Come scaricare le versioni meno recenti di macOS: da Yosemite a Lion

L’aggiornamento dell’App Store introdotto in parallelo al rilascio di Mojave ha reso molto più difficile scaricare le versioni precedenti di macOS anche per chi le ha già acquistate, quasi sempre a costo zero, in passato (per semplicità nel seguito userò il termine “macOS” anche per indicare le versioni che in origine si chiamavano Mac OS X o OS X).1

Chi ha già installato Mojave sul suo Mac può ancora scaricare High Sierra, mentre tutte le altre versioni di macOS sembrano scomparse dalla lista di applicazioni già acquistate. I link diretti a Sierra e ad El Capitan sull’App Store mostrano correttamente la pagina di informazioni relativa, ma restituiscono un messaggio di errore se si prova a scaricare il programma di installazione.

Chi invece non ha ancora aggiornato a Mojave ha qualche chance in più (almeno per ora): può scaricare tutte le versioni di macOS da El Capitan a Lion (andando a ritroso nel tempo), ma gli sono precluse sia Sierra che High Sierra. I link diretti a Sierra e High Sierra funzionano, ma consentono di scaricare l’installer solo se il Mac utilizzato è compatibile con queste versioni di macOS.

E per gli altri? Cosa può fare chi avesse bisogno di scaricare dall’App Store le versioni meno recenti di macOS senza averle già acquistate in passato? La prima parte dell’articolo è stata dedicata alle versioni di macOS da High Sierra a El Capitan, questa seconda puntata tratta delle versioni più datate del sistema operativo del Mac, da Yosemite a Lion (con una veloce puntatina anche su Snow Leopard, una delle versioni più riuscite di macOS). Come vedremo la situazione non è tanto rosea.

Da Yosemite a Lion (e non solo)

Tutte le versioni più vecchie di macOS, da Yosemite giù giù fino a Lion, sembrano scomparse dall’App Store, a meno di non averle già acquistate in passato, nel qual caso è meglio affrettarsi a scaricarle e a conservarle al sicuro da qualche parte (ovviamente da un Mac non ancora aggiornato a Mojave).

In realtà, per Yosemite esiste ancora una vecchia pagina di supporto sul sito Apple, ma il link per scaricare il programma di installazione punta ad iTunes e non funziona più con l’App Store moderno. Mavericks sembra essere stato completamente dimenticato da Apple.

Tutto sommato non è una gran perdita, in fondo tutti i Mac su cui gira Yosemite o Mavericks sono compatibili con El Capitan, che è il culmine più rifinito e bug-free della prima triade di versioni di macOS denominata con i nomi di luoghi turistici della California. Ci possono essere casi particolari di software, soprattutto in ambito tecnico-scientifico o multimediale, che per girare richiedono una versione specifica di macOS (ad esempio funzionano su Yosemite ma non su El Capitan), ma sono casi molto specifici sui quali è inutile dilungarsi qui.

Mavericks è stata la prima versione totalmente gratuita di macOS. Le due versioni precedenti, Mountain Lion e prima ancora Lion, le ultime della serie con i nomi di felini, erano a pagamento ma venivano fornite gratuitamente a chi acquistava un nuovo Mac (mentre scrivevo questo articolo ho ritrovato un mio codice gratuito per scaricare Lion associato all’acquisto di un qualche Mac). Queste due versioni si possono ancora acquistare dal sito di Apple a 21.99 euro ciascuna, questo è il link per Mountain Lion, questo quello per Lion.

Anche Snow Leopard può ancora essere acquistato online in versione “fisica” su DVD, sempre a 21.99 euro e con consegna gratuita. Snow Leopard in realtà non fa parte dei sistemi operativi per il Mac distribuiti attraverso l’App Store, ma l’ho fatto rientrare in questa lista per il rotto della cuffia perché è stato il primo che poteva girare solo sui Mac con processore Intel.

Ma non è finita…

A partire da Lion tutti i computer Macintosh dispongono di una funzione, macOS Recovery, che permette di ripristinare il sistema operativo tramite internet. È una funzione utilissima quando macOS non vuole saperne di avviarsi (raro, ma succede), quando si è cambiato il disco rigido di avvio o più semplicemente quando si vuole cancellare il disco rigido prima di vendere o cedere il Mac.

