Da melabit a melabit: la scelta del dominio

Se la scelta del servizio di hosting più adatto alle nostre esigenze è difficile, ancora più complicata è la scelta del nome di dominio (o solo dominio), cioè del nome univoco assegnato ad un sito web, che lo caratterizza e lo rende facile da ricordare, come ad esempio http://www.google.com, http://www.debian.org oppure http://www.nomesito.it.

Breve lezioncina preliminare (sono noioso, ma bisogna pure capirsi). Un dominio è composto da tre parti separate da punti: la prima parte è il noto acronimo www (cioè world wide web), una specie di marchio di riconoscimento del web (come la @ per la posta elettronica) che ormai viene usato sempre più di rado.1

La parte finale è detta dominio di primo livello (o TLD, Top Level Domain) e serve ad identificare la tipologia del sito web (.com per i siti commerciali, .org per quelli senza scopo di lucro) oppure la nazione dove opera il sito (.it). Però, dopo la liberalizzazione dei TLD, queste definizioni sono diventate sempre meno significative.

Infine la parte di mezzo è il nome dell’host (google, debian oppure nomesito negli esempi di sopra), la parte del nome di dominio che caratterizza veramente il sito.

Aggiungendo il metodo di accesso, http:// o ormai quasi sempre la versione sicura https://, si ottiene l’URL, cioè la stringa univoca https://www.nomesito.it, che permette al browser di accedere al sito web desiderato.

Finita la lezione, veniamo alla parte più significativa dell’articolo: come si fa a scegliere il nome di dominio più adatto per il nostro sito? Le regole di base sono già tutte in questo articolo, inutile ripeterle un’altra volta.

Per una volta voglio usare un approccio più pratico e raccontare come e perché ho scelto proprio melabit come nome di dominio per questo sito, applicando senza nemmeno saperlo alcune delle regole contenute nell’articolo appena citato. Tre regole in particolare: volevo un nome di dominio che fosse breve e facile da scrivere, e che una volta letto non sembrasse qualcosa di diverso e imprevisto. Perché la ragione conta, ma il caso ha sempre il suo bel daffare a metterci i bastoni fra le ruote.

La primissima idea di tenere un blog personale non è mia, ma dell’amico Lucio Bragagnolo, che molto gentilmente mi aveva invitato ad aprirne uno su Macworld Italia. Si doveva chiamare “iLife of Brian”, un bel gioco di parole con il nickname che uso più o meno sempre su internet (con qualche variazione).2 Ho ancora il testo del post di presentazione, che non ho mai pubblicato perché intanto Macworld ha chiuso su due piedi.

Ci ho pensato e ripensato e alla fine ho deciso di fare da solo. Ma senza più l’ombrello protettivo di Macworld ho escluso immediatamente di chiamarlo “iLife of Brian”, i motori di ricerca non l’avrebbero mai trovato. Provate a cercare “iLife of Brian” su Google (ma anche su Bing, su DuckDuckGo, su quello che vi pare), vi verrà fuori solo e sempre qualcosa dei monumentali Monty Python. Il confronto era improponibile.

Allora ho preso il fidato nvALT, che uso molto più di Notes per buttare giù degli appunti veloci, e ho cominciato a buttare giù una serie di nomi per il blog. Poi li ho messi in ordine (si può fare a mano, ma sapere usare un po’ il Terminale può essere utile anche per queste cose) e mi sono messo a cercare su internet se erano disponibili o no.

C’è voluto un po’ di tempo e di pazienza, e alla fine è venuta fuori questa lista. Nella colonna di sinistra sono finiti tutti quelli già utilizzati, un vero peccato perché alcuni erano veramente carini. Rimanevano quelli della colonna di destra.

A questo punto ho cominciato a tagliare. Alcuni nomi erano troppo lunghi e complicati (mactechbit, openappletech), spesso troppo anglosassoni per un blog destinato volutamente ad un pubblico italiano (openmactools, toolsformac). Poi c’erano i nomi troppo caratterizzati verso aspetti molto particolari del mondo Mac (melaprog, scientificmac) mentre io volevo mantenere la possibilità di di scrivere di tutto quello che mi piaceva (e mi interessava). Tagliati anche loro senza pietà.

