio, con Big Sur non provate anche voi a reinstallare da zero il sistema operativo (a meno che non siate obbligati a farlo), perché è facile sbagliare e ritrovarsi con un sistema non funzionante.

Da quando il sistema operativo non viene più distribuito su un supporto fisico, per reinstallare macOS bisogna riavviare il Mac e accedere alle utility di macOS Recovery. Sui Mac con processore Intel la procedura è ben nota: per reinstallare la versione di macOS installata in precedenza su quel Mac bisogna premere COMMAND (⌘) ed R all’avvio (mentre altre combinazioni di tasti permettono di installare l’ultima versione di macOS compatibile con il Mac in uso, oppure quella fornita originariamente con il sistema).

Sui Mac con processore M1 la procedura di accesso a macOS Recovery è stata ulteriormente semplificata, si deve spegnere il Mac e riaccenderlo continuando a premere il tasto di accensione finche non compare la scritta “Carico opzioni di avvio…”. Dopo qualche secondo comparirà una nuova finestra, dove bisogna selezionare il pulsante Opzioni e fare click su Continua (Figura 1), aprendo così la finestra principale di macOS Recovery con l’elenco delle utility disponibili (Figura 2).


Figura 1. Foto tratta dal sito di supporto di Apple, documento HT211983.


Figura 2. Foto tratta dal sito di supporto di Apple, documento HT212541.

Una volta arrivato a questo punto, in genere uso Utility Disco per formattare il disco di avvio, dandogli un nome più significativo del solito Macintosh HD di default, e poi eseguo l’installatore di macOS. Ed è proprio quello che ho fatto anche questa volta. Ma non ho tenuto conto che, quando il disco è formattato in APFS, il Volume su cui è preinstallato il sistema operativo non coincide necessariamente con l’intero disco rigido (non chiedetemi di spiegarlo meglio perché non ho ancora capito bene come funziona APFS). Il risultato finale è che, una volta uscito da Utility Disco e fatto partire il programma di installazione di Big Sur, mi sono ritrovato davanti un messaggio di errore che mi informava che non c’era “Nessun utente disponibile per l’autorizzazione”.

???

La temperatura esterna era ancora tiepida, ma ho sentito lo stesso i brividi correre dietro la schiena.

In questi casi — lo dico sempre ma è facile dimenticarsene — non bisogna mai farsi prendere dal panico, spegnere di brutto il computer o cliccare all’impazzata senza sapere bene cosa si sta facendo. La cosa più sensata da fare, invece, è prendersi una pausa, calmare l’ansia bevendo un tè o magari una camomilla, e poi andare a fare un giro su Google in cerca di informazioni affidabili. Per fortuna non sono l’unico ad aver fatto questa sciocchezza ed Apple ne è ben consapevole, per cui ho trovato subito un ottimo articolo sul supporto Apple che spiega in dettaglio il significato dell’errore e cosa fare per correggerlo.

Una volta letto l’articolo, è stato un attimo tornare in Utility Disco, cliccare sul menu Vista e attivare la voce Mostra tutti i dispositivi, in modo da riuscire a selezionare e ad inizializzare la radice del disco (quella denominata APPLE SSD seguita da un serie di numeri e lettere), cancellando così ogni minima traccia di macOS dall’SSD dell’Air.

Su un Mac con processore M1, questa procedura comporta il riavvio automatico del computer che, dopo essere stato riattivato tramite Internet, torna di nuovo in macOS Recovery utilizzando di default la lingua inglese. Una volta scelta la lingua preferita dal menu File, si può finalmente reinstallare il sistema operativo senza altri problemi. Per maggiori dettagli si può far riferimento al documento HT212030 sul sito di supporto Apple.

Con un Mac con processore Intel, la procedura non comporta il riavvio automatico del sistema, ma per il resto è identica alla precedente ed è descritta molto bene nel documento di supporto HT208496.

Reinstallazione di Big Sur

E dopo questa lunga descrizione di cosa non fare, veniamo finalmente all’installazione di macOS Big Sur sul MacBook Air. Il processo di installazione in sé è senza storia, ormai basta cliccare due o tre volte sul tasto Continua e il sistema fa tutto da solo. L’unico aspetto su cui bisogna fare un minimo di attenzione è la scelta del disco su cui installare macOS, ma l’Air ha solo un SSD interno per cui non si può sbagliare.

