Qui! Consip, ovvero altro che quattro punti spuntati

Non mi sarei mai aspettato di vedere immediatamente confermato, e nel modo peggiore, quello che scrivevo solo pochi giorni fa sulla Consip, il carrozzone che gestisce gli appalti della pubblica amministrazione.

Riassumo brevemente i fatti.

Una azienda, la Qui! di Genova (difficile trovare un nome più insulso), vince due lotti di un appalto Consip da 1 miliardo di euro (avete letto bene, 1 miliardo di euro) relativo alla distribuzione dei buoni pasto agli uffici pubblici.

L’azienda però è indebitata fino al collo e smette di pagare gli esercenti che ritirano i suoi ticket e che, in cambio della “fortuna”, le devono pure versare una certa commissione. I negozianti a loro volta smettono di ritirare i buoni pasto della Qui!

La situazione precipita rapidamente e alla fine la Consip, quasi in contemporanea alla pubblicazione del mio articolo, decide pilatescamente di risolvere la convenzione con Qui! ma di lasciare alle singole amministrazioni il compito di decidere cosa fare delle loro forniture. L’effetto finale è che circa 100.000 dipendenti pubblici del Lazio e delle regioni del Nord-Ovest si ritrovano in tasca decine di buoni pasto che non possono utilizzare e che forse non saranno mai rimborsati o sostituiti.

Uno potrebbe chiedersi come sia possibile che una azienda come Qui! possa vincere un appalto di questa entità senza che il carrozzone Consip effettui i dovuti controlli, che sono una delle ragioni alla base della sua stessa esistenza, e quali trame e quali compiacenze ci siano dietro tutto ciò.

Ma queste considerazioni non mi interessano, le lascio volentieri a giornalisti e commentatori, oltre che alla solita magistratura chiamata sempre a spiegare e a risolvere a posteriori i tanti fatti mefitici della nostra vita pubblica.

Quello che mi interessa è l’intrico di burocrazia asfissiante e di gattopardismo che pretende di controllare persino le minuzie in modo che non si riesca a controllare un bel niente, che c’è dietro tutta questa storia.


Non so più da quando ho iniziato a ricevere i buoni pasto (o più confidenzialmente ticket), sarà più o meno dalla metà degli anni ’90.1 Prima per mangiare durante la pausa pranzo avevo due possibilità: andare alla mensa ospitata nell’area del mio istituto, dove il pasto era gratuito (bevande escluse) anche se la qualità spesso decadeva con l’avvicinarsi del termine della convenzione, oppure scegliere uno dei bar o delle tavole calde della zona per il classico panino o l’insalatona pseudo-salutista. Se decidevo di andare “fuori” ero penalizzato, sia perché pagavo di tasca mia sia perché l’ente pagava anche per me la convenzione con la mensa senza che ne usufruissi. Però tutto sommato ero libero di scegliere e andava bene così. Inoltre se mangiavo fuori potevo cedere il mio buono giornaliero per la mensa a un tesista, borsista, o precario di altro genere che non essendo un dipendente “ufficiale” avrebbe dovuto pagarsi il pranzo, per cui niente o quasi andava sprecato.

Poi arrivarono i ticket, blocchetti di una ventina di foglietti strappabili da usare per pagare i pasti (che a me hanno sempre ricordato i miniassegni usati negli anni ’70 al posto degli spiccioli). Il mio istituto appaltava la fornitura dei ticket ad una delle società emettitrici, dopo uno o due anni il contratto scadeva e l’istituto decideva se rinnovare l’appalto o se cambiare fornitore (basandosi, si spera sul feedback degli utenti).

Come dipendente avevo il diritto di ricevere un ticket per ogni giorno lavorativo e lo potevo usare sia nella mensa interna che in un qualsiasi bar, tavola calda o supermercato convenzionato con quel particolare tipo di buono pasto. Sembrava l’uovo di Colombo, e tutti o quasi ne traevano dei vantaggi (a parte i precari che perdevano la possibilità di mangiare gratis).


Sembra incredibile ma dalla faccenda dei ticket ci guadagnano più o meno tutti, mettendo a dura prova il primo principio della termodinamica. Ci guadagna l’ente pubblico che paga i ticket meno del loro valore nominale (stiamo parlando di un euro o anche un euro e mezzo in meno), ci guadagnano gli esercenti convenzionati che aumentano spesso di parecchio clienti e vendite.

Ma ci guadagna anche e soprattutto la società emettitrice dei buoni pasto, nonostante li venda a meno del loro valore. Come? Prima di tutto giocando sui tempi: l’ente pubblico paga la fornitura tutta insieme o in grosse tranche periodiche e (relativamente) veloci mentre i dipendenti spendono solo uno o due ticket al giorno. Quindi in media ciascun ticket viene pagato alla società emettitrice parecchi giorni (ma più spesso mesi) prima del momento in cui questa rimborsa l’esercente che l’ha ritirato. Moltiplicando per decine o centinaia di migliaia di ticket ogni mese, significa che la società ha in mano per lunghi periodi di tempo un bel po’ di soldi freschi che può far fruttare sul mercato finanziario, trasparente o opaco che sia (come forse è successo con Qui!).

Se si aggiunge che gli esercenti sono obbligati, se vogliono mantenere la convenzione, ad accettare quasi sempre condizioni capestro, pagando ad esempio commissioni piuttosto elevate alla società emettitrice e venendo rimborsati solo dopo parecchi mesi (la commissione in teoria è proibita ma può essere camuffata in molti modi diversi, per tanti esercenti rifiutarsi di pagarla può significare perdere anche centinaia di clienti), e che tante volte i dipendenti perdono o dimenticano in un cassetto una parte dei loro ticket oppure non riescono a utilizzarli entro la data di scadenza,2 ci si rende facilmente conto di come i buoni pasto possano essere un affare eccellente per chi li emette.