Alla fine mi ero deciso per melaperta. Poi quasi per caso, mentre lo ripetevo mentalmente, mi sono accorto che poteva essere scambiato per un sito per adulti (provate anche voi e ditemi). Avrebbe fatto molto bene alle statistiche di accesso, lo so, ma ho tagliato anche melaperta senza pietà.

Il nome immediatamente successivo era l’unico che non aveva controindicazioni, ed è così che è nato melabit.


  1. Dato che ormai il web è diventato onnipresente, l’acronimo www non è più indispensabile per riferirsi ad un sito, e quindi si può usare solo google.com (detto dominio nudo o naked) al posto di http://www.google.com
  2. Nickname che deriva sia dal film più famoso dei grandi Monty Python, sia dal nome di uno dei fisici con cui più ho avuto a che fare, Brian Josephson, uno capace di vincere un premio Nobel pubblicando un solo articolo significativo. Tanto che subito dopo si è praticamente rimbambito
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Medioevo no vax

Ho iniziato a rispondere di getto a un commento di Luca, però a un certo punto mi sono accorto che la cosa meritava una trattazione più adeguata e ne ho fatto un post completo. Perché rispetto le opinioni di tutti, ma non si può andare dietro a gente che gioca con la salute, e perfino con la vita, delle persone.

Parole parole parole

Iniziamo dal commento. Luca, dopo aver visto il Cartone Morto sui vaccini, mi scrive

riguardo ai vaccini suggerirei l’analisi scientifica condotta da Gatti e Montanari (vedasi http://www.stefanomontanari.net) anzichè un cartone animato concepito da un … “influencer”!

Io non sono certo un esperto di vaccini, però so leggere e della coppia Gatti & Montanari (coppia anche nella vita, sono marito e moglie) ho già sentito parlare più di una volta. Perciò gli rispondo così,

Gatti & Montanari… ma dai, stai scherzando? Quelli che hanno pubblicato uno studio “fondamentale” sulla tossicità dei vaccini sull’International Journal of Vaccines and Vaccination, una delle riviste scientifiche finte che pubblicano tutto quello che ricevono, senza controllo, senza revisione di altri esperti, basta solo mandare il manoscritto e pagare la quota richiesta?

Mi viene anche voglia di ripetere un’altra volta che un lavoro pubblicato su una pseudo-rivista scientifica come l’International Journal of Vaccines and Vaccination si squalifica da solo e vale meno del giornale usato con cui incartano il pesce al mercato. Poi però mi rendo conto che queste considerazioni tecniche non risultano convincenti per chi non è bene addentro al mondo della ricerca (e tante volte purtroppo anche per chi lo è…)

E quindi perché non provare a fare due conti terra terra?

Contaminazioni?

Il sito dell’International Journal of Vaccines and Vaccination non funziona dalla fine del 2017. Ma per fortuna la rete non dimentica e questo è uno degli ultimi “snapshot” del sito disponibili sul sempre ottimo Internet Archive. In cima alla lista degli ultimi “articoli” pubblicati c’è n’è uno della coppia Gatti & Montanari, questo (c’è anche la versione in pdf).

Leggerselo tutto è tempo perso, qui ci basta solo guardare la tabella 3 e il grafico 8 corrispondente, dove per ogni tipo di vaccino analizzato è elencato il numero di nano/micro-particelle di impurezze presenti in 20 microlitri di acqua. Queste impurezze possono essere di natura molto diversa e possono avere effetti molto diversi sulla salute. Ma non importa, la tabella le mette tutte insieme e ci da il numero totale di impurezze presenti in ciascun vaccino, distinguendo al più la forma strutturale nelle quali si trovano, cristalli semplici, precipitati, aggregati o agglomerati.