Quello che invece è molto interessante è il tempo di installazione. L’installatore di Big Sur è molto grosso ed occupa ben 12.5 GB, il 50% in più di Catalina (8.3 GB) e il doppio di Mojave (6 GB), ma nonostante ciò l’installazione sull’Air dura appena 20 minuti, il tempo di preparare un caffè con la moka e di leggere le nuove email.2 Da anni non annoto più i tempi di installazione di macOS sui Mac che mi passano per le mani, ma 20 minuti per una installazione completa (e così grossa!) sono davvero pochi, a quanto ricordo i tempi normali di installazione su disco SSD sono di almeno il doppio, ed è meglio non parlare di quanto durava un’installazione su un disco rigido meccanico.

Insomma, già il processo di installazione di Big Sur sembra indicare chiaramente quali saranno le prestazioni velocistiche di questo piccolo portatile. Ma di questo ne parliamo la prossima volta.


  1. Passando da Lion a Big Sur, senza nemmeno bisogno di tornare indietro nel tempo fino a Jaguar o a Tiger, le differenze nel processo di installazione di macOS sono davvero notevoli. Peccato solo che, a partire da Yosemite, abbiano tolto il video musicale di benvenuto
  2. Cambiano le versioni di macOS ma quello che rimane sempre costante è la scarsa accuratezza dei tempi riportati dall’installatore. Sull’Air M1, l’installer di Big Sur prevedeva inizialmente di impiegare ben 3 ore, per poi accelerare progressivamente fino al minuto finale, che in realtà è durato almeno cinque minuti. 
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Cuore di Mela

I traslochi possono perfino servire a qualcosa. Nel mio caso specifico mi hanno permesso di ritrovare un libro finito improvvidamente sotto una pila di altri volumi e rimasto lì per troppi anni.

Il libro in questione è Cuore di Mela, il “libro definitivo sul mondo dei sistemi Apple“, scritto nel 2016 dal noto duo Luca Accomazzi e Lucio Bragagnolo, che è più o meno come mettere insieme John Gruber e John Siracusa e fargli scrivere un libro in italiano su tutto quello che gira intorno ad Apple.1

Cuore di Mela è stato un progetto editoriale innovativo, il primo libro in italiano sostenuto in crowfunding su Kickstarter, e avrebbe meritato maggiore fortuna. Purtroppo il mercato editoriale italiano è quello che è, scrivere nella nostra lingua limita a priori il numero di potenziali lettori, e se a questo si aggiunge l’idea, sbagliata, che i libri e le riviste che trattano di tecnologia siano ormai inutili, “tanto c’è internet“, si capisce perché non abbia avuto un seguito.

Invece Cuore di Mela è bello, è scritto bene, ed anche se sono passati già cinque anni dalla sua pubblicazione, contiene un sacco di informazioni interessanti ed attuali. A dimostrazione che le cose davvero buone non tramontano mai.

Personalmente ho trovato godibilissimo il capitolo 13, “Ahi serva Italia di dolore ostello“, che racconta la lotta con la burocrazia italiana di chi si ostina ad usare un Mac al posto di un comune PC con Windows. E mentre lo fa spiega le basi degli algoritmi di cifratura a chiave pubblica, che sono alla base non solo della trasmissione sicura dei dati su internet (ssh, SSL, https e compagnia bella), ma anche della carta d’identità elettronica, della tessera sanitaria e della PEC nostrane. Ma anche i capitoli sul Terminale, sulla programmazione e sul software proprietario e open source per macOS si fanno leggere con molto piacere, anche da chi come il sottoscritto passa la maggior parte del suo tempo a trafficare con queste cose.