In fondo quello che ci guadagna di meno è proprio il dipendente, che ancora oggi riceve buoni pasto del valore di soli 7 euro, appena sufficienti ad acquistare un panino e una bottiglietta di acqua, altro che pasto completo! Senza dimenticare i gestori delle mense aziendali, che diminuiscono ogni giorno di più, perché “tanto ci sono i ticket!”.


Gli enti pubblici sono obbligati ad offrire un servizio mensa ai loro dipendenti (ma credo che la stessa cosa succeda anche nelle aziende, o almeno in quelle più grandi). Fino a pochi anni fa, la mensa era spesso interna, ospitata nei locali dell’ufficio e il servizio era appaltato ad un servizio esterno per uno o più anni, dopo i quali l’ente poteva decidere se rinnovare l’appalto o cambiare gestore. In alternativa l’ente poteva stabilire apposite convenzioni con bar, tavole calde o simili dei dintorni, che agivano in tutto e per tutto da sostituti del servizio mensa interno.

Una mensa interna è un bel fastidio. Bisogna avere i locali adatti, gestire l’appalto, controllare la qualità e il rispetto delle norme di sicurezza, avere a che fare con i fumi puzzolenti, i rumori, il via vai dei dipendenti che vanno e vengono dalla mensa, tutte cose che disturbano e non poco chi ha la sfortuna di lavorare nelle vicinanze della mensa. Naturale che tante amministrazioni pubbliche abbiano deciso velocemente di saltare sul carro dei ticket, chiudendo il servizio mensa interno e passando a distribuire i soli ticket.

Si chiama “esternalizzazione”, è successo anche per il servizio di pulizia, di portierato, di manutenzione generale degli uffici. In teoria è un vantaggio, il privato fornisce il servizio in cui è specializzato e l’ente pubblico risparmia gli stipendi dei dipendenti che prima svolgevano internamente quel determinato servizio. In pratica è una porcheria, il privato per vincere la gara d’appalto al ribasso deve risparmiare su tutto, in particolare sugli stipendi dei suoi dipendenti, sfruttati senza pietà e che si limitano a fare solo lo stretto indispensabile (quando lo fanno), e sulla qualità e quantità delle forniture. Venite a vedere come fanno le pulizie nel mio istituto per credere.3

Che problema c’è? Dopo una serie di disservizi documentati si può annullare l’appalto e cercare qualcuno che svolga un servizio migliore. Sbagliato! E qui torniamo alla Consip, che avevamo lasciato molte righe fa.


Da anni tutti gli appalti degli Enti Pubblici sono centralizzati e gestiti dalla Consip,4 la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che dovrebbe “rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche, fornendo alle amministrazioni strumenti e competenze per gestire i propri acquisti e stimolando le imprese al confronto competitivo con il sistema pubblico” (lo so che l’ho già scritto, ma in certi casi è meglio ripetersi).

Lo vogliono certe norme europee e lo vuole anche il buonsenso, se un appalto viene gestito da professionisti che conoscono il loro mestiere, come dovrebbero essere i burocrati della Consip, si possono ottenere economie di scala che consentono di risparmiare, e allo stesso tempo si stimola la concorrenza e si evitano imbrogli e corruzione.

Le sole eccezioni a questa norma sono gli acquisti “specializzati”, come ad esempio quelli che riguardano la strumentazione scientifica (ma anche in questo caso ormai le cose sono diventate paurosamente complicate, con grave danno per chi fa questo tipo di acquisti che richiedono flessibilità e tempi rapidi).

Che con la Consip o costi (e la corruzione) si siano ridotti mi pare opinabile, basta guardare questi dati relativi all’acquisto di beni sanitari nelle diverse regioni italiane per rendersi conto delle enormi discrepanze che esistono ancora oggi fra le varie arre del paese. Come è possibile ad esempio che i servizi di medicina di base possano costare circa 90–95 euro a residente in Liguria, Piemonte, Lombardia e Friuli, così come in Toscana e Umbria, ma che arrivino a ben 130–150 euro a residente nelle regioni del Sud, mentre le regioni autonome di Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige sono più vicine alle regioni del Sud che a quelle più virtuose del Nord? Oppure che i servizi specialistici ambulatoriali costino cifre tutto sommato contenute e poco variabili al Sud ma quasi il doppio in Lombardia, o che presentino delle variazioni spaventose nel Lazio o nel Nord-Est?

Ci saranno norme europee dietro tutto questo, ma non è che “lo vuole l’Europa!” è diventato una giustificazione analoga al “Dio lo vuole!” dei tempi delle crociate, dietro il quale si celavano le peggiori nefandezze? Lo vorrà pure l’Europa, ma lo vuole proprio così o ci sono modi diversi e più efficienti per venire incontro alle giuste richieste dell’Unione?

E poi, come è possibile che dopo tutti le specifiche, le documentazioni richieste, i chiarimenti, le commissioni, i controlli, che gli appalti gestiti da Consip dovrebbero garantire, possano verificarsi casi come quello di Qui!? Come è possibile che possa essere affidata una grossa fornitura pubblica ad una azienda che una semplice verifica fiscale di routine ha trovato sommersa di decreti ingiuntivi da parte di commercianti non pagati?

E come è possibile che, quando si verifica il patatrac, la Consip se ne lavi le mani, risolva il contratto a parole, ma lasci ai singoli enti che usufruiscono dell’appalto il compito di decidere cosa fare con le loro forniture, anche se il problema non dipende dalle loro decisioni e se i singoli enti possono fare abbastanza poco per tamponare velocemente il problema?

E come è possibile che in questa storia nessuno pensi ai dipendenti dei vari enti pubblici coinvolti, bistrattati spesso a ragione ma che in questo caso sono solo vittime, che si ritrovano con dei buoni pasto che non potranno mai utilizzare e non sanno se e quando saranno mai rimborsati?