Dalla tabella 3 e dal grafico 8 notiamo che in tutti i vaccini analizzati sono presenti non più di 3.000 particelle di impurezze ogni 20 microlitri di acqua.1

Uno legge e pensa: Porca miseria! 3.000 è un numero bello grande; 20 microlitri… boh, quanto diavolo saranno 20 microlitri di acqua?… beh, di sicuro è pochissima acqua.2

3.000 particelle. Sono tante! Venti microlitri. Sono pochi!

E il gioco è fatto.

Con le inevitabili conclusioni:
– i vaccini sono contaminati;
– i vaccini contaminati fanno male alla salute;
– le case farmaceutiche non sanno fare il loro lavoro;
– le case farmaceutiche voglio solo vendere e se ne fregano della nostra salute.

Gatti & Montanari hanno finalmente smascherato le nefandezze delle case farmaceutiche (che ne fanno, ma di tutt’altro tipo) e meritebbero molta più attenzione da parte della scienza “ufficiale” collusa con le case farmaceutiche, dai media e, perché no, dalla politica. Meriterebbero finanziamenti per le loro ricerche, meriterebbero premi, meriterebbero onori di tutti i tipi, magari perfino un premio Nobel.

E mentre aspettiamo che accada tutto questo buttiamo via i vaccini e torniamo a morire di vaiolo e di tetano come nell’Ottocento.

Un attimo… perché prima di buttare i vaccini non rispolveriamo un po’ di chimica della scuola superiore?

Chimica di base

Iniziamo dalla mole. Per definizione una mole di una sostanza contiene sempre lo stesso numero di particelle — indipendentemente dal fatto che siano atomi, molecole o palloni da calcio — esattamente 6,02 x 1023 particelle (la costante di Avogadro). Il numero 6,02 x 1023 equivale a un 6 seguito da 23 zeri, quindi in una mole ci sono

600.000.000.000.000.000.000.000 particelle,

cioè seicentomila miliardi di miliardi di particelle (dovete perdonarmi, ma per rendere le cose più semplici ne ho tolta qualcuna, appena 2.000.000.000.000.000.000.000, duemila miliardi di miliardi).

Ma quanto pesa una mole? Dipende dal tipo di particella di cui stiamo parlando. Una mole di atomi di idrogeno pesa meno di una mole di molecole di metano, che pesa poco meno di una mole di molecole di acqua, che a sua volta pesa meno di una mole di atomi di ferro… e così via.

Come ogni medicina, un vaccino è composto per la maggior parte da molecole di acqua, il principio attivo è sempre molto diluito (senza arrivare al nulla omeopatico, naturalmente). Quindi per sapere quanto pesa una mole di vaccino è sufficiente in pratica calcolare quanto pesa una mole di acqua. Ve lo dico io, 18 grammi. E dato che l’acqua ha un peso specifico di 1 grammo per millilitro, significa che 18 grammi corrispondono a 18 millilitri di acqua. Ma facciamo buon peso e arrotondiamo a 20 millilitri.

Ricapitolando: una mole di acqua ha un volume di circa 20 millilitri e contiene 6,02 x 1023 molecole di acqua.

E allora, quante molecole ci sono in 20 microlitri di acqua? Semplice, ce ne sono un millesimo di quante ce ne stanno in una mole, quindi solo 6,02 x 1020 molecole, molecola più molecola meno.

Quindi 20 microlitri di acqua contengono la bellezza di

600.000.000.000.000.000.000 molecole,

cioè seicento miliardi di miliardi di molecole.

E se in mezzo a seicento miliardi di miliardi di molecole, Gatti & Montanari trovano meno di

3.000 particelle di impurezze,

appena il 5 x 10-16 %, si scandalizzano pure?

Fossi al posto loro, ringrazierei di cuore le case farmaceutiche che riescono a purificare l’acqua così bene da fare in modo che contenga una percentuale di impurezze dello 0,000.000.000.000.000.5 %. Zero virgola zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero cinque percento.