Ma macOS Recovery può essere molto utile anche per gli scopi discussi in questo articolo. A seconda della combinazione di tasti premuta all’avvio del Mac è possibile:

  • reinstallare da zero la versione più recente di macOS installata su quel Mac, tenendo premuti i tasti CMD (⌘) ed R;
  • reinstallare l’ultima versione di macOS compatibile con il Mac, tenendo premuti i tasti ALT (⌥), CMD ed R;
  • reinstallare la versione di macOS fornita originariamente con il Mac, oppure la versione disponibile più vicina a quella originale, tenendo premuti i tasti SHIFT, ALT, CMD ed R.

La combinazione di tasti prescelta deve essere tenuta premuta finché non compare il logo Apple o un globo che gira (oppure viene richiesta la password del firmware), come si può vedere in Figura 1. A seconda della combinazione di tasti utilizzata, macOS Recovery scaricherà dai server Apple il programma di installazione appropriato.


Figura 1. Avvio del programma di Internet Recovery.

Il tempo di avvio di macOS Recovery dipende dalla connessione di rete in uso, ma nella maggior parte dei casi alcuni minuti dovrebbero essere più che sufficienti (Figura 2). Utilizzando un collegamento Wi-Fi bisognerà scegliere la rete a cui collegarsi e inserire la password relativa.


Figura 2. Il programma di macOS Recovery mentre viene scaricato da internet.

Una volta concluso l’avvio da macOS Recovery, compare una finestra dalla quale, a seconda dei tasti premuti all’avvio, si potrà scegliere di reinstallare la versione originale di Mac OS X fornita con la macchina (Figura 3), oppure l’ultima versione compatibile con il Mac in uso (Figura 4), in questo caso High Sierra (che è anche la versione attualmente installata sul Mac).


Figura 3. Reinstallazione di Lion, la versione originale di macOS fornita con questo Mac.


Figura 4. Reinstallazione di High Sierra, l’ultima versione di macOS compatibile con questo Mac.

Conclusioni

Come si vede, Apple non ha reso la vita facile a chi vuole scaricare una vecchia versione di macOS e non l’avesse già fatto in passato. In certi casi l’unica opzione veramente valida è quella di creare un account da sviluppatore Apple a pagamento, che consente di scaricare tutte le versioni di macOS disponibili. Costa 99 dollari all’anno, se serve può valere la pena seguire questa strada.

E le scorciatoie? La rete pullula di siti da cui scaricare di tutto, dove si trovano facilmente tutte le versioni di macOS pubblicate. Ma ne vale la pena? Il sistema operativo è la base su cui poggia il funzionamento del nostro Mac, io non mi azzarderei ad utilizzare una versione di un sistema operativo (di un qualunque sistema operativo, si badi bene) che provenga da una fonte non fidata al 100%. Chi ci può assicurare che qualcuno non ci abbia infilato qualche malware per tenere traccia di tutto quello che facciamo o per utilizzare part-time il nostro Mac per scopi poco puliti? Lo so, i programmi di installazione delle varie versioni di macOS sono firmati digitalmente da Apple e quindi in teoria sono sicuri, ma so altrettanto bene che qualunque protezione, qualunque codice di sicurezza, prima o poi può essere violato. Meglio non fidarsi a prescindere.

Avvertenze

Installare un aggiornamento di macOS scaricandolo dall’App Store funziona solo quando sul Mac da aggiornare è installata una versione meno recente del sistema operativo. In tutti gli altri casi (principalmente quando si sostituisce il disco rigido di avvio oppure si ha bisogno di tornare indietro, installando sul Mac una versione meno recente di macOS rispetto a quella già presente), servirà un secondo Mac per scaricare l’installer e creare una chiavetta USB di avvio contenente il programma di installazione.


  1. Ricordo ai neofiti di casa Apple che il sistema operativo del Mac è stato denominato macOS solo a partire dalla versione 10.12 (Sierra). In precedenza, dalla versione iniziale 10.0 (Cheetah) fino alla 10.7 (Lion), si chiamava Mac OS X, diventando semplicemente OS X nelle versioni dalla 10.8 (Mountain Lion) alla 10.11 (El Capitan). 
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Come scaricare le versioni meno recenti di macOS: da High Sierra a El Capitan

In questi giorni sto trafficando parecchio con il mio MacBook Pro, modello Early 2011. Per ora ho installato El Capitan, che è la versione recente di macOS che preferisco ma sulla quale purtroppo non girano alcune applicazioni che mi interessano.