Insomma, dopo cinque anni Cuore di Mela rimane ancora una lettura indispensabile per chi è affascinato da Apple e dai suoi gingilli. E se dovete scegliere, prendete l’edizione elettronica, perché il volume stampato (ma esiste ancora?) ha un bug piuttosto fastidioso: non distingue graficamente i box esplicativi di testo inframmezzati al testo principale. È un bug troppo piccolo per menzionarlo? È vero, ma se lo faccio è solo perché non ho trovato altro da criticare.2

Per finire un giochetto. Mentre leggevo ho provato ad identificare l’autore principale dei diversi capitoli, in 2-3 casi il capitolo sembra scritto a quattro mani, in altri è abbastanza facile identificarne l’autore, su alcuni ho dei dubbi. Ecco la mia lista:

Capitolo 1: Accomazzi & Bragagnolo
Capitolo 2: Bragagnolo (?)
Capitolo 3: Accomazzi
Capitolo 4: Accomazzi
Capitolo 5: Bragagnolo
Capitolo 6: Accomazzi & Bragagnolo
Capitolo 7: Accomazzi
Capitolo 8: Bragagnolo (?)
Capitolo 9: Bragagnolo
Capitolo 10: Accomazzi & Bragagnolo
Capitolo 11: Bragagnolo
Capitolo 12: Accomazzi
Capitolo 13: Accomazzi
Capitolo 14: Accomazzi
Capitolo 15: Bragagnolo

Ovviamente chi vuole può proporre le sue modifiche nei commenti. E magari gli autori potrebbero offrire la soluzione definitiva alla questione.


  1. Sarà un caso che sia il duo americano che quello italiano abbia i nomi (quasi) identici? 
  2. Anche i refusi sono pochissimi, li segnalerò in privato all’autore con cui ho più confidenza, chissà, potrebbero essere utili per una eventuale seconda edizione aggiornata. 
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Come nascondere in modo sicuro le informazioni riservate da un file pdf

Ve la ricordate la figuraccia dell’esercito americano che aveva documentato i risultati dell’indagine sulla morte di Nicola Calipari con un PDF pieno di omissis ma che poteva essere letto integralmente con un semplice copia e incolla del testo? Beh, è successo anche a me: dovevo nascondere delle informazioni riservate da alcuni documenti richiesti dal Ministero e ho fatto lo stesso errore degli americani. Però poi ho imparato come si fa in modo corretto e lo racconto qui perché potrebbe essere utile ad altri lettori.


La burocrazia italiana è un mostro dalle mille teste e da un pezzo ho smesso di cercare di capirne le motivazioni. Questa però non è male: ogni volta che partecipo a un progetto di ricerca finanziato da un Ministero o da una Regione devo produrre i miei cedolini dello stipendio in formato PDF per tutti i mesi (o meglio anni) di durata del progetto.

Tutto ciò serve a dimostrare che il mio datore di lavoro è in regola con i contributi e con tutte le altre disposizioni di legge. Tutto bene in teoria, peccato che il mio datore di lavoro sia il CNR, un ente pubblico, che quindi deve per forza di cose essere in regola con queste disposizioni. Ma la burocrazia non guarda a questi dettagli, se c’è una norma va applicata ciecamente anche se è inutile (anzi, direi, preferibilmente se è inutile).


Ma al di là della seccatura di dover rispondere ad una richiesta chiaramente superflua, i cedolini contengono informazioni riservate che è bene nascondere: l’IBAN prima di tutto, ma poi anche l’eventuale quota sindacale, informazioni sulle tasse pagate o sui prestiti e benefici vari di cui si potrebbe usufruire, e chissà che altro che non so. Per parecchio tempo ho reso illeggibili queste informazioni utilizzando la funzione sfumino (smudge) di Pixelmator, come si può vedere qui sotto.

Usare lo sfumino però è noioso, soprattutto se si deve ripetere il processo su un gran numero di documenti diversi. E allora a un certo punto, ideona!, ho pensato bene di utilizzare Anteprima per inserire dei rettangoli neri sopra le porzioni di testo da nascondere, con il grosso vantaggio di poterli copiare ed incollare facilmente in tutti i documenti da mascherare.

Ma, proprio come nel rapporto Calipari, questo metodo consente di recuperare le informazioni riservate con un semplice copia e incolla, come potete verificare voi stessi con questo file.1

Tutto ciò succede perché, a partire dalla versione 1.5, un file PDF può memorizzare le informazioni su più livelli diversi, più o meno come i file grafici di Photoshop (o simili). Nel caso specifico, i rettangoli aggiunti finiscono in un livello diverso da quello del cedolino originale e possono essere selezionati e modificati anche in un secondo momento con Anteprima o con Acrobat Reader.


