La falsa sicurezza delle app VPN per Android (e non solo)


Fonte: Bernard Hermant su Unsplash.

Fino a pochi anni fa le reti private virtuali (VPN, Virtual Private Network) erano un prodotto di nicchia, riservato prevalentemente a chi era spesso fuori dall’ufficio per lavoro e aveva bisogno di connettersi in modo sicuro alla rete aziendale dal bar o dall’hotel di turno, oppure a chi viveva in paesi a rischio censura e voleva esprimere il suo pensiero senza poter essere rintracciato o più semplicemente desiderava accedere liberamente ai siti web oscurati dal proprio governo.

Poi, proprio all’inizio dell’amministrazione Trump, il Congresso degli Stati Uniti ha deciso di consentire ai fornitori di servizi di accesso alla rete (ISP, Internet Service Provider), gli equivalenti dei nostri Fastweb, Infostrada o Vodafone, di rivendere a chiunque e senza dover richiedere alcuna autorizzazione, i dati di navigazione dei propri utenti. Un business che vale 80 miliardi di dollari di sola pubblicità online.

In questi dati c’è di tutto, fra cui moltissime informazioni strettamente private: la storia della navigazione su internet con l’elenco di tutti i siti visitati, le ricerche effettuate, il contenuto delle email, informazioni mediche e finanziarie, indirizzi, date di nascita, numeri di telefono, e persino i dettagli della posizione geografica dell’utente nel corso della giornata. Di conseguenza l’uso delle VPN è letteralmente esploso.

Purtroppo non è affatto detto che una rete VPN aumenti la sicurezza delle proprie comunicazioni online. Anzi può essere persino peggio, una VPN può dare un falso senso di sicurezza che invita ad abbassare la guardia, con conseguenze potenzialmente catastrofiche (in particolare per coloro che hanno la sfortuna di vivere in paesi governati dal dittatorello di turno).

Lo dimostra una ricerca pubblicata nel 2016, immediatamente prima della deregolamentazione decisa dal Congresso USA. Per motivi pratici la ricerca è focalizzata sulle sole app VPN (gratuite) per Android e trascura completamente il mondo iOS e tutte le applicazioni analoghe per i sistemi operativi desktop, Windows e macOS e Linux. Ma pur con tutti i suoi limiti, i risultati della ricerca danno un quadro piuttosto chiaro di quanto sia critica la situazione in questo settore, e allargando ulteriormente il campo di analisi la situazione non potrebbe che peggiorare.

Qui sotto ho riassunto brevemente i risultati della ricerca, nel corso della quale i ricercatori hanno analizzato ben 283 app VPN disponibili gratuitamente sul Play Store di Google all’inizio dell’analisi (settembre 2015). Chi desidera approfondire può scaricare liberamente dai siti istituzionali degli autori sia l’articolo completo che le slide della conferenza nella quale è stato presentato il lavoro.

Bisogna notare che, anche se tutte le app analizzate sono gratuite, più della metà richiede il pagamento di un importo mensile per l’uso effettivo della rete VPN, una cosa assolutamente normale visti i costi associati alla gestione di una infrastruttura di rete.

Reti peer-to-peer: un gran numero di app VPN non utilizza una infrastruttura di rete costruita ad hoc ma si basa sui nodi di accesso messi a disposizione dagli altri utenti (spesso in cambio di sconti), formando quindi una rete peer-to-peer molto più economica da gestire ma che non garantisce assolutamente la trasparenza e la sicurezza necessarie.

Modello gratuito: mettere su una rete VPN ha dei costi significativi e quindi in questo caso specifico il modello free non può funzionare; per poter proporre delle VPN gratuite o a basso costo le aziende utilizzano spesso una serie di trucchi poco accettabili, con i quali portano gli utenti inconsapevoli sui siti dei partner pubblicitari oppure utilizzano codice JavaScript più o meno oscuro per iniettare gli annunci pubblicitari direttamente nel flusso dei dati. La pubblicità in sé può anche essere innocua, ma mettere le mani nel flusso dei dati trasmessi sulla connessione VPN può portare ad abusi molto più seri e pericolosi per chi utilizza la rete in questione.

Malware: più di un terzo delle app VPN era infestato da qualche forma di malware: non solo il quasi inoffensivo adware (pubblicità non richiesta) ma spesso anche da veri e propri spyware (programmi che spiano l’attività online dell’utente) o trojan (programmi installati di nascosto che possono eseguire operazioni dannose sul sistema).