Il MacBook Pro non è compatibile con Mojave, per cui l’unica alternativa ragionevole è installare High Sierra. Ma è ancora possibile scaricare ed installare High Sierra, o altre versioni meno recenti di macOS, direttamente dal Mac?

L’App Store ai tempi di Mojave

La ristrutturazione dell’App Store avvenuta in parallelo all’introduzione di macOS Mojave ha creato più di un problema a tutti coloro che non hanno aggiornato i propri Mac all’ultima versione del sistema operativo di casa Apple. In tanti casi forzatamente, dato che Mojave ha ristretto la soglia di compatibilità ai soli Mac prodotti a partire dalla metà del 2012 in poi (mentre i Mac compatibili con High Sierra erano tutti quelli prodotti dalla fine del 2009).

Ogni volta che si apre l’App Store da un Mac con High Sierra (o versioni precedenti) ci vogliono tempi biblici per far comparire la lista delle applicazioni acquistate. Sul mio MacBook Pro con El Capitan ho misurato ben 20-25 secondi (e in certi casi anche 30 secondi) dal click sull’icona “Acquistate” alla comparsa della lista. Ma quello che è peggio, se si clicca su una delle applicazioni elencate, magari per leggere la descrizione e le recensioni prima di installarla, ci vuole di nuovo un tempo lunghissimo per tornare indietro alla lista completa (per me 18-20 secondi).

È possibile che il problema sia legato a qualche modifica nel tipo o nel formato del database usato da Apple per gestire questi dati,1 però rimane il fatto che la cosa dopo un po’ diventa molto noiosa, soprattutto se si è reinstallato macOS da zero e si ha bisogno di installare un certo numero di applicazioni di base.

Inoltre, da quando è uscito Mojave, dalla lista di applicazioni acquistate sono scomparse sia Sierra che High Sierra, le due versioni precedenti di macOS, mentre sono ancora presenti tutte le altre versioni acquistate in precedenza, da Lion a El Capitan (ricordo che Lion è stata la prima versione di macOS — ma allora si chiamava ancora Mac OS X — distribuita attraverso l’App Store).

Il motivo di questa rimozione mi sembra francamente incomprensibile, soprattutto tenendo conto che, come già detto, i Mac che possono installare Mojave devono soddisfare requisiti molto più stringenti rispetto a quelli richiesti da High Sierra (o da Sierra). Chissà se questa scelta significa che gli sviluppatori di macOS considerano Sierra e High Sierra delle versioni poco riuscite di macOS e cercano di dissuadere gli utenti dal continuare ad usarle.

C’è (quasi) sempre un rimedio

Io conservo sul mio Mac principale tutti gli installer di macOS presenti sull’App Store (da Lion in poi sono già otto versioni diverse) perché mi servono per poter creare rapidamente delle macchine virtuali con versioni differenti di macOS, per cui il problema della “scomparsa” di Sierra e High Sierra dall’App Store non mi tocca personalmente.

Nonostante ciò, mi sembrava interessante trovare una soluzione che potesse essere utile anche a chi non dispone dei programmi di installazione meno recenti. E una soluzione c’è anche se, come succede spesso con Apple, è ben nascosta nelle pagine del suo sito.2

Per scaricare il programma di installazione di High Sierra si può usare questo link diretto all’App Store, oppure andare alla pagina di supporto Apple dove si trova il link all’App Store mostrato prima (al punto 4 dell’elenco). In alternativa, si può provare ad usare quest’altro link diretto o questa pagina di supporto, leggermente diversa dalla prima.

Per Sierra, questo è il link diretto all’App Store e questa la pagina di supporto con il link all’App Store (sempre al punto 4).

Infine, anche per El Capitan esiste ancora un link diretto all’App Store e una pagina di supporto con il solito link all’App Store.