Non so voi, ma a me sembra una cosa straordinaria.

Acqua del rubinetto

Ma non finisce qui. Se Gatti & Montanari avessero rispettato le normali pratiche scientifiche, avrebbero messo a confronto i loro dati sui vaccini con la percentuale di impurezze presenti in altre sostanze di uso comune, prime fra tutte la comune acqua potabile.

Il decreto legislativo n. 31 del 2001 stabilisce che l’acqua, per essere considerata potabile, deve contenere non più di 10 microgrammi di piombo e non più di 50 microgrammi di cianuro per ogni litro.3 Il decreto naturalmente elenca un gran numero di altri parametri chimici, io qui mi sono limitato a considerarne solo due ben noti per i loro effetti tossici.

Poiché una mole di piombo pesa 207 grammi e una di cianuro pesa 26 grammi, ciò significa che in un litro di acqua del rubinetto possiamo trovare fino al 9 x 10-8 % di atomi di piombo, e fino al 5 x 10-6 % di molecole di cianuro (approssimando per eccesso).

Quindi nell’acqua che beviamo ogni giorno possiamo trovare da 100 milioni a 10 miliardi di volte più impurezze di piombo e cianuro di tutte quelle che si trovano nei vaccini. In realtà nell’acqua potabile di impurezze ce ne sono ancora di più, perché qui preso in esame solo due fra tutte quelle presenti nell’acqua mentre, come abbiamo visto prima, Gatti & Montanari le considerano tutte insieme.

Fatto sta che, se usiamo la logica usata da Gatti & Montanari, dovremmo concludere che l’acqua del rubinetto o delle bottiglie di plastica che beviamo ogni giorno è un vero e proprio attentato alla nostra salute. Altro che pericolo vaccini.

Conclusioni

Questi sono i fatti, le conclusioni tiratele voi. A me questa paura insensata dei vaccini sembra solo una roba medievale, messa in giro ad arte per turlupinare i creduloni.

aaa

Post Scriptum. Dopo aver finito di scrivere l’articolo e mentre cercavo materiale utile per gli Approfondimenti, mi sono accorto che David “Orac” Gorski un anno fa aveva già fatto una analisi molto dettagliata dell’articolo di Gatti & Montanari, in alcune parti piuttosto simile a questa che avete appena finito di leggere. Peccato, avrei potuto limitarmi a mettere un link all’articolo, risparmiandomi parecchie ore di lavoro fra stesura e revisione del testo. Però se questo articolo risulterà più accessibile del suo ai non iniziati, ne sarà valsa comunque la pena.

Approfondimenti

A. Gatti e S. Montanari, New Quality-Control Investigations on Vaccines: Micro- and Nanocontamination, International Journal of Vaccines and Vaccination, vol. 4 n. 1 (2017) (versione html e pdf).

S. Coyaud, Le scuse di una pseudo-giornalista, OggiScienza, 20 dicembre 2017.

S. Coyaud, Spermatozoi infuocati: una scoperta italiana, OggiScienza, 20 marzo 2017 (link).

S. Di Grazia, I vaccini inquinati? Un’esperta dice di no, 9 febbraio 2017.

S. Coyaud, Ilarità ricorsiva, 8 febbraio 2017.

D. Gorski (Orac), A co-author of an antivax study attacks Orac for criticizing it. Hilarity ensues, 7 febbraio 2017.

D. Gorski (Orac), I love it when an antivax “study” meant to show how “dirty” vaccines are backfires so spectacularly, 2 febbraio 2017.