Crittografia: non è affatto detto che il traffico di rete che transita attraverso queste app VPN sia crittografato e quindi risulti illeggibile agli ISP o alle agenzie governative un po’ troppo curiose; e anche quando lo è, può succedere che errori di implementazione o di configurazione delle app mostrino in chiaro gli accessi ai server DNS (quelli che traducono i nomi dei siti web negli indirizzi numerici comprensibili ai computer), rivelando così l’attività effettuata in rete dagli utenti, una cosa che in certi paesi può essere più che sufficiente per finire in carcere.

Certificati: alcune app VPN riescono perfino ad installare i propri certificati digitali al posto di quelli ufficiali del dispositivo Android (certificati root), rendendo del tutto inefficace la cifratura dei dati in transito sul dispositivo, perché chi dispone del certificato digitale dispone anche delle chiavi con cui decodificare tutto quello che passa attraverso la rete VPN.

Consapevolezza del rischio: solo l’1% delle recensioni sul Play Store solleva dei dubbi sull’attività potenzialmente fraudolenta svolta dalle app VPN; l’utente medio di questi prodotti non ha le capacità tecniche per accorgersi dei rischi che corre quando usa un’app di questo tipo e purtroppo il sistema operativo sottostante fa ben poco per aiutarlo.

Insomma, nonostante i limiti già ricordati, questa ricerca dimostra in modo inoppugnabile che le app VPN per Android (ma non solo) danno solo un falso senso di sicurezza, che le rende inutili e perfino controproducenti. Dubito fortemente che si otterrebbero risultati diversi analizzando le app analoghe per gli altri sistemi operativi mobili o desktop. E dubito altrettanto fortemente (se non di più) che dal 2016 ad oggi la situazione sia migliorata.

Perché?

Primo, perché tutti i sistemi operativi attuali fanno pochissimo per aiutare l’utente a valutare correttamente i rischi connessi a certe attività di rete. Far comparire di continuo avvisi e richieste di autorizzazione di tutti i tipi non è sufficiente, se non si spiega in modo corretto e comprensibile quello che succede. E in ogni caso, troppe richieste inutili non fanno altro che affogare ciò che è veramente importante in un rumore di fondo indistinto, da cui l’utente medio esce cliccando automaticamente, senza nemmeno leggere. Facile quindi infilare delle app più o meno malevole negli store online dei vari sistemi operativi, in particolare di quelli più diffusi, Android per il mobile e Windows per il desktop. Apple per fortuna riesce a controllare meglio di altri gli store di macOS e di iOS, ma possiamo essere sicuri che ci riesca al 100%?

Secondo, perché in questo campo il modello free non funziona a priori. Gestire una infrastruttura di una rete ha dei costi che devono essere ripagati in qualche modo, lecito (attraverso gli acquisti in-app e gli abbonamenti mensili) o illecito. E comunque non è nemmeno detto che una rete VPN a pagamento (anche di costo rilevante) assicuri un livello di sicurezza decente. Poter spiare una connessione considerata sicura può assicurare tanti di quei benefici, sia a livello economico (ad esempio, conoscere le attività e i progetti di certe aziende) che politico (primo fra tutti riuscire a individuare gli oppositori politici), che è meglio non fidarsi.

Che fare?

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Come installare le vecchie versioni delle app su iOS – Seconda parte: quando le app non le abbiamo già acquistate

L’articolo precedente si concludeva con la domanda: è possibile installare la versione compatibile con il nostro dispositivo iOS di una qualunque app dell’App Store, e non solo di quelle che abbiamo già acquistato in passato?

In teoria non è possibile, in pratica ci sono alcuni modi semplici e perfettamente legali per risolvere il problema.

Naturalmente i metodi descritti qui funzionano con le app che, diciamo così, hanno una storia, cioè sono state rilasciate in passato almeno per la release di iOS che usiamo sul nostro dispositivo, non per le nuove app sviluppate solo per iOS 11 e 12.

A parte il primo, tutti i metodi descritti si basano sul fatto di poter installare su macOS una versione di iTunes precedente alla famigerata (almeno per i nostri scopi) versione 12.7 di settembre 2017, a partire dalla quale Apple ha rimosso da iTunes il supporto all’App Store di iOS, cioè la possibilità di acquistare e scaricare le applicazioni per iOS direttamente da iTunes. Come sempre, ogni volta che nel seguito mi riferirò all’iPad, sarà sottinteso che quanto detto vale anche per l’iPhone e l’iPod Touch.