Purtroppo è una soluzione solo parziale, che permette a chi non ha ancora aggiornato a Mojave di scaricare i programmi di installazione di High Sierra, Sierra e El Capitan, e solo quelli, anche se non l’ha fatto in precedenza. Chi invece è già passato a Mojave può scaricare soltanto High Sierra, se prova a cliccare sui link riportati sotto relativi a Sierra o El Capitan riceve il messaggio di errore mostrato nella figura.

E per chi volesse scaricare le versioni precedenti di macOS o, come si chiamava prima, Mac OS X? Questo sarà l’argomento della seconda parte dell’articolo.


  1. Infatti su Mojave la stessa lista compare pressoché istantaneamente. 
  2. Non sono nemmeno il primo a proporla, ne hanno già scritto giorni fa l’amico Nicola Losito e Macworld UK, dal punto di vista dell’utente già passato a Mojave. Io mi sono limitato ad affrontare l’argomento dal punto di vista opposto, considerando quello che può fare chi non usa l’ultima versione del sistema operativo Apple. 
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Batteria no, batteria si

Un post di qualche giorno fa sull’acquisto di un cacciavite per rimuovere la batteria rigonfia del mio MacBook Pro si concludeva così:

Post Scriptum #2. Non credo che comprerò un’altra batteria. Ormai quando viaggio porto solo l’iPad e quindi il MacBook Pro può benissimo rimanere fisso sulla scrivania, sempre collegato all’alimentatore (come del resto ha fatto finora per il 99% del tempo).

Purtroppo in pochi giorni ho dovuto ricredermi e ho acquistato su eBay una nuova batteria per il MacBook Pro. Per due motivi fondamentali, uno di tipo pratico, l’altro collegato ad una scelta misteriosa degli sviluppatori di macOS.

Motivo pratico. Il mio MacBook Pro è un modello del 2011, A1286 Early 2011 per la precisione, e quindi ha ancora il connettore di alimentazione MagSafe introdotto con molto entusiasmo da Apple nel 2006 ma poi mandato inopinatamente in pensione esattamente dieci anni dopo.

Ho sempre pensato che il MagSafe fosse una idea geniale, chiunque sia inciampato in un cavo di alimentazione normale danneggiando il connettore, o peggio il computer, sa di cosa parlo. Il connettore MagSafe ad L montato sul mio MacBook Pro è veramente molto sensibile, basta spostare il Mac sulla scrivania o urtare per sbaglio il cavo di alimentazione con delle carte o dei libri per farlo staccare.

Con la batteria il meccanismo è a prova di bomba: il cavo si stacca ed il Mac non subisce danni, mentre la batteria intanto lo tiene acceso. Ma senza batteria il connettore MagSafe diventa pericoloso, basta un colpetto sbagliato e il Mac si spegne di colpo, facendo perdere insieme con l’alimentazione tutto il lavoro non ancora salvato. E anche se non si perde niente, bisogna comunque riavviare, ricaricare i programmi in uso… un fastidio e un rischio troppo grandi per non cambiare idea e non comprare una batteria nuova.

Motivo misterioso. In macOS Mojave (ma forse già da High Sierra) la mancanza della batteria crea un problema imprevisto: il trackpad montato nel portatile non viene riconosciuto nelle Preferenze di Sistema, funziona ma non si possono configurare i gesti come il click con il tocco che io trovo utilissimi.

Non è un problema hardware, con El Capitan il trackpad può essere configurato perfettamente anche senza batteria.

Sembra invece che per qualche motivo arcano gli sviluppatori di Mojave abbiano deciso che il riconoscimento del trackpad montato sui MacBook (Pro) debba dipendere dalla presenza della batteria, una scelta incomprensibile se si tiene conto che i due componenti hardware non hanno niente in comune.

Aspettiamoci degli ulteriori vincoli nelle prossime iterazioni di macOS. Per quello che conta, io proporrei di non far funzionare tutti i mouse bluetooth di terze parti se non si fanno regolarmente gli esercizi fisici prescritti da Apple Watch o di limitare l’uso delle chiavette USB solo a coloro che usano ogni giorno il filo interdentale.

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Commercio tradizionale o commercio online? Perché Amazon sta vincendo (parte 3)


Fonte: Cristina Gottardi su Unsplash.