Non è facile correggere un errore su un appalto che in totale vale l’astronomica cifra di 1 miliardo di euro? Non lo metto in dubbio, ma siamo sicuri che non sia proprio questa elefantiasi alla base del problema? Qui non stiamo parlando di grandi infrastrutture, stiamo parlando di banali buoni pasto. Appalti di questo tipo non sarebbe meglio gestirli a un livello più basso, come succedeva in passato, in modo che sia più facile prendere le opportune contromisure nel caso in cui qualcosa vada male?


In Italia la corruzione e il malaffare sono un male endemico, combatterla è buono e giusto oltre che necessario, però come dicevo nella scorsa puntata, non sarebbe meglio combatterla responsabilizzando le singole amministrazioni e facendo fuori i funzionari e i loro capi presi con le mani nella marmellata, invece di creare mostri burocratici come la Consip che controllano e gestiscono tutto, ma che alla fine non sembra siano tanto efficaci nel fare al meglio il loro lavoro?

Anche perché come sempre ogni norma rigida ha i suoi punti deboli. La Consip non interviene per gli appalti sotto una certa soglia (naturale, in tanti casi bisogna per forza agire rapidamente, non si possono aspettare le lungaggini delle gare di appalto) e infatti i (pochi) dati disponibili mostrano un forte aumento di questi ultimi dopo l’ultimo aggiornamento del codice degli appalti, nell’aprile del 2016.4 L’aumento del numero di appalti appena sotto la soglia vale di sicuro per gli appalti di lavori, per i quali la soglia è fissata a 150.000 euro, ma è probabile che valga anche per contratti e forniture (dove la soglia è di soli 40.000 euro), di cui però si sa poco perché sotto questa cifra l’ANAC, chissà perché, non registra i dati nel suo Portale della Trasparenza.

Secondo gli autori dello studio citato,4 “L’introduzione della soglia, lo spacchettamento degli appalti in contratti di importo inferiore alla soglia di € 150.000 ha comportato una serie di potenziali sprechi
dovuti all’aumento artificioso delle procedure di gara, e dei costi connessi.”
Inoltre “ciò implica inoltre probabili inefficienze nella realizzazione delle opere dovute alle difficoltà di coordinare un maggior numero di soggetti che, a causa della frammentazione dell’opera originaria in una serie di sottocontratti, si trova a dover interagire su lavorazioni legate tra loro.” Per poi concludere che, “questi problemi evidenziano quindi dei forti limiti a quello che era l’obiettivo principale della riforma, ovvero quello di accorpare in soggetti altamente qualificati [cioè la Consip, ndr] le procedure di aggiudicazione.”


Ma non c’è solo la Consip a complicare la vita. Persino la consegna dei singoli buoni pasto ai dipendenti che ne hanno il diritto è diventata negli ultimi anni una cosa assurdamente complicata. Potrei sbagliare, però mi sembra di ricordare che all’inizio mi spettava un ticket per ogni giorno lavorativo, quindi ricevevo un blocchetto standard di 22 ticket ogni mese, con delle eccezioni per quando ero in ferie o in missione.

Oggi bisogna risparmiare su tutto,5 per cui ora mi danno un ticket per ogni giorno lavorato. Di conseguenza niente ticket se sono in ferie e niente ticket se usufruisco di un riposo compensativo (cioè sto a casa recuperando le ore di servizio fatte in più che da contratto non vengono pagate, io ne ho oltre 2000!). Ma anche niente ticket se sono in missione per più di tot ore (non mi chiedete quante, però) o se la missione prevede il rimborso del pranzo. E niente ticket se in un giorno faccio meno di tot ore (dove è possibile che questo tot sia diverso da quello di prima). E poi niente ticket se…, io stesso non ricordo tutte le eccezioni possibili.

Sta di fatto però che, per una sede di istituto dove ci sono una quarantina di persone (e forse anche meno) che usufruiscono dei ticket, ci vuole un collega dell’amministrazione che ogni giorno si occupa di gestire tutti questi casi particolari (che poi tanto particolari non sono, è nella stessa natura del nostro lavoro svolgere una parte più o meno consistente dell’attività fuori dalle mura dell’istituto), contando il numero di ticket maturati dal singolo dipendente e distribuendo a ciascuno di noi un nuovo blocchetto da 20 solo nel momento in cui ha maturato i benedetti 20 giorni di lavoro effettivo. Il collega ci perde una bella fetta della mattina per fare tutte queste cose, senza considerare che si deve anche occupare di ordinare le nuove forniture di blocchetti, di contarli e di verificare che sia tutto a posto, e mille altre piccole incombenze analoghe.

Insomma, almeno nel mio microcosmo, la pubblica amministrazione paga lo stipendio ad una persona che per almeno un quarto del suo tempo è occupato a risparmiare qualche ticket ogni giorno. Diciamo che il collega guadagna 1.500 euro netti al mese, quindi a occhio almeno 4.000 euro comprese tasse e contributi, circa 200 euro lordi al giorno. Il suo lavoro di gestione analitica dei ticket viene quindi a costare allo Stato almeno 50 euro al giorno, praticamente lo stesso (se non di più) del risparmio che si riesce ad ottenere controllando in modo così granulare e fiscale quello che fanno i dipendenti (in effetti costa molto di più perché a Roma ci sono ulteriori controlli che impiegano altro personale).

Altro che (finto) risparmio, a me sembra invece solo uno spreco di tempo e di risorse, camuffato sotto la forma di una gestione oculata dei fondi. Un po’ come quando qualche agenzia statale (e a volte anche non statale) chiede al cittadino un rimborso di pochi spiccioli, la cui gestione viene a costare dieci o venti volte di più.

I risparmi hanno senso quando sono veramente tali, non quando si risparmia da una parte per buttare via i soldi dall’altra. Molto meglio a questo punto abolire i ticket tout court e aggiungere l’importo equivalente alla busta paga di ciascun dipendente (come reddito non tassato, perché i ticket entro certi limiti non sono tassati). Per le meno si risparmierebbero le spese e la gestione di questi appalti miliardari, il contenzioso, i trucchetti, le furbate e gli scandali come quello di Qui!.