D. Cipolloni, Sentenza finale per la frode su vaccini e autismo, OggiScienza, 28 gennaio 2010.

S. Di Grazia, Vaccini: Wakefield, vaccini, autismo e denaro (II parte), 25 novembre 2009.


  1. Chissà come le hanno misurate. Le avranno contate a mano o hanno usato un sistema automatico di conteggio? Hanno considerato tutto il campione o no? Nella tabella hanno riportato la media, il conteggio minimo o il conteggio massimo (se le hanno contate tre volte ci sarà pure una differenza fra le varie misure)? A noi queste minuzie noiose non devono interessare, ci basti sapere che l’errore della misura è minore del 10%. Se lo dicono Gatti & Montanari, come possiamo non crederci? 
  2. È così, è grosso modo una mezza goccia di siringa. 
  3. Le ultime revisioni del decreto hanno modificato alcuni valori, a volte aumentando altre diminuendo i limiti massimi ammessi. Qui ho preferito utilizzare i valori di impurezze ammesse contenuti nel decreto del 2001 solo perché la tabella relativa è più chiara ed è visibile direttamente nel browser. In ogni caso il succo del discorso non cambia. 
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Ai miei tempi…

Mi hanno sempre incuriosito quelli che rimpiangono i bei vecchi tempi, l’età dell’oro della loro gioventù, ormai tramontata definitivamente e sostituita da novità incomprensibili e negative a prescindere.

Lo dicevano i miei genitori, “Ai miei tempi la scuola sì che era una cosa seria, i ragazzi di oggi invece…” Sono sicuro che lo dicessero (a loro) i miei nonni, “Ai miei tempi la scuola sì che era una cosa seria, i ragazzi di oggi invece…”

E lo dicono oggi tanti parenti ed amici, “Ai miei tempi la scuola sì che era una cosa seria, i ragazzi di oggi invece…”

Io mi sono sempre limitato a prendere in giro mia moglie (che lo dice anche lei ogni tanto), oppure a farlo notare senza troppe speranze a cena o davanti alla macchinetta del caffè.

XKCD invece è andato a cercare quello che scrivevano i giornali della fine dell’ottocento e dei primi anni del ‘900 dei tempi moderni e dei nuovi costumi dell’epoca, e ne ha fatto una vignetta che vale più di un ponderoso saggio universitario.

Prendete questa citazione del 1871, “L’arte di scrivere una lettera sta morendo rapidamente. Quando una lettera costava nove pence, sembrava giusto fare in modo che valesse nove pence… Oggi invece pensiamo di essere troppo impegnati per questo tipo di corrispondenza vecchio stile, e inviamo una moltitudine di note brevi e veloci, invece di sedere e avere una bella conversazione con un vero foglio di carta.”

Qesta molto simile del 1915, “Cent’anni fa spedire una lettera impiegava tanto tempo e costava tanto denaro che sembrava necessario metterci dentro qualche pensiero. Oggi la velocità e l’economicità della posta sembra giustificare l’impressione che una breve lettera oggi può essere seguita da un’altra la settimana prossima, una riga oggi da un’altra domani.”

Oppure quella che preferisco in assoluto, da un articolo del 1907, “La famiglia moderna oggi si raduna in silenzio attorno al fuoco, ciascuno con la testa immersa nella rivista preferita, e la conseguenza naturale dell’aver messo al bando a scuola l’arte della conversazione.”

Sostituite “lettera” con “messaggio“ e “rivista” con “cellulare” e ditemi se non vi ricorda qualcosa.

P.S. Con questo siamo arrivati a 300 post. C’è voluto un anno per scrivere i primi 100 post del blog, un anno e mezzo per arrivare a 200 e quasi altri due anni per arrivare a scrivere il trecentesimo. I tempi si allungano, ma i post diventano anche sempre più lunghi. Preferite così o pensate che sia meglio scrivere meno ma più spesso?

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Da melabit a melabit: la scelta dell’hosting

Dopo l’introduzione generale di un mese fa (è già passato un mese!), eccoci subito a quello che forse è il passo più difficile della transizione, la scelta del servizio di hosting. Nella maggior parte dei casi, per avere una presenza su internet dobbiamo appoggiarci ad una azienda (provider) che ci mette a disposizione il server che ospita il sito (il servizio di hosting propriamente detto) e tutta l’infrastruttura hardware e software che rende il sito raggiungibile attraverso internet.