Metodo #1. Questo metodo presuppone di avere a disposizione un dispositivo recente su cui gira iOS 11 o meglio ancora iOS 12, sul quale installare l’ultima versione disponibile dell’app che ci interessa. Fatto questo, l’app diventa nostra e compare nella lista delle app acquistate di tutti i nostri dispositivi iOS, fra cui l’iPad d’antan che ci ostiniamo ad usare.1

Se ora apriamo l’App Store sull’iPad, ci basterà cliccare sull’icona della nuvola associata all’app in questione per far comparire la solita richiesta di installare la versione compatibile con il dispositivo che stiamo usando. Una volta accettata la richiesta, inizierà immediatamente l’installazione dell’app desiderata.

Metodo #2. Se abbiamo da qualche parte un vecchio Mac che prende polvere, possiamo usarlo per installare una versione relativamente recente di macOS che non contenga iTunes 12.7, magari El Capitan che, fra le versioni di macOS degli ultimi anni, è in assoluto la versione che preferisco (chi non ce l’ha, può scaricare El Capitan seguendo queste istruzioni). Se la macchina è davvero molto vecchia, una ottima alternativa può essere Mountain Lion.

Se per qualche ragione non possiamo usare il vecchio Mac per scaricare la release di macOS desiderata e non disponiamo di una chiavetta USB (o eventualmente di un DVD) di installazione, possiamo sempre reinstallare macOS sfruttando la funzione macOS Recovery, con la quale si può ripristinare la versione più recente di macOS già installata su quel Mac, oppure l’ultima versione compatibile.

Una volta installato macOS, possiamo lanciare iTunes, configurarlo in modo da mostrare l’App Store (per i dettagli, si vedano le immagini nella sezione relativa al metodo #4) e acquistare dall’App Store l’app che ci interessa. Le vecchie versioni di iTunes, infatti, permettevano di acquistare e scaricare le app per iOS direttamente dall’interfaccia di iTunes; queste venivano installate in un secondo momento sincronizzando il proprio dispositivo iOS con iTunes e si poteva perfino decidere la schermata nella quale dovevano essere visualizzate. L’app acquistata tramite iTunes diventerà nostra a tutti gli effetti e basterà andare sull’App Store dell’iPad e seguire le istruzioni del metodo precedente per installarla sul nostro dispositivo.

Metodo #3. In teoria si potrebbe downgradare iTunes alla versione 12.6 sul Mac che usiamo ogni giorno, ripristinando così l’accesso all’App Store tramite iTunes già descritto nel metodo #2.

In pratica, il processo di downgrade di iTunes può portare tanti di quei problemi che è meglio non rischiare ed usare invece una macchina virtuale, come descritto nel metodo successivo. Evito di proposito di inserire dei link agli articoli che spiegano come eseguire il downgrade di iTunes, chi decidesse lo stesso di farlo è avvertito.

Metodo #4. Quest’ultimo metodo è il più complicato ma anche il più interessante, perché non richiede di avere a disposizione un vecchio Mac oppure un dispositivo iOS recente su cui giri iOS 12 (o almeno 11).

In questo caso dobbiamo utilizzare un emulatore come VMWare Fusion o Parallels Desktop (commerciali) oppure l’ottimo Virtual Box (open source). L’emulatore verrà usato per creare una macchina virtuale nella quale installare una vecchia versione di macOS che contenga una versione di iTunes precedente alla versione 12.7 di settembre 2017 (a partire dalla quale, come ricordato all’inizio dell’articolo, non è più possibile gestire le app per iOS direttamente da iTunes).

Per fortuna, da qualche anno Apple consente di installare macOS in un emulatore a tutti coloro che hanno acquistato un Mac e dispongono della licenza per la release di macOS che installano nell’emulatore. Di conseguenza, per installare macOS in una macchina virtuale bisogna prima aver scaricato dall’App Store del Mac la release di macOS che vogliamo usare. Chi vuole rinfrescarsi la memoria, può leggere qui come scaricare le release di macOS da El Capitan in poi, oppure come scaricare le release di macOS precedenti a El Capitan

Una volta installato macOS in una macchina virtuale, dobbiamo eseguire iTunes all’interno della macchina virtuale e collegarlo al nostro account sull’App Store esattamente come si fa su un Mac vero. È possibile che all’avvio iTunes ci chieda se vogliamo aggiornarlo ad una versione più recente. Naturalmente dobbiamo rispondere di no, magari cliccando prima sull’opzione Non chiedermelo più in modo da tacitarlo per un po’.