Ma figuriamoci, in Italia tutte le semplificazioni si risolvono in nuove e incredibili complicazioni, tutti i proclami inneggianti al risparmio si risolvono nel controllo stringente delle più piccole minuzie, perché questo è il mezzo più efficace per rendere impossibile un controllo vero ed efficace dei grossi sprechi.

Ma ne riparliamo presto con un esempio personale.


  1. Ci sarà una relazione con l’uscita di Windows 95? Perché no, di certo non è meno probabile della fantasiosa relazione fra vaccini e autismo). 
  2. Perché i ticket, sembra incredibile, scadono quasi più rapidamente del latte o dello yogurt. 
  3. Dopo aver visto pulire le scrivanie con lo stesso straccio usato per il water, ho iniziato a coprire la mia ogni sera con articoli e fogli vari per impedire che le signore delle pulizie ci si avvicinassero. 
  4. L. Castellani, F. Decarolis e G. Rovigatti, “Il Processo di Centralizzazione degli Acquisti Pubblici: Tra Evoluzione Normativa e Evidenza Empirica”, Mercato Concorrenza Regole, Il Mulino (2017). Il file pdf dell’articolo è liberamente disponibile qui
  5. A parole e quasi solo sugli stipendi, gli sprechi su tutto il resto non sono stati minimamente scalfiti. 
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Consip, ovvero la triste storia dei punti senza punta

Dopo parecchi anni di servizio i punti della mia pinzatrice sono finiti. Poco male, un salto in segreteria e mi hanno dato un paio di pacchetti nuovi, che al ritmo attuale dovrebbero essere sufficienti per parecchi anni.

Dovrebbero, perché questi punti sono stati acquistati tramite la Consip, la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che dovrebbe “rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche, fornendo alle amministrazioni strumenti e competenze per gestire i propri acquisti e stimolando le imprese al confronto competitivo con il sistema pubblico”.

E come tutta la roba che arriva da questo mega-carrozzone con cui ho avuto a che fare, la qualità dei punti è pessima: i punti sono avvertibilmente più sottili e leggeri di quelli che usavo prima, si incastrano di continuo nella pinzatrice e se provi a pinzare più di una decina di fogli non riescono a bucarli e si accartocciano su stessi. La differenza con i punti da mercato libero è abissale. Forse questi costeranno anche un po’ meno, ma a che serve se se ne sprecano due su tre?

Purtroppo non è un caso circoscritto ai soli punti metallici. La CONSIP è famosa per la scarsa qualità del materiale che offre, a fronte di prezzi che, anche se calmierati, non sono certo più bassi di quello che si può spuntare a volte anche dal negozio sotto casa.

Anni fa usavo parecchio le Tratto Pen, scrivevano bene e duravano una vita. Arrivata la Consip, le sostituirono con dei pennarelli di feltro a punta lunga da scuola media, con un tratto larghissimo e che smettevano di scrivere dopo due giorni. Costavano quasi quanto le Tratto ma duravano dieci-venti volte di meno, veramente un bell’affare. Dopo qualche mese per fortuna tornarono le Tratto Pen.

Peggio ancora le risme di carta. Comprate tramite la Consip a pallet interi (quante risme ci sono in un pallet? non lo so ma sono tante) potevano costare quanto, se non di più, una singola risma presa in cartoleria, alla faccia degli sconti per grosse quantità. E i fogli di carta ex-Consip, più o meno come i miei punti metallici, si incastravano di continuo nelle stampanti e nelle fotocopiatrici, forse perché sembravano essere più sottili e leggeri dei fogli “normali”, nonostante le specifiche teoricamente uguali.

E se la Consip è un baraccone di stampo parasovietico, che gestisce mega-appalti centralizzati con cui si fornisce a tutti gli uffici lo stesso tipo di carta, lo stesso tipo di stampante, lo stesso computer, lo stesso ticket per i pasti, con il consueto corollario di intrallazzi, mazzette, scandali e inchieste della magistratura, con il MEPA, il Mercato Elettronico della Pubblica Ammnistrazione è anche peggio. Ne ho già parlato a lungo, sono passati quattro anni ma il servizio non è migliorato per niente.

Sul MEPA vale solo il prezzo più basso: se il prezzo è minore si compra per Lecce da un fornitore di Pordenone, e se dopo la vendita il fornitore non fornisce assistenza o se questa costa uno sproposito non importa, ciò che conta è che sembri di aver risparmiato.

Su un qualunque sito di commercio elettronico, non c’è bisogno di essere Amazon, se scrivi “hard disk da 1 Tb” o “disco rigido da 1 terabyte”, il sistema capisce quello che intendi e ti mostra tutti gli hard-disk disponibili con le caratteristiche richieste. Sul MEPA invece sono precisissimi e ti elencheranno solo i prodotti la cui descrizione coincide esattamente con quello che hai chiesto.

Chi ha programmato il sistema è un incapace, è chiaro, ma questa precisione permette anche di “craccare” facilmente il sistema, trovando sul MEPA solo quello che vuoi trovare. Gli onesti possono sfruttare questa caratteristica per scegliere un fornitore che offre un prezzo basso ma anche una assistenza decente. Ma chi onesto non è può usare questo e chissà quali e quanti altri metodi più sofisticati per fare tutte le porcherie che vuole.

Perché è l’assunto di base che non funziona. Risparmiare sugli acquisti della Pubblica Amministrazione è sacrosanto — quanti mattoni e quante siringhe sono state vendute a prezzi da gioielleria? — ma cercare di farlo mettendo sui dei carrozzoni infarciti di burocrazia come Consip e MEPA è la risposta sbagliata, che rende ogni passaggo assurdamente farraginoso e complica solo la vita alle persone per bene, lasciando invece fare quello che vuole a chi, pratico di trucchetti, in questo guano burocratico ci sguazza meglio che in piscina.

Non basterebbero, invece, poche regolette semplici semplici?