C’è qualche morale da trarre dalle storie raccontate nelle due puntate precedenti (clicca qui per leggere la prima parte e la seconda parte)?

Il primo negozio in cui ho cercato il cacciavite adatto a rimuovere la batteria del mio MacBook Pro è uno dei più grossi punti vendita della regione nel settore della ferramenta professionale e del fai-da-te. Il negozio ha una clientela variegata che va dall’artigiano al piccolo rivenditore, dall’appassionato di bricolage alla famiglia in cerca di accessori per la casa. I commessi sono abbastanza competenti e disponibili, il vero problema è riuscire a trovarne uno vista la scarsità di personale in rapporto alle dimensioni del negozio.

In compenso, come tanti altri grossi centri commerciali, anche questo negozio si è adeguato alle nuove abitudini dei consumatori e offre la possibilità di restituire o di sostituire qualunque prodotto entro un termine ragionevole di tempo, come è normale per gli acquisti online. Non lo fa certo per seguire la moda del momento o perché sono “buoni” e vogliono venire incontro al cliente. In realtà, consentire di restituire un eventuale acquisto sbagliato serve più che altro a compensare la mancanza di personale che possa aiutare e consigliare i clienti durante gli acquisti.

Dal punto di vista umano non sarà il massimo, però almeno comprare qui è poco rischioso: se si sbaglia prodotto perché non si è riusciti a trovare qualcuno che avesse il tempo e la possibilità di consigliarci adeguatamente, si è sempre in tempo a correggere l’errore, un vantaggio non da poco per il cliente. Tutto sommato, dubito che risenta particolarmente della concorrenza dei negozi online, primo fra tutti Amazon.


L’altro negozio è tutta un’altra storia. Fino a qualche anno fa era molto più grande e molto più specializzato, una specie di punto di incontro obbligato per un pubblico di appassionati e di professionisti nel campo dell’elettronica e dei computer. Ci si poteva trovare di tutto, dalle resistenze ai circuiti integrati, dal materiale per produrre circuiti stampati alla strumentazione di misura semi-professionale, oltre che naturalmente schede e accessori vari per il computer.

Ma la crisi ha morso pesantemente, la concorrenza dei negozi online di materiale elettronico (non solo Amazon, ma soprattutto RS Components, Digi-Key, Adafruit o negozi analoghi) è fortissima, a un certo punto il negozio originale non ce l’ha fatta più e si è trasferito in un locale molto più piccolo a pochi metri da quella originale. Dove però vende più che altro cinesate da quattro soldi, niente a che vedere con il materiale di qualità di qualche anno fa. Se poi il negoziante è antipatico, non si fida dei clienti,1 tratta con modi bruschi i pochi che osano varcare la soglia del suo negozio, non offre prodotti di qualità, non ha molto senso tornarci un’altra volta.

Una delle cose migliori di un negozio fisico è il fatto di avere qualcuno con cui confrontarsi, al limite anche solo per fare due chiacchiere — con il mio edicolante succede quasi sempre — se il negoziante non riesce, o non vuole, entrare in sintonia con il cliente, allora è meglio l’impersonalità del negozio online. Sarà pure freddo, solitario, ma almeno si può comprare quando e come si vuole, e si risparmia pure. E se qualcosa non piace o non va bene, la si rimanda indietro e amici come prima.


Tanti sostengono, e con qualche ragione, che Amazon sta distruggendo il commercio tradizionale. Però a mio avviso una bella fetta di colpa ce l’hanno gli stessi commercianti. Se per farsi sostituire in garanzia una pendrive da pochi euro il cliente deve affrontare una procedura così fastidiosa come quella che ho descritto qualche giorno fa, perché si sa a priori che il venditore non è disposto a farsene carico facilmente, è chiaro che c’è qualcosa che non funziona.

È vero, non ho nemmeno provato a chiedere la sostituzione in garanzia della pendrive a chi me l’aveva venduta, ma solo perché tante esperienze passate (una l’ho anche raccontata qui più di tre anni fa) mi hanno insegnato che tornare da MediaWorld, Unieuro o quello che volete dicendo “Ho comprato questo …….. [riempire i puntini a piacere] ma non funziona”, significa sottoporsi ad una prova eroica di pazienza e di sopportazione che non tutti sono in grado di superare.