Ho letto da qualche parte che scegliere un servizio di hosting è come sposarsi: bisogna scegliere il partner, stabilire una relazione e sperare che duri nel tempo. E come nel matrimonio, separarsi non è mai facile né privo di conseguenze negative. Non so quanto sia vera la parte riguardante la separazione (dal provider), ma posso testimoniare che la semplice scelta del servizio-partner si è dimostrata molto più complicata di quanto potessi immaginare. Ho pensato quindi di elencare le linee guida che ho seguito per la scelta, sperando che possano essere utili anche a qualcun’altro.

Prima di iniziare un piccolo disclaimer: questi consigli sono adatti a chi voglia mettere su un blog o un sito web per un professionista o una piccola azienda, magari anche un piccolo sito di commercio elettronico. Chi ha bisogno di gestire un sito web di livello superiore farà meglio a rivolgersi altrove, i principi di base sono più o meno sempre gli stessi ma cambia parecchio il peso che si da ai vari fattori. E poi, è più che probabile che in questi casi non vi basti più un normale servizio di hosting condiviso (shared hosting) ma che abbiate bisogno di un server virtuale privato (VPS) o perfino di un server “fisico” vero e proprio (dedicated hosting).

Su internet le guide alla scelta dell’hosting non mancano, purtroppo per la maggior parte non sono altro che degli spot pubblicitari per questo o quel provider. Fra tutte quelle a cui ho dato una occhiata, l’unica che mi sento di consigliare è questa guida di SitePoint: c’è anche qui un po’ di pubblicità, ma almeno quelli di SitePoint lo ammettono onestamente.

Avere pazienza. Non sto scherzando, è una cosa fondamentale. I provider che forniscono servizio di hosting sono centinaia, se non migliaia (nel mondo). Ognuno di loro a parole fornisce un servizio esemplare, una assistenza immediata, un prezzo stracciato. Nella maggior parte dei casi sono balle o perlomeno affermazioni piuttosto esagerate. Di conseguenza dovete rassegnarvi a navigare a lungo in rete, per cercare di capire cosa offrono (e soprattutto non offrono) i vari provider e se le varie offerte vi danno quello che vi serve veramente.

Niente è per sempre. Niente è per sempre, soprattutto su internet. Un certo numero di aziende nascono, crescono e prosperano. Ma tante di più chiudono malamente dopo pochi anni. Come potete fidarvi di provider semisconosciuti che offrono servizi di hosting a vita, da pagare ovviamente sempre in anticipo, magari allettandovi con lo zuccherino di uno sconto mai visto?

Provare il servizio. Sono invece molto interessanti i provider che offrono pagamenti su base mensile o bimestrale. Si spende di più, è vero, ma si può provare direttamente la qualità del servizio offerto. E dopo un mese o due di prova sul campo, potrete decidere a ragion veduta se rimanere con quel provider passando ad una tariffazione annuale o se cambiare aria in cerca di qualcosa di meglio. E poi, se un provider decide di copiare Netflix e di farsi pagare ogni mese, secondo me sa il fatto suo ed è sicuro che il servizio che offre non fa fuggire i clienti dopo i primi trenta giorni. Proprio come Netflix.

Tenere i piedi per terra. Forse è una banalità, ma prima di scegliere questo o quel contratto bisogna fare due conti e valutare quanto spazio occuperà il vostro sito (oggi e nei prossimi anni). Con “spazio” intendo proprio lo spazio occupato sul disco rigido del server dai testi, dalle immagini e magari dai documenti allegati nonché, se usiamo un CMS dinamico come WordPress, Drupal o, Dio ce ne scampi!, Joomla, dal database associato. Altrettanto importante è valutare il numero di utenti che visiteranno il sito. Inutile acquistare un servizio di hosting con spazio su disco “infinito” e banda di traferimento dati altrettanto “infinita” se poi non vi serve. A parte che l’infinito qui non esiste, a che vi serve tutto questo spazio se oggi avete solo dieci pagine e cento visitatori al giorno? Meglio iniziare con un contratto base, assicurandosi di poterlo aggiornare prontamente quando ce ne sarà bisogno. Anche perché i servizi di hosting forniti dai vari provider cambiano molto velocemente seguendo l’evoluzione tecnologica, per cui è probabile che, quando avrete veramente bisogno di più spazio e di più banda, riuscirete a spuntare prezzi e condizioni decisamente più convenienti di quelli odierni.