Combinare i livelli di un file PDF è facile, basta usare il servizio “Salva come PDF…” raggiungibile dal menu File > Stampa… di Anteprima (o di qualunque altra applicazione per macOS). Questo servizio simula la stampa del file PDF originale, salvandolo invece in un nuovo documento PDF. Poiché una stampante non può gestire i livelli multipli del file originale, l’effetto finale è quello di fondere tutti i livelli in uno solo, rendendo il documento non più modificabile (come ci si può accorgere facilmente se si prova a selezionare i rettangoli neri di questo file dopo averlo stampato virtualmente come appena descritto).

Ho sempre pensato che tutto ciò bastasse a nascondere efficacemente le informazioni riservate, ma purtroppo non è così: anche se i rettangoli neri aggiunti al file PDF non possono essere più modificati, è ancora possibile selezionare e copiare il testo sottostante (provare con il file di sopra per credere).

Per fortuna il problema può essere risolto sia tramite il solito Anteprima che con il Terminale. Anteprima va benissimo se abbiamo a che fare con uno o due file PDF, mentre la potenza del Terminale viene fuori alla grande quando i file da gestire sono parecchi.


Metodo numero 1. Usare Anteprima è di gran lunga il modo più facile per nascondere in modo sicuro le informazioni riservate presenti in un file PDF, ma richiede due passaggi manuali e la creazione di un file intermedio che va poi buttato via, per cui è consigliabile solo a chi deve rendere sicuri solo pochi file PDF (oppure a chi ha molta pazienza).

Per procedere bisogna aprire con Anteprima il file PDF contenente le informazioni riservate ancora in chiaro e inserire i soliti rettangoli neri sopra le parti di testo da nascondere. Arrivati a questo punto si esporta il file PDF in un formato grafico, che può essere indifferentemente HEIC, PNG o TIFF (non JPEG, perché questo formato supporta solo documenti di una pagina). Basta ora aprire questo file grafico con Anteprima ed esportarlo di nuovo in PDF (o ancora meglio stamparlo virtualmente in PDF) per avere un file a prova di bomba, nel quale non è più possibile selezionare il testo del documento. Il file rimane sicuro anche se lo si sottopone ad un processo di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) con uno dei tanti software disponibili (io uso con soddisfazione una vecchia versione di PDFpenPro ma ce n’è davvero per tutti i gusti), che ora non può andare a leggere dietro le pecette nere.

Metodo numero 2. Ghostscript è probabilmente lo strumento software più diffuso per la gestione dei file PostScript e PDF dal Terminale, può fare cose complicatissime ma richiede un grosso sforzo per padroneggiarlo a dovere. Ghostscript non è presente di default in macOS ma può essere installato facilmente [tramite Homebrew] (https://discussions.apple.com/thread/8584571) oppure installando MacTeX,2 la distribuzione più diffusa di LaTeX per macOS.

Una volta che abbiamo Ghostscript sul Mac, possiamo usarlo per trasformare in un solo colpo il documento PDF da mascherare in un documento sicuro tramite questo comando da eseguire nel Terminale di macOS

$ gs -dPDF -dBATCH -dNOPAUSE -dNOSUBSTDEVICECOLORS -sDEVICE=pdfwrite \
-sOutputFile=documento_sicuro.pdf documento_da_mascherare.pdf

I nomi dei due file PDF presenti nell’ultima riga del comando sono autoesplicativi e vanno sostituiti con i nomi veri dei nostri documenti. Ricordo come al solito che il carattere $ indica il prompt del Terminale di macOS e non fa parte del comando vero e proprio.

Ghoscript funziona bene ma è un po’ lento e tante opzioni sono davvero oscure. Molto meglio secondo me utilizzare il prossimo metodo.

Metodo numero 3. Anche ImageMagick è un peso massimo fra gli strumenti da Terminale, specializzato nella creazione, modifica o conversione dei file grafici di praticamente qualunque formato ci venga in mente. ImageMagick mette a disposizione una marea sterminata di comandi e di opzioni fra i quali è facile perdersi, però la natura più moderna del programma lo rende più facile da usare, almeno al livello base che ci serve qui. Anche ImageMagick va installato sul Mac tramite Homebrew, e comunque richiede la presenza di Ghostscript per funzionare (che è poi il motivo principale per cui ho deciso di presentare anche il metodo numero 2).