Per motivi che mi sono sempre sfuggiti, l’App Store di iOS non è attivo di default in iTunes. Per attivarlo bisogna lanciare iTunes, cliccare sul menu a comparsa visibile in alto a sinistra (quello con la scritta Musica), selezionare la voce Modifica menu... e infine attivare il segno di spunta accanto alla voce App.




Fatto questo possiamo accedere all’App Store di iOS tramite iTunes.


Se ora andiamo a guardare cosa contiene la nostra Libreria, noteremo che è completamente vuota. La Libreria di iTunes su macOS, infatti, mostra di default solo le app scaricate tramite quella copia di iTunes, non tutte quelle che abbiamo a disposizione (le istruzioni per sincronizzare le nostre app con la libreria di iTunes si trovano in Appendice).

Solo quando acquistiamo con iTunes una nuova app dall’App Store (oppure quando scarichiamo un’app che abbiamo già) questa comparirà nella Libreria locale di iTunes.

Come già ricordato più e più volte, l’app appena acquistata tramite iTunes diventa nostra a tutti gli effetti e la ritroveremo immediatamente nella lista delle app di tutti i nostri dispositivi iOS vecchi e nuovi. Basterà collegare l’iPad al Mac emulato tramite il cavo USB oppure seguire le istruzioni del metodo #1 per installarla sul nostro vecchio iPad.

Conclusioni

Quando ho pensato per la prima volta a questo articolo ero sicuro che sarebbe bastate una decina di righe per spiegare tutto. Poi mi sono fatto prendere la mano, mi sono venuti in mente altri dettagli e metodi a cui non avevo pensato in un primo momento e l’articolo si è esteso molto oltre le previsioni. Mi rendo conto che l’argomento possa sembrare piuttosto esoterico, ma vedo anche che tanti lettori di questo blog sono molto interessati ad estendere il più possibile la vita utile dei propri dispositivi Apple. Del resto, se Apple fa prodotti di qualità che funzionano perfettamente anche dopo parecchi anni (io ne so qualcosa), perché non approfittarne?

Appendice

Volendo (ma perché?), è possibile sincronizzare tutte le app che abbiano acquistato con la libreria di iTunes del sistema macOS emulato. Per farlo, bisogna cliccare sul link Acquistati situato nella barra laterale destra ed inserire i dati di login del nostro ID Apple.


A questo punto iTunes interrogherà i server di Apple e scaricherà l’elenco completo delle app che abbiamo acquistato nel corso del tempo dall’App Store. La sincronizzazione purtroppo è snervante e, quel che è peggio, non c’è nessuna indicazione che indichi chiaramente se sta succedendo qualcosa di significativo o se il sistema si è bloccato. Ma la pazienza alla fine paga: mentre osserviamo lo schermo preoccupati iTunes continua a lavorare dietro le quinte a alla fine riuscirà a far comparire la lista tanto desiderata. Per la mia lista di app ha impiegato almeno mezz’ora.


  1. Si noti che non tutte le app per iOS sono universali, cioè funzionano indifferentemente sull’iPad, l’iPhone (e l’iPod Touch). Per tutte quelle per le quali esiste una versione specifica per il solo iPad o iPhone, dovremo per forza di cose avere a disposizione un dispositivo iOS 11 o 12 corrispondente. 
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Ritorno a Bora Bora: New Dawn Fades

Nel corso della discussione (purtroppo solo a due voci!) seguita al Bora Bora della settimana scorsa si è parlato parecchio di punk e simili. Come ho già detto, la musica punk non mi piace, è una questione di pelle che non ha niente a che vedere con i suoi meriti culturali o musicali.

Ovviamente questo non significa che non mi piaccia tutto in assoluto, New Dawn Fades dei Joy Division mi ha affascinato sin dal primo ascolto. Musica sporchissima e decisamente plumbea, sembra di essere immersi nel peggiore nebbione britannico, ma anche chiaramente più elaborata di quella tipica del punk classico.