Ciò che è veramente importante. Tre parole: HTTP2, SSL, backup. Se il provider non vi garantisce queste cose fondamentali, andate da un’altra parte. E se ve le fa pagare a parte, valutate bene se vi conviene o se non è meglio rivolgersi altrove. In tutti i casi, su questo non ci piove, dovete averle tutte e tre. Per il backup in particolare, non fidatevi del provider e fate voi stessi un backup periodico del sito in aggiunta a quello automatico, che in ogni caso deve essere almeno giornaliero (penso comunque che nessun provider oggi possa pensare di stare sul mercato con qualcosa di meno). Perché? Perché non potete mai essere sicuri che il backup del provider funzioni finché non succede il fattaccio e in quel malaugurato caso è meglio avere una seconda alternativa. Ma anche perché potete essere ancora meno sicuri che un bel(?) giorno il provider non chiuda tutto all’improvviso, lasciandovi senza servizio e pure senza backup.

Ciò che è abbastanza importante. Server che usano dischi SSD al posto di quelli meccanici. Ho qualche dubbio che facciano veramente la differenza, vista la scarsa qualità delle linee dati del nostro Paese (che me ne faccio di un server che legge velocissimamente i file dal disco se poi ci vuole un sacco di tempo per trasmetterli a destinazione?), però i dischi SSD sono più affidabili di quelli meccanici, quindi perché no?

Ciò che è piuttosto importante. Se il provider vi offre una CDN o dispone di più server sparsi per l’Europa (come è sufficiente per un sito italiano) o per il mondo, fateci un serio pensierino sopra, soprattutto se il prezzo è onesto. La velocità su internet è tutto, se il sito ci mette più del dovuto a caricare e testi e le immagini, i visitatori si scocciano e scappano via. Non ci vuole molto, basta un ritardo di due o tre secondi. Le nostre linee dati si danno già parecchio da fare per rallentare la velocità di accesso ai siti (l’avete già letto prima), per cui è consigliabile stare sul sicuro e ridurre per quanto è possibile gli altri colli di bottiglia. Non è male poter anche avere un accesso al server tramite SSH, ma solo se sapete già usare il Terminale, del Mac o di Linux, perfino quello di Windows (finalmente dalle parti di Microsoft si sono decisi a metterne uno decente).

Ciò che è incontrollabile. Tante guide che ho letto prestano molta attenzione (troppa attenzione, secondo me) ad aspetti come l’affidabilità del servizio di hosting, la velocità nel rispondere alle richieste di aiuto, la qualità del supporto tecnico, la reputazione dell’azienda. Purtroppo sono tutti fattori sui quali non potete avere il minimo controllo, almeno finché non provate il servizio per qualche mese (anche per questo è utile poter iniziare con dei pagamenti mensili). In teoria la reputazione aziendale può essere valutata leggendo qualche recensione sul web o dando una occhiata a quello che dicono i social. In teoria. Nella pratica le recensioni sono inutili, nel 99.99% dei casi sembrano, e sono, solo pubblicità. Sull’affidabilità di quello che compare sui social è inutile sprecare tempo e parole.