  • Spacchettare i mega appalti da milioni di euro che sono solo fonte di corruzione e mazzette e riportarli a livello locale, accoppiati però ad analisi statistiche stringenti e puntuali (ormai facilissime da fare) che mettano in evidenza i costi anomali e costringano i responsabili degli acquisti a giustificare il loro operato.

  • Far ruotare i funzionari che si occupano dei grandi acquisti acquisti negli enti pubblici, in modo che non abbiano il tempo di crearsi una rete di relazioni pericolose.

  • Per gli acquisti di importo minore e per quelli specialistici (penso alla strumentazione utilizzata nella ricerca scientifica ma ci saranno di sicuro esempi analoghi in altri settori pubblici), lasciare la libertà di comprare da chi si vuole se il prezzo è minore di quello stabilito dalla Consip e riportato in un sito web accessibile a chiunque e fruibile con facilità. Magari consentire perfino di approfittare di offerte temporanee particolarmente convenienti, come quelle che ci sono proprio oggi e domani su Amazon.

  • Chi effettua un acquisto, grande o piccolo non importa, è responsabile di quello che fa. Ma lo è anche il suo dirigente, che sta lì proprio perché deve gestire e controllare quello che fanno i dipendenti del suo ufficio. Se l’imbroglio è doloso i due non solo vengono denunciati alla magistratura ma vengono anche trasferiti e, nei casi peggiori, messi in aspettativa non pagata. E naturalmente, se sono riconosciuti colpevoli, vengono licenziati in tronco e devono rimborsare il danno subito dall’amministrazione.

Solo logica semplicistica da buon padre di famiglia? Può darsi, ma ma basta guardare questi dati riferiti solo alle spese sanitarie per accorgersi che, nonostante la Consip o il MEPA, negli appalti pubblici c’è qualcosa che continua a non funzionare (traduco: le anomalie nelle spese effettuate sono troppe e troppo ampie).

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Ma il Fusion Drive serve ancora?

Un amico mi ha chiesto tramite WhatsApp se gli conveniva o no prendere un iMac con il Fusion Drive. Gli ho risposto subito di lasciar perdere il Fusion Drive e di prendere al suo posto un disco SSD e che gli avrei dato una risposta più dettagliata tramite email. Ma dato che l’argomento può avere un interesse più generale e che, bontà sua, l’amico è un lettore di melabit, ho pensato di rispondergli in modo più articolato qui sul blog.

Innanzi tutto: cos’è un Fusion Drive? È una delle tante idee geniali di Apple che cinque o sei anni fa, quando i dischi SSD a stato solido costavano ancora cifre spaventose, decise di integrare un piccolo disco SSD ad un disco meccanico tradizionale, cercando di sfruttare gli aspetti migliori delle due memorie di massa, la velocità del disco a stato solido e la capienza di quello meccanico. La cosa più brillante non era l’implementazione hardware (usare dischi di caratteristiche diverse per scopi differenti non era certo una novità) quanto l’integrazione di questo sistema ibrido nel sistema operativo del Mac, che ce lo fa vedere come se fosse un disco (o volume) unico.

Il sistema operativo memorizza nella parte a stato solido del Fusion Drive i programmi ed i documenti utilizzati più di frequente, mentre sul disco meccanico rimane tutto quello che viene utilizzato meno spesso. Il meccanismo è dinamico e i file vengono spostati da un disco all’altro a seconda dell’utilizzo che l’utente ne sta facendo in un determinato momento.

Da un punto di vista logico, il meccanismo di funzionamento del Fusion Drive è molto simile a quello che succedeva una ventina di anni fa con la RAM. Allora la memoria RAM costava parecchio e quindi si preferiva accoppiarla ad uno spazio di swap sul disco rigido che sembrasse una specie di estensione logica della RAM stessa (non a caso questo spazio veniva chiamato anche memoria virtuale mentre oggi su macOS si chiama spazio di scambio). A seconda delle necessità del momento, il sistema operativo spostava i file in uso dalla RAM allo spazio di swap e viceversa e il tutto appariva come se ci fosse una quantità di memoria RAM doppia o tripla di quella reale. Naturalmente la memoria virtuale era molto più lenta di quella reale e quando il sistema iniziava a swappare, si sentiva il rumore inconfondibile del disco rigido accoppiato ad un rallentamento generale del computer, troppo impegnato a scambiare i dati fra la memoria reale a quella virtuale. Oggi la memoria virtuale esiste ancora ma con RAM da 8, 16 o 32 GB, è raro che venga usata pesantemente come allora (e quando viene usata così non è una cosa molto buona).

Ma torniamo al Fusion Drive.

Il Fusion Drive iniziale del 2012 era costituto da un disco meccanico da 1 TB e un disco SSD da 128 GB (quindi otto volte più piccolo). Oggi… idem, e in certi casi persino peggio.

Attualmente il Fusion Drive può essere montato solo nell’iMac e nel Mac Mini. Nell’iMac il Fusion Drive di base ha un disco meccanico da 1 TB accoppiato ad un SSD da soli 32 GB, mentre i modelli superiori hanno un disco meccanico da 2 o 3 TB e un SSD di 128 GB. Nel Mac Mini il Fusion Drive è diverso e ha un disco meccanico da 1 o 2 TB e SSD di 128 GB.1

Purtroppo l’efficienza di un Fusion Drive aumenta quando le dimensioni del disco SSD sono una frazione significativa di quelle del disco meccanico, mentre nei modelli attuali è successo il contrario, dischi meccanici più grandi ma SSD sempre più piccoli o al massimo di dimensione costante.

Sembra quindi che il concetto di Fusion Drive sia stato sostanzialmente abbandonato da Apple. Perché se l’idea era geniale cinque o sei anni fa e riusciva a risolvere un problema molto sentito in modo trasparente e ad un costo decente, il crollo dei prezzi dei dischi a stato solido oggi ha reso di fatto inutile un sistema ibrido come questo.