Sembra incredibile, ma il brano l’ho sentito per la prima volta durante un concerto organizzato al liceo di mia figlia. Dopo un po’ di cose senza storia è arrivata sul palco una band improvvisata composta da un paio di professori e tre o quattro studenti, hanno incominciato a suonare e… mi hanno catturato. Poi naturalmente ho sentito la versione originale, bellissima, ma l’interpretazione live del gruppo scolastico aveva una freschezza ed una originalità veramente notevole.

Molto interessante anche questa versione live di New Dawn Fades, con la voce di Ian Curtis in primissimo piano, peccato che non ci siano le immagini del concerto. A loaded gun won’t set you free, so you say, sembra una premonizione

A Moby i Joy Division piacevano “più di qualunque altra band del mondo”, e ha voluto rendergli omaggio interpretando New Dawn Fades dal vivo. Il suo omaggio è diventato una interpretazione magistrale, come tutto quello che fa Moby. Non perdetevela!

Buona domenica e buon ascolto.


Post scriptum. Per non dover inserire ogni volta a fine articolo una lunga lista di link, ho deciso di preparare una pagina separata e aggiornata di volta in volta con l’elenco completo di tutte le puntate di Bora Bora.

Purtroppo ho notato che alcuni link ai brani musicali e ai video segnalati nelle varie puntate non sono più disponibili, se mi segnalate nei commenti quelli che mi sono sfuggiti appena possibile cercherò di trovarne qualcuno più aggiornato.

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Come installare le vecchie versioni delle app su iOS

Il mio iPad 3 è ormai definitivamente bloccato su iOS 9, ma quasi tutte le app che uso continuano ad essere aggiornate e sempre più spesso le nuove versioni sono compatibili solo con le release più recenti di iOS.

Normalmente non ci sono problemi, se le app sono già installate sull’iPad iOS non le aggiorna più e tutto finisce qui. Ma cosa succede se abbiamo ripristinato l’iPad allo stato di fabbrica e vogliamo reinstallare le app che ci servono? (anche in questo articolo ogni riferimento all’iPad sottintende che le stesse considerazioni valgono anche per l’iPhone e l’iPod Touch).

Un’app è per sempre

Apple ha introdotto da qualche anno una funzione (utilissima!), che permette di installare su un vecchio dispositivo iOS l’ultima versione compatibile delle app acquistate, cioè delle app che abbiamo già scaricato dall’App Store. Infatti, ogni volta che scarichiamo un’app dall’App Store, acquisiamo una licenza perpetua per quell’app, per cui Apple la considera a tutti gli effetti come se fosse stata acquistata, anche quando l’app in effetti è gratuita.

Questo significa che se anni fa abbiamo installato sull’iPad l’app ABC, la cui ultima versione compatibile con iOS 9 è la 2.3.0, potrò ancora installare sul mio iPad quest’ultima versione anche se intanto lo sviluppatore ha continuato ad aggiornarla ed ora l’app è arrivata alla versione 4.5.3 e gira solo su iOS 11 e superiori.

Per reinstallare un’app basta aprire l’App Store sull’iPad, cliccare sulla scheda delle app Acquistate e cercare l’app che ci interessa, ad esempio Google Chrome (l’immagine qui sotto mostra ancora la vecchia interfaccia dell’App Store perché iOS 9 non supporta l’interfaccia pesantemente modificata, e anche molto meno usabile, introdotta da Apple nelle ultime release del suo sistema operativo mobile).

Le app che abbiamo già acquistato hanno accanto l’icona di una nuvola, per cui possono essere reinstallate nella versione corrente (se lo sviluppatore ha deciso di supportare anche le versioni meno recenti di iOS), oppure nell’ultima versione compatibile con il nostro iOS.

Tutto facile? Non proprio, perché in questo meccanismo apparentemente lineare c’è un piccolo intoppo. Partiamo dalla schermata mostrata qui sopra e proviamo a toccare l’icona di Google Chrome, oppure il nome dell’app.

Si apre una finestra sovrapposta a quella principale con la solita icona della nuvola, a confermare che l’app è stato già acquistata ed è disponibile nella nostra nuvola virtuale.

Ma se proviamo ad installare l’app toccando l’icona della nuvola, otteniamo un messaggio scoraggiante, “Google Chrome non è compatibile con questo iPad”, messaggio che non possiamo far altro che accettare toccando la scritta OK.