Per convertire il documento PDF da mascherare in un documento sicuro con ImageMagick basta eseguire da Terminale il comando

$ magick convert -density 300 documento_da_mascherare.pdf documento_sicuro.pdf

eventualmente anche senza il comando iniziale magick

$ convert -density 300 documento_da_mascherare.pdf documento_sicuro.pdf

L’opzione density indica la risoluzione (in punti per pollice, dpi) del documento finale, 300 dpi vanno benissimo per i documenti stampati ma possono essere tranquillamente ridotti a 150 o anche 96 dpi se il file sicuro viene utilizzato solo sul computer (e quindi, come piace tanto dire ai nostri burocrati, è dematerializzato).

Come dicevo prima, l’utilità di usare il Terminale viene fuori soprattutto quando abbiamo un gran numero di file da rendere sicuri. Per farlo possiamo usare questo script in bash che va copiato nella cartella contenente i file PDF da processare (oppure in una cartella presente nel PATH) dandogli un nome significativo (io uso secure_pdf ma potete usare quello che preferite), lanciandolo da Terminale dopo averlo reso eseguibile con chmod (i dettagli di come si fa li trovate qui).

#!/bin/bash

OUTDIR="./secured"

if [[ ! -d $OUTDIR ]]; then
    mkdir "$OUTDIR"
fi

for f in *.pdf; do
    fout="$OUTDIR/$f"
    echo "Converting '$f' to '$fout'"
    convert -density 300 "$f" "$fout"
done

Lo script converte tutti i PDF che trova nella cartella dove viene eseguito, salvandoli in una nuova cartella secured con lo stesso nome del documento PDF originale. Se volete che i file sicuri abbiano un nome diversi e magari finiscano nella stessa cartella dei file originali, basta aggiungere o modificare un paio di righe ed è fatto.

#!/bin/bash

OUTDIR="."
SUFFIX="-SECURE"

if [[ ! -d $OUTDIR ]]; then
    mkdir "$OUTDIR"
fi

for f in *.pdf; do
    fname=`basename "$f" ".pdf"`
    fout="$OUTDIR/$fname $SUFFIX.pdf"
    echo "Converting '$f' to '$fout'"
    convert -density 300 "$f" "$fout"
done

Altri metodi. Naturalmente quelli elencato non sono gli unici metodi validi per rendere sicuro un PDF. Chi usa Acrobat Pro può fare tutto da questo programma utilizzando gli strumenti integrati di redazione del testo. Personalmente trovo inutile pagare 20 euro al mese per un editor di PDF (il migliore, è vero, ma sono sempre 240 euro all’anno), ma per chi ha già una licenza Adobe può essere l’opzione migliore.

Un’altra alternativa molto meno costosa è quella di usare uno strumento come il mai troppo apprezzato PDF Toolkit+, con il quale è possibile tramite interfaccia grafica esportare un documento PDF in vari formati grafici e a svariate risoluzioni, dove ogni pagina del PDF finisce in un file diverso, e rimontare poi le singole pagine in un unico file PDF. Niente che non si possa fare con Anteprima, ma qui abbiamo una maggiore flessibilità, ad esempio perché possiamo decidere di cambiare l’ordine delle pagine o di escluderne alcune dal documento finale. In ogni caso PDF Toolkit+ vale molto di più dei due caffè che costa, io ad esempio lo trovo perfetto per ridurre le dimensioni dei file PDF scannerizzati.

Direi che questi 5 metodi possano bastare, ma se qualche lettore ne conosce altri sarebbe bello se li descrivesse nei commenti.


  1. Non sperate di trovare il mio IBAN, è solo la versione in PDF della prima pagina di questo post. 
  2. Qualcuno potrà chiedersi che senso abbia installare i quasi 5 GB di MacTeX solo per avere Ghostscript. Vista così può davvero sembrare una cosa insensata, ma il valore aggiunto di avere LaTeX sul Mac è, a mio avviso, inestimabile. 
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JuliaCon 2021

Julia è l’ultimo arrivato fra i linguaggi di programmazione scientifici, che ambisce a combinare la velocità del Fortran con la semplicità sintattica e l’interattività di Python.