Ricordo ancora molto bene quello che successe qualche tempo fa da MediaWorld. Avevo comprato un mouse, un volgarissimo mouse con il filo, che non ne voleva sapere di funzionare. Torno indietro dopo un giorno o due, con il mouse impacchettato come si deve e lo scontrino regolamentare, e mi indirizzano da un commesso che mi non crede a prescindere. E che passa una mezz’ora a cercare di far funzionare a tutti i costi il mio mouse, infilandolo praticamente in tutti i computer che aveva sotto mano e sostenendo che fosse solo una questione di driver. Ovviamente il fatto che gli dicessi che l’avevo usato con il Mac, dove non serve nessun driver per far funzionare un mouse, non faceva che rafforzargli l’idea che fra i due l’imbecille fossi io, povero utente Apple incapace di mettere le mani nelle fini intricatezze del sistema operativo a Finestre. Alla fine l’ho spuntata, ma la tentazione di strozzarlo è stata forte come non mai.

Ripetere tutto ciò per una banale pendrive, dovendo ammettere per forza di averla formattata e per di più in HFS+ (ma sarebbe lo stesso anche se avessi usato NTFS), sarebbe stato troppo anche per uno con la pazienza di Giobbe. Figuriamoci per me!


  1. Solo dopo essere uscito dal negozio mi sono reso conto che forse il negoziante credeva che avrei usato il cacciavite una volta, riportando poi indietro tutto il set per farmi restituire i dieci euro. Come se il gasolio me lo dessero gratis! 
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Commercio tradizionale o commercio online? Perché Amazon sta vincendo (parte 2)

All’inizio dell’estate compro una chiavetta USB per rimpiazzare l’ennesima pendrive perduta. Ormai sono così piccole che è praticamente impossibile non dimenticarle in giro o farle cadere per sbaglio dalla tasca. Dovrei decidermi ad attaccarle ad un portachiavi o a qualcosa del genere, ma poi diventerebbe molto più scomodo collegarle al computer. Per fortuna le uso solo (o quasi) per trasportare dei file da un Mac all’altro e perderne una non è mai troppo grave.

In genere uso le pendrive SanDisk, costano il giusto e sono abbastanza affidabili. Questa volta prendo una SanDisk Ultra Flair da 16 GB, che in teoria dovrebbe garantire velocità di scrittura vicine ai 100 Mb/s, ma che in realtà non va oltre i 30 MB/s. Niente di straordinario ma visto il costo può ancora andar bene, significa che ci vuole poco più di un minuto per trasferire un file di 2 GB sulla chiavetta.

La mia però è decisamente più lenta e impiega vari minuti per scrivere solo qualche centinaio di MB. In lettura va un po’ meglio, ma è sempre molto più lenta delle altre chiavette USB con cui ho a che fare.

Provo a saltare l’hub USB e collegare la chiavetta ad una porta USB del Mac. Provo a riformattarla in vari modi con il Mac e anche con un PC, perché so per esperienza che il Mac non gradisce più di tanto gestire i file system non nativi. Niente da fare, la chiavetta è e rimane lentissima.

A questo punto decido di rischiare e compro un’altra chiavetta identica. Questa funziona perfettamente, non è un fulmine ma è decisamente meglio della prima.

È chiaro che la pendrive originale ha dei problemi.1 Normalmente la butterei via senza pensarci, l’ho pagata 12 euro, è inutile perderci altro tempo. Ma ormai mi sono incaponito e decido di utilizzare per la prima volta la garanzia “a vita” (o quasi) con cui sono venduti questi oggettini.

Ormai sono passati dei mesi da quando ho preso la prima chiavetta e i rivenditori finali (Unieuro in questo caso) tendono sempre a evitare di svolgere queste pratiche in proprio, adducendo le scuse più cervellotiche. Non ho voglia di perdere tempo anche con loro e decido di fare da me. Vado sulla pagina apposita di Sandisk e provo a chiedere l’RMA (Return Merchandise Authorization), cioè la sostituzione in garanzia della chiavetta difettosa.

Non sembra difficile, basta compilare il modulo online, inserendo i dati personali (facile), il luogo e la data di acquisto (nessun problema, ho conservato la ricevuta), il tipo di prodotto (non facilissimo ma con un po’ di attenzione si può fare) e infine il numero seriale (e dove lo trovo?).