Quando si acquista un nuovo Mac è quindi molto più ragionevole scegliere un disco SSD di dimensioni consistenti ma non estreme, diciamo dai 256 GB a 1 TB al massimo (con l’ottimo in mezzo, il taglio ideale oggi è un SSD da 512 GB). Oltre il TB rapporto fra costo e dimensioni diventa eccessivo (ve la sentireste di spendere 3.360 euro in più per montare sul vostro iMac Pro un SSD da 4 TB?)

E se serve più spazio? Nessun problema, basta aggiungere un disco esterno meccanico da 1 TB o più, dove memorizzare tutti quei file che non hanno necessità di velocità di accesso estreme o che non utilizziamo spesso, foto e musica in primo luogo ma anche progetti lavorativi conclusi.2 Inutile strafare sulle dimensioni, meglio comprare un disco delle dimensioni che ci servono oggi (diciamo un disco grande non più del doppio dello spazio occupato dai file che vogliamo metterci su), tanto se fra un anno o due lo spazio finirà, il costo di un disco rigido più grande sarà sceso tanto da farci comunque risparmiare rispetto all’aver acquistato oggi un disco top di gamma. E se i file da mettere nel disco esterno non occupano troppo spazio, si potrebbe perfino decidere di prendere un disco SSD economico ma di qualità da installare in un case esterno.

Meglio invece strafare sulla porta di interfaccia del disco esterno: l’USB 3 è il minimo sindacale, con USB-C (per i Mac che ce l’hanno) o Thunderbolt è difficile accorgersi che stiamo usando un disco meccanico esterno, l’unico rallentamento che si avverte è l’avvio iniziale quando il disco rigido è a riposo.

Tutti i miei Mac fissi sono configurati in questo modo e, con qualche collegamento simbolico ben piazzato, non mi accorgo nemmeno di avere due, tre e a volte anche quattro dischi diversi collegati permanentemente al Mac invece di un unico disco rigido di dimensioni molto grandi. Non sarà comodo ed integrato con il sistema operativo come il Fusion Drive ma è molto più efficiente.


  1. Visto lo stato comatoso del Mini che non viene aggiornato dall’ottobre 2014 (quasi 4 anni), è probabile che anche il Fusion Drive sia un modello altrettanto datato e ormai obsoleto dal punto di vista tecnologico. 
  2. Ovviamente questo disco esterno deve essere separato dal disco per Time Machine, che sul Mac sin dai tempi di Leopard è una specie di assicurazione obbligatoria che vale ogni centesimo di quello che costa. 
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Da melabit a melabit: la scelta del dominio

Se la scelta del servizio di hosting più adatto alle nostre esigenze è difficile, ancora più complicata è la scelta del nome di dominio (o solo dominio), cioè del nome univoco assegnato ad un sito web, che lo caratterizza e lo rende facile da ricordare, come ad esempio http://www.google.com, http://www.debian.org oppure http://www.nomesito.it.

Breve lezioncina preliminare (sono noioso, ma bisogna pure capirsi). Un dominio è composto da tre parti separate da punti: la prima parte è il noto acronimo www (cioè world wide web), una specie di marchio di riconoscimento del web (come la @ per la posta elettronica) che ormai viene usato sempre più di rado.1

La parte finale è detta dominio di primo livello (o TLD, Top Level Domain) e serve ad identificare la tipologia del sito web (.com per i siti commerciali, .org per quelli senza scopo di lucro) oppure la nazione dove opera il sito (.it). Però, dopo la liberalizzazione dei TLD, queste definizioni sono diventate sempre meno significative.

Infine la parte di mezzo è il nome dell’host (google, debian oppure nomesito negli esempi di sopra), la parte del nome di dominio che caratterizza veramente il sito.

Aggiungendo il metodo di accesso, http:// o ormai quasi sempre la versione sicura https://, si ottiene l’URL, cioè la stringa univoca https://www.nomesito.it, che permette al browser di accedere al sito web desiderato.

Finita la lezione, veniamo alla parte più significativa dell’articolo: come si fa a scegliere il nome di dominio più adatto per il nostro sito? Le regole di base sono già tutte in questo articolo, inutile ripeterle un’altra volta.

Per una volta voglio usare un approccio più pratico e raccontare come e perché ho scelto proprio melabit come nome di dominio per questo sito, applicando senza nemmeno saperlo alcune delle regole contenute nell’articolo appena citato. Tre regole in particolare: volevo un nome di dominio che fosse breve e facile da scrivere, e che una volta letto non sembrasse qualcosa di diverso e imprevisto. Perché la ragione conta, ma il caso ha sempre il suo bel daffare a metterci i bastoni fra le ruote.

La primissima idea di tenere un blog personale non è mia, ma dell’amico Lucio Bragagnolo, che molto gentilmente mi aveva invitato ad aprirne uno su Macworld Italia. Si doveva chiamare “iLife of Brian”, un bel gioco di parole con il nickname che uso più o meno sempre su internet (con qualche variazione).2 Ho ancora il testo del post di presentazione, che non ho mai pubblicato perché intanto Macworld ha chiuso su due piedi.

Ci ho pensato e ripensato e alla fine ho deciso di fare da solo. Ma senza più l’ombrello protettivo di Macworld ho escluso immediatamente di chiamarlo “iLife of Brian”, i motori di ricerca non l’avrebbero mai trovato. Provate a cercare “iLife of Brian” su Google (ma anche su Bing, su DuckDuckGo, su quello che vi pare), vi verrà fuori solo e sempre qualcosa dei monumentali Monty Python. Il confronto era improponibile.

Allora ho preso il fidato nvALT, che uso molto più di Notes per buttare giù degli appunti veloci, e ho cominciato a buttare giù una serie di nomi per il blog. Poi li ho messi in ordine (si può fare a mano, ma sapere usare un po’ il Terminale può essere utile anche per queste cose) e mi sono messo a cercare su internet se erano disponibili o no.