Sicurezza. Dovrei consigliarvi di scegliere un provider che curi particolarmente bene la sicurezza dei server e della infrastruttura di rete. Che disponga degli strumenti software adatti a respingere le principali tipologie di attacchi e che soprattutto sappia usarli. Che aggiorni rapidamente i software che girano sui server e magari anche quelli utilizzati dai siti web dei clienti, in modo da riparare velocemente alle vulnerabilità, agli errori di programmazione, che vengono scoperti ogni giorno e che possono essere sfruttati dai tanti malintenzionati che girano per il web. Purtroppo tutto ciò è forse ancora meno controllabile a priori della qualità del servizio offerto dal provider, e in questo caso anche i mesi di prova iniziale non bastano a darvi informazioni utili su questo aspetto (fondamentale) del servizio. In questo caso particolare, una azienda nota e attiva da parecchi anni è potenzialmente preferibile ad una startup appena nata, ma non è neanche detto a priori, magari i gestori della startup sono particolarmente esperti in questo campo e possono agire con una rapidità ed una efficienza impossibili per una azienda di grosse dimensioni. Insomma, la questione sicurezza è veramente spinosa, l’unica cosa che mi sento di consigliare è quella di provare a verificare se il provider che avete scelto è stato soggetto ad attacchi nel passato e come ha reagito. Però è un consiglio molto debole, lo so, spero che qualcuno abbia delle idee migliori.

Prezzo chiaro. Questa cosa la metto alla fine, in modo che sia più evidente. Non so a voi, a me danno profondamente fastidio quei provider (e sono tanti, anche fra i più quotati, come Bluehost, SiteGround o per stare in Italia, Aruba o 1&1) che propongono un prezzo molto basso per il primo anno, che poi si duplica (o si triplica) negli anni successivi. Un sito web non è un affare di un solo anno, e anche il servizio di hosting dovrebbe essere una relazione a lunga scadenza. Un provider lo sa benissimo e, se fa così, mi da l’impressione di essere un furbetto che applica la stessa politica di marketing di un supermercato. Con la differenza che ci vuol poco a cambiare supermercato, mentre trasferire il sito da un provider all’altro è una faccenda molto più complicata.

Trasferimento. Se avete già un sito web e volete cambiare provider, siate consapevoli che trasferire il sito, fra DNS, dominio, email, database, CMS (e di tante altre cose che ora non mi vengono in mente), non è facilissimo. Se avete conoscenze tecniche sufficienti e tempo a disposizione fatelo pure da voi, in tutti gli altri casi vale decisamente la pena affidarsi al provider che avete scelto. Costa un po’ ma dubito che ve ne pentirete.

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L’incredibile verità

La serie di Cartoni morti su YouTube me l’ha fatta conoscere mia figlia più piccola (che ormai è alta quanto me). Sono brutti, sporchi, sgraziati, a volte sono pure cattivi, ma riescono a mettere a nudo i meccanismi della cultura di massa più di tanti editoriali in giacca e cravatta.

Fra tutti, preferisco quelli che si autodefiniscono cartoni scomodi, come questo Omeopatia, l’incredibile verità, che smonta una moda diciamo così terapeutica, che invece è un vero e proprio abuso della credulità popolare. Un abuso che, nei casi più estremi, può portare a delle vere tragedie.

L’omeopatia è una pratica medica in grado di curare quasi tutti coloro che pensano di essere curabili con l’omeopatia.

Sempre restando sul rapporto fra medicina e credulità di massa, un altro cartone da non perdere è Vaccini: l’incredibile verità!!

I free vax pensano che le case farmaceutiche rendano tutti i bambini dei Beppe Grillo. È vero?

Oppure questo Terra piatta: l’incredibile verità!, più leggero e veramente delizioso.

La terra piatta: una verità scomoda, nascosta dal più grande complotto del mondo (piatto).

Nei cartoni, la figura peggiore la fanno gli scienziati, chiusi nella loro torre piena di concetti astrusi e di parole roboanti e totalmente incapaci di comunicare con il mondo esterno. Mentre intanto gli imbonitori da strapazzo continuano ad imbrogliare i troppi creduloni.

P.S. State attenti a questo, invece. Condividerlo incautamente potrebbe distruggere amicizie decennali. Perché si sa, scherza coi fanti, ma lascia stare i santi!

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