Torniamo indietro alla lista delle app, ma questa volta tocchiamo l’icona della nuvola accanto a Google Chrome.

Questa volta l’icona si trasformerà immediatamente nell’icona rotante, ad indicare che l’app è in fase di download.

Dopo poco comparirà la scritta che ci chiede se vogliamo installare l’ultima versione compatibile con il nostro iPad. Toccando Download potremo finalmente installare Google Chrome sul nostro dispositivo.

Naturalmente quanto detto vale in generale: ogni volta che proviamo ad installare una vecchia versione di un’app già acquistata, il successo o meno dell’operazione dipende da come procediamo. Sembra un baco piuttosto evidente dell’App Store.

Purtroppo dubito che Apple rilascerà un update di iOS 9 solo per correggere questo problema, per cui è bene sapere come procedere per riuscire ad installare ancora oggi le app che ci interessano su un vecchio dispositivo iOS.

E se l’app non ce l’ho?

E se l’app non l’abbiamo già acquistata? È possibile installare una versione compatibile con il nostro dispositivo di una app qualunque, e non solo di quelle che abbiamo già acquistato in passato? In teoria non è possibile, in pratica ci sono parecchi modi semplici e legali per risolvere il problema. Ma questo lo vedremo la prossima volta.

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Come ripristinare un iPad che non si avvia

Prima o poi doveva succedere: il mio venerando iPad 3 all’improvviso ha smesso di funzionare.

In realtà c’erano già stati dei segnali premonitori, prima dei crash improvvisi e apparentemente casuali delle app poi, nelle ultime settimane, dei blocchi completi del sistema (freeze) che dopo qualche minuto si concludevano con il riavvio spontaneo dell’iPad. Avevo attribuito tutte questi malfunzionamenti all’età, l’iPad ha più di sei anni, è bloccato da tempo su iOS 9 mentre la maggior parte delle app installate continuano ad essere aggiornate e pesano sempre di più sul processore e sul resto dell’hardware.

Alla fine, durante uno dei soliti cicli di aggiornamento delle app, l’iPad ha gettato la spugna, si è spento all’improvviso e non è più riuscito ad avviarsi. Non che non ci provasse, ma tutto quello che riusciva a fare era mostrare per qualche secondo il logo con la mela morsicata, per poi spegnersi subito dopo.

I dispositivi mobili possono essere soggetti al boot loop, un ciclo apparentemente infinito di riavvii del sistema operativo seguiti dallo spegnimento improvviso e dal riavvio successivo (a me è successo qualche volta su Android), ma questo comportamento era più strano e meno frequente.

La modalità DFU

Quando un dispositivo iOS non riesce ad avviarsi o presenta il boot loop, la cosa migliore da fare è provare ad attivare la modalità DFU (Device Firmware Update), che permette di aggiornare o di ripristinare il firmware di un iPad o di un iPhone attraverso iTunes, bypassando i problemi che impediscono l’avvio del dispositivo (nel seguito, ogni volta che mi riferirò all’iPad sarà sottinteso che le stesse considerazioni valgono anche per l’iPhone e l’iPod Touch).

In questa modalità, iTunes prende il controllo del dispositivo e prova ad reinstallare iOS senza cancellare le app e i file presenti nel sistema. Se non riesce a risolvere il malfunzionamento, iTunes passa alla soluzione più drastica, il ripristino completo del dispositivo al cosidetto “stato di fabbrica” (che poi non è un vero “stato di fabbrica”, dato che iOS viene comunque aggiornato all’ultima versione compatibile), che comporta la cancellazione totale di tutti i dati e le applicazioni presenti sul sistema.

È una soluzione estrema, non c’è dubbio, ma è sempre meglio che dover portare l’iPad in assistenza. Purtroppo, se dopo il ripristino totale del dispositivo l’iPad continua a non funzionare, è molto probabile che ci sia un problema di natura hardware e l’unica soluzione seria è rivolgersi all’assistenza tecnica Apple (ammesso che ne valga la pena).

Backup o no?