C’è voluto un po’ di tempo e di pazienza, e alla fine è venuta fuori questa lista. Nella colonna di sinistra sono finiti tutti quelli già utilizzati, un vero peccato perché alcuni erano veramente carini. Rimanevano quelli della colonna di destra.

A questo punto ho cominciato a tagliare. Alcuni nomi erano troppo lunghi e complicati (mactechbit, openappletech), spesso troppo anglosassoni per un blog destinato volutamente ad un pubblico italiano (openmactools, toolsformac). Poi c’erano i nomi troppo caratterizzati verso aspetti molto particolari del mondo Mac (melaprog, scientificmac) mentre io volevo mantenere la possibilità di di scrivere di tutto quello che mi piaceva (e mi interessava). Tagliati anche loro senza pietà.

Alla fine mi ero deciso per melaperta. Poi quasi per caso, mentre lo ripetevo mentalmente, mi sono accorto che poteva essere scambiato per un sito per adulti (provate anche voi e ditemi). Avrebbe fatto molto bene alle statistiche di accesso, lo so, ma ho tagliato anche melaperta senza pietà.

Il nome immediatamente successivo era l’unico che non aveva controindicazioni, ed è così che è nato melabit.

Per approfondire


  1. Dato che ormai il web è diventato onnipresente, l’acronimo www non è più indispensabile per riferirsi ad un sito, e quindi si può usare solo google.com (detto dominio nudo o naked) al posto di http://www.google.com
  2. Nickname che deriva sia dal film più famoso dei grandi Monty Python, sia dal nome di uno dei fisici con cui più ho avuto a che fare, Brian Josephson, uno capace di vincere un premio Nobel pubblicando un solo articolo significativo. Tanto che subito dopo si è praticamente rimbambito
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Medioevo no vax

Ho iniziato a rispondere di getto a un commento di Luca, però a un certo punto mi sono accorto che la cosa meritava una trattazione più adeguata e ne ho fatto un post completo. Perché rispetto le opinioni di tutti, ma non si può andare dietro a gente che gioca con la salute, e perfino con la vita, delle persone.

Parole parole parole

Iniziamo dal commento. Luca, dopo aver visto il Cartone Morto sui vaccini, mi scrive

riguardo ai vaccini suggerirei l’analisi scientifica condotta da Gatti e Montanari (vedasi http://www.stefanomontanari.net) anzichè un cartone animato concepito da un … “influencer”!

Io non sono certo un esperto di vaccini, però so leggere e della coppia Gatti & Montanari (coppia anche nella vita, sono marito e moglie) ho già sentito parlare più di una volta. Perciò gli rispondo così,

Gatti & Montanari… ma dai, stai scherzando? Quelli che hanno pubblicato uno studio “fondamentale” sulla tossicità dei vaccini sull’International Journal of Vaccines and Vaccination, una delle riviste scientifiche finte che pubblicano tutto quello che ricevono, senza controllo, senza revisione di altri esperti, basta solo mandare il manoscritto e pagare la quota richiesta?

Mi viene anche voglia di ripetere un’altra volta che un lavoro pubblicato su una pseudo-rivista scientifica come l’International Journal of Vaccines and Vaccination si squalifica da solo e vale meno del giornale usato con cui incartano il pesce al mercato. Poi però mi rendo conto che queste considerazioni tecniche non risultano convincenti per chi non è bene addentro al mondo della ricerca (e tante volte purtroppo anche per chi lo è…)

E quindi perché non provare a fare due conti terra terra?

Contaminazioni?

Il sito dell’International Journal of Vaccines and Vaccination non funziona dalla fine del 2017. Ma per fortuna la rete non dimentica e questo è uno degli ultimi “snapshot” del sito disponibili sul sempre ottimo Internet Archive. In cima alla lista degli ultimi “articoli” pubblicati c’è n’è uno della coppia Gatti & Montanari, questo (c’è anche la versione in pdf).

Leggerselo tutto è tempo perso, qui ci basta solo guardare la tabella 3 e il grafico 8 corrispondente, dove per ogni tipo di vaccino analizzato è elencato il numero di nano/micro-particelle di impurezze presenti in 20 microlitri di acqua. Queste impurezze possono essere di natura molto diversa e possono avere effetti molto diversi sulla salute. Ma non importa, la tabella le mette tutte insieme e ci da il numero totale di impurezze presenti in ciascun vaccino, distinguendo al più la forma strutturale nelle quali si trovano, cristalli semplici, precipitati, aggregati o agglomerati.

Dalla tabella 3 e dal grafico 8 notiamo che in tutti i vaccini analizzati sono presenti non più di 3.000 particelle di impurezze ogni 20 microlitri di acqua.1

Uno legge e pensa: Porca miseria! 3.000 è un numero bello grande; 20 microlitri… boh, quanto diavolo saranno 20 microlitri di acqua?… beh, di sicuro è pochissima acqua.2

3.000 particelle. Sono tante! Venti microlitri. Sono pochi!

E il gioco è fatto.

Con le inevitabili conclusioni:
– i vaccini sono contaminati;
– i vaccini contaminati fanno male alla salute;
– le case farmaceutiche non sanno fare il loro lavoro;
– le case farmaceutiche voglio solo vendere e se ne fregano della nostra salute.

Gatti & Montanari hanno finalmente smascherato le nefandezze delle case farmaceutiche (che ne fanno, ma di tutt’altro tipo) e meritebbero molta più attenzione da parte della scienza “ufficiale” collusa con le case farmaceutiche, dai media e, perché no, dalla politica. Meriterebbero finanziamenti per le loro ricerche, meriterebbero premi, meriterebbero onori di tutti i tipi, magari perfino un premio Nobel.

E mentre aspettiamo che accada tutto questo buttiamo via i vaccini e torniamo a morire di vaiolo e di tetano come nell’Ottocento.

Un attimo… perché prima di buttare i vaccini non rispolveriamo un po’ di chimica della scuola superiore?