Un’altra particolarità molto interessante di Julia è il supporto nativo agli ambienti: ciascun progetto scritto in Julia può avere un suo ambiente specifico, contenente il compilatore,1 le librerie e gli eventuali package aggiuntivi necessari, nelle versioni che garantiscono il perfetto funzionamento del progetto. La gestione degli ambienti è ancora oggi una delle principali debolezze di Python, averli integrati direttamente nel linguaggio di programmazione dovrebbe rendere più semplice la scrittura di codice riproducibile, il Santo Graal del software scientifico odierno.

Perché parlo di Julia? Perché la settimana prossima inizia il JuliaCon 2021, un’ottima occasione per iniziare a conoscere questo interessante linguaggio di programmazione. La registrazione è gratuita per cui non ci sono rischi, nemmeno per il portafoglio.

In attesa dell’inizio della Conferenza, si stanno tenendo dei workshop preliminari molto interessanti che possono già essere visti su YouTube (o potranno essere visti in diretta nei prossimi giorni), senza nemmeno la necessità di installare l’ennesimo sistema di videoconferenza. Per quanto mi riguarda, finito il post mi guarderò Statistics with Julia from the ground up, mentre lunedì mi aspetta Introduction to Bayesian Data Analysis.

Per chi preferisce leggere, consiglio questo articolo generale del sempre bravissimo Jeffrey Perkel, Julia: come for the syntax, stay for the speed, e questo post su Towards Data Science, Bye-bye Python. Hello Julia!.

Buona visione (o buona lettura)!


  1. Julia è un linguaggio compilato ma funziona anche in modo interattivo. 
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Tutto in una scatola

Traslocare è una esperienza stressante e piuttosto deprimente, ne so qualcosa perché ne ho appena fatto uno. Ci sono voluti più di quindici giorni per mettere tutta la mia vita e quella della mia famiglia in una scatola (magari! in realtà le scatole erano tantissime) e altrettanti per ricostruire tutto nella nuova casa. Ma per fortuna ora è finita e anche il blog, dopo due mesi di stasi forzata, può tornare finalmente in attività.


Devo ammettere che in questo periodo ho avuto pochissimo tempo per seguire il mondo della tecnologia. Il WWDC mi è praticamente passato sopra la testa, mi aspettavo l’annuncio di qualche aggiornamento hardware ma bisognerà ancora avere pazienza.

Monterey però voglio provarlo (tramite Parallels), sono molto curioso di vedere come funziona l’ultimissima versione di macOS. Per farlo devo però aspettare che installino la fibra nella nuova casa (spero domani), scaricare una decina di GB con il router 4G che uso in questo momento darebbe un colpo mortale ai 50 GB mensili che mi sono consentiti.

L’annuncio più significativo arriva però dall’altra parte del mondo (informatico), con la presentazione dell’ultimissima versione di Windows, la 11. Qualche anno fa Windows 10 era stato definito come l’ultima versione di Windows, che da allora in poi sarebbe stato in costante aggiornamento senza più necessità di cambiare periodicamente “nome”. Queste decisioni possono piacere ai tecnici ma fanno storcere il naso a quelli del marketing, che hanno bisogno di annunci continui da prima pagina, anche se sono solo fumo negli occhi degli utenti.

E così eccoci a Windows 11, con le sue richieste stringenti a livello hardware che ci fanno tornare ai tempi di Windows XP Service Pack 2, che rendeva improvvisamente delle lumache i computer su cui veniva improvvidamente installato, oppure di Windows Vista, ovvero il flop più flop della storia, che per fortuna (di Microsoft) aveva richieste hardware così estreme da essere stato usato solo da pochissimi fortunati.

Ma come se non bastasse, Windows 11 girerà solo sui PC che dispongono di un modulo TPM (Trusted Platform Module). Questo modulo è presente su tutte le CPU più recenti di intel e AMD (e prima ancora veniva installato come modulo aggiuntivo sulla scheda madre), ma la sua presenza non garantisce la compatibilità con Windows 11, perché non è detto che il suo firmware soddisfi le richieste di Microsoft o che l’UEFI (l’UEFI è la versione moderna del BIOS) della scheda madre lo supporti. Cosa significherà tutto ciò per chi usa Linux è una questione ancora aperta, che merita un ulteriore approfondimento non appena se ne saprà di più.

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