Se si leggono le guide che spiegano come attivare la DFU si trova quasi sempre la stessa avvertenza: prima di attivare la modalità DFU bisogna essere certi di aver fatto un backup recente dell’iPad, in modo da poter ripristinare facilmente il sistema dal backup. Grazie tante, peccato che questa indicazione sembri più uno scarico di responsabilità che ad una cosa veramente utile (non a caso il supporto tecnico Apple non ne fa menzione) e per due motivi:

  1. se siamo costretti a mettere l’iPad in modalità DFU significa che il tablet ha problemi così gravi che è praticamente impossibile riuscire a fare prima un backup (come nel mio caso);
  2. se un iPad va continuamente in crash o non riesce ad avviarsi perché il software di sistema o le app installate sono corrotte, il ripristino da un backup recente non farebbe altro che ripresentare immediatamente il problema.

In questi casi, secondo me, è preferibile ripartire veramente da zero, ripristinando il sistema operativo allo stato di fabbrica e reinstallando e riconfigurando ad una ad una tutte le app che ci interessano. È una cosa noiosissima, lo so, ma è anche il modo migliore per riavere un dispositivo efficiente e privo di problemi. Ed è anche una buona occasione per fare finalmente un po’ di pulizia, installando solo le app che usiamo veramente e lasciando fuori tutte quelle che teniamo sull’iPad solo perché non si sa mai.

Come attivare la modalità DFU

Attivare la modalità DFU su un iPad che dispone del tasto Home (il tasto circolare presente sul frontale) non è per niente difficile, basta eseguire questi quattro passi in sequenza:

  • chiudere iTunes sul Mac che vogliamo usare per il ripristino;
  • collegare l’iPad al Mac tramite il suo cavo Lightning o Dock (quello con il connettore a 30 pin che usa il mio iPad);
  • aspettare che iTunes si apra automaticamente, se non lo fa lanciarlo a mano;
  • sull’iPad, premere contemporaneamente il tasto Home e il tasto di accensione per diversi secondi.

Se tutto è andato bene, l’iPad si avvia, compare prima il logo della mela e poi una immagine che conferma il collegamento dell’iPad a iTunes (mostrata qui sotto). A questo punto è possibile rilasciare i due tasti. Se invece qualcosa è andato storto e l’iPad non è riuscito ad entrare in modalità DFU, bisogna solo armarsi di pazienza e riprovare dall’inizio.

Per i modelli più recenti di iPad e iPhone che non dispongono del tasto Home, la combinazione di tasti da premere è riportata in questo articolo. Tutto il resto rimane invariato.

A questo punto, iTunes ci avvertirà che l’iPad ha dei problemi e deve essere aggiornato, senza cancellare dati e applicazioni, oppure ripristinato da zero, cancellando tutto il contenuto precedente del tablet.

Naturalmente la prima cosa da fare è provare ad aggiornare l’iPad, sperando che iTunes riesca a ripristinare il funzionamento corretto.

Ma se la situazione è troppo grave per essere corretta con un semplice aggiornamento, sarà lo stesso iTunes a proporre di ripristinare il dispositivo allo stato di fabbrica.

Arrivati a questo punto non c’è altro da fare che accettare la proposta e andare magari a preparare un caffè o meglio (visti i tempi in gioco) un bel té. Infatti, se non l’ha già fatto prima, iTunes scaricherà l’ultima versione compatibile di iOS (il tempo di download dipende dal collegamento a internet oltre che dal carico dei server Apple, nel mio caso ci ha messo una buona mezz’ora) e la installerà sull’iPad, ripristinandolo allo stato di fabbrica. L’installazione vera e propria dura una decina di minuti e, una volta conclusa, richiede che l’iPad venga riconfigurato esattamente come se l’avessimo appena tirato fuori dalla scatola.

Per fortuna ormai la maggior parte dei dati, prima di tutto i contatti, il calendario, le foto e le email, possono essere ripristinati rapidamente da iCloud o dagli altri servizi di rete. Per il resto, ed in particolare per le app, bisogna armarsi di tanta pazienza e reinstallare tutto a mano. Poco male, se questo significa riuscire da soli a riavere un iPad perfettamente funzionante.

Imprevisti

Con questa procedura sono riuscito a riavere un iPad perfettamente funzionante e perfino più scattante di quanto fosse in precedenza. Infatti, dato che finora ho installato solo le app che uso davvero e che ci sono molti meno servizi che girano in background e aggiornano i dati delle app, il sistema è meno carico e di conseguenza fornisce prestazioni migliori (sempre tenendo conto dell’età dell’iPad).

Ma c’è un piccolo ma, collegato alla reinstallazione delle app su un iPad che non supporta le ultime versioni di iOS. Ma questo sarà l’argomento di un prossimo articolo.

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