Chimica di base

Iniziamo dalla mole. Per definizione una mole di una sostanza contiene sempre lo stesso numero di particelle — indipendentemente dal fatto che siano atomi, molecole o palloni da calcio — esattamente 6,02 x 1023 particelle (la costante di Avogadro). Il numero 6,02 x 1023 equivale a un 6 seguito da 23 zeri, quindi in una mole ci sono

600.000.000.000.000.000.000.000 particelle,

cioè seicentomila miliardi di miliardi di particelle (dovete perdonarmi, ma per rendere le cose più semplici ne ho tolta qualcuna, appena 2.000.000.000.000.000.000.000, duemila miliardi di miliardi).

Ma quanto pesa una mole? Dipende dal tipo di particella di cui stiamo parlando. Una mole di atomi di idrogeno pesa meno di una mole di molecole di metano, che pesa poco meno di una mole di molecole di acqua, che a sua volta pesa meno di una mole di atomi di ferro… e così via.

Come ogni medicina, un vaccino è composto per la maggior parte da molecole di acqua, il principio attivo è sempre molto diluito (senza arrivare al nulla omeopatico, naturalmente). Quindi per sapere quanto pesa una mole di vaccino è sufficiente in pratica calcolare quanto pesa una mole di acqua. Ve lo dico io, 18 grammi. E dato che l’acqua ha un peso specifico di 1 grammo per millilitro, significa che 18 grammi corrispondono a 18 millilitri di acqua. Ma facciamo buon peso e arrotondiamo a 20 millilitri.

Ricapitolando: una mole di acqua ha un volume di circa 20 millilitri e contiene 6,02 x 1023 molecole di acqua.

E allora, quante molecole ci sono in 20 microlitri di acqua? Semplice, ce ne sono un millesimo di quante ce ne stanno in una mole, quindi solo 6,02 x 1020 molecole, molecola più molecola meno.

Quindi 20 microlitri di acqua contengono la bellezza di

600.000.000.000.000.000.000 molecole,

cioè seicento miliardi di miliardi di molecole.

E se in mezzo a seicento miliardi di miliardi di molecole, Gatti & Montanari trovano meno di

3.000 particelle di impurezze,

appena il 5 x 10-16 %, si scandalizzano pure?

Fossi al posto loro, ringrazierei di cuore le case farmaceutiche che riescono a purificare l’acqua così bene da fare in modo che contenga una percentuale di impurezze dello 0,000.000.000.000.000.5 %. Zero virgola zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero zero cinque percento.

Non so voi, ma a me sembra una cosa straordinaria.

Acqua del rubinetto

Ma non finisce qui. Se Gatti & Montanari avessero rispettato le normali pratiche scientifiche, avrebbero messo a confronto i loro dati sui vaccini con la percentuale di impurezze presenti in altre sostanze di uso comune, prime fra tutte la comune acqua potabile.

Il decreto legislativo n. 31 del 2001 stabilisce che l’acqua, per essere considerata potabile, deve contenere non più di 10 microgrammi di piombo e non più di 50 microgrammi di cianuro per ogni litro.3 Il decreto naturalmente elenca un gran numero di altri parametri chimici, io qui mi sono limitato a considerarne solo due ben noti per i loro effetti tossici.

Poiché una mole di piombo pesa 207 grammi e una di cianuro pesa 26 grammi, ciò significa che in un litro di acqua del rubinetto possiamo trovare fino al 9 x 10-8 % di atomi di piombo, e fino al 5 x 10-6 % di molecole di cianuro (approssimando per eccesso).

Quindi nell’acqua che beviamo ogni giorno possiamo trovare da 100 milioni a 10 miliardi di volte più impurezze di piombo e cianuro di tutte quelle che si trovano nei vaccini. In realtà nell’acqua potabile di impurezze ce ne sono ancora di più, perché qui preso in esame solo due fra tutte quelle presenti nell’acqua mentre, come abbiamo visto prima, Gatti & Montanari le considerano tutte insieme.

Fatto sta che, se usiamo la logica usata da Gatti & Montanari, dovremmo concludere che l’acqua del rubinetto o delle bottiglie di plastica che beviamo ogni giorno è un vero e proprio attentato alla nostra salute. Altro che pericolo vaccini.

Conclusioni

Questi sono i fatti, le conclusioni tiratele voi. A me questa paura insensata dei vaccini sembra solo una roba medievale, messa in giro ad arte per turlupinare i creduloni.

aaa

Post Scriptum. Dopo aver finito di scrivere l’articolo e mentre cercavo materiale utile per gli Approfondimenti, mi sono accorto che David “Orac” Gorski un anno fa aveva già fatto una analisi molto dettagliata dell’articolo di Gatti & Montanari, in alcune parti piuttosto simile a questa che avete appena finito di leggere. Peccato, avrei potuto limitarmi a mettere un link all’articolo, risparmiandomi parecchie ore di lavoro fra stesura e revisione del testo. Però se questo articolo risulterà più accessibile del suo ai non iniziati, ne sarà valsa comunque la pena.

Approfondimenti

A. Gatti e S. Montanari, New Quality-Control Investigations on Vaccines: Micro- and Nanocontamination, International Journal of Vaccines and Vaccination, vol. 4 n. 1 (2017) (versione html e pdf).

S. Coyaud, Le scuse di una pseudo-giornalista, OggiScienza, 20 dicembre 2017.

S. Coyaud, Spermatozoi infuocati: una scoperta italiana, OggiScienza, 20 marzo 2017 (link).

S. Di Grazia, I vaccini inquinati? Un’esperta dice di no, 9 febbraio 2017.

S. Coyaud, Ilarità ricorsiva, 8 febbraio 2017.

D. Gorski (Orac), A co-author of an antivax study attacks Orac for criticizing it. Hilarity ensues, 7 febbraio 2017.

D. Gorski (Orac), I love it when an antivax “study” meant to show how “dirty” vaccines are backfires so spectacularly, 2 febbraio 2