Per fortuna le istruzioni sono chiare, il numero seriale è inciso sulla chiavetta stessa, basta riuscire a leggerlo. È una parola, i caratteri sono microscopici e la mia vista non è più quella di qualche anno fa. Provo a fotografarlo con il telefono ma l’obiettivo non è adatto per le foto macro. L’unica macchina fotografica vera di casa ce l’ha mia figlia in Inghilterra, che faccio? Per fortuna arriva un’illuminazione, perché non provare con lo scanner? E in effetti con lo scanner ottengo una immagine ben definita nella quale il numero seriale si vede perfettamente.

Finisco di inserire i dati richiesti, allego le scansioni della pendrive e dello scontrino fiscale richieste da Sandisk come prova di acquisto, premo Invio, sono proprio curioso di vedere cosa succede.

Il giorno dopo arriva via email l’etichetta per la spedizione tramite UPS della pendrive difettosa. Sono perplesso, quanto costerà a Sandisk tutto questo ambaradan per una chiavetta USB da pochi euro? E quanto costerà anche a me, in termini di fastidi e tempo perso? Ci vuole una busta imbottita (a bolle d’aria, come precisa l’email), bisogna stampare l’etichetta, fissarla alla busta con lo scotch, cercare un negozio che la prenda in carico per il ritiro del corriere, trovare il parcheggio… Vale la pena fare tutto questo?

Ma ormai sono in ballo e vado fino in fondo (come avrei potuto scrivere questo articolo se non lo avessi fatto?).

Lascio la busta per il ritiro il lunedì e dopo una settimana esatta Sandisk mi avvisa che la mia richiesta di RMA è in fase di revisione. Il giorno dopo la richiesta è accettata. La chiavetta sostitutiva viene spedita il giorno stesso, da Brno nella Repubblica Ceca, sempre tramite UPS. In questo momento è in transito a Norimberga e dovrebbe arrivare lunedì prossimo. Non mi sembra che quelli di UPS siano mostri di velocità, e nemmeno Sandisk, in fondo.

Ben diverso quello che succede in casa Amazon. Pochi mesi fa una scheda microSD (sempre Sandisk, modello Extreme-qualcosa) installata nel cellulare Android di una figlia smette improvvisamente di funzionare. La tiro fuori, il Mac non la vede, Linux nemmeno, è decisamente morta. L’ho comprata da Amazon, compilo il modulo online relativo ai prodotti in garanzia, spiego brevemente quello che è successo e in un paio di giorni mi arriva una nuova scheda SD, senza altre richieste, buste, corrieri, ritardi. La vecchia scheda la tengo per qualche giorno poi, visto che Amazon non la vuole indietro, la butto via.

Amazon starà anche distruggendo il commercio tradizionale, ma forse una bella fetta di colpa ce l’hanno i commercianti stessi. Se un negozio virtuale garantisce più servizi e più diritti ai suoi clienti e ne semplifica la vita, qual’è il valore aggiunto offerto da un negozio fisico, quali sono i motivi per continuare a rivolgersi alla distribuzione tradizionale? Io non ho risposte, ma spero che qualcuno le abbia e le scriva nei commenti.

Aggiornamento. La chiavetta è arrivata il giorno stabilito e funziona regolarmente (anzi sembra un pelino più veloce di quella che ho già). Purtroppo non posso far sentire la mia opinione, tutto sommato positiva, a SanDisk: se clicco sul link contenuto nell’email che mi hanno mandato con la richiesta di valutare la procedura, tutto quello che ottengo è questo…

Ho l’impressione che quelli di SanDisk dovrebbero dare anche una ritoccatina alle parti di servizio del loro sito, guardare questa pagina fa un po’ cascare le braccia.


  1. Durante le vacanze ho letto il bel libro di Andrew “Bunnie” Huang, The Hardware Hacker (consigliatissimo!), dove c’è un intero capitolo dedicato al sottobosco del materiale elettronico falso ma praticamente indistinguibile da quello originale e venduto come se fosse materiale originale. Chissà se la mia chiavetta rientra in questa casistica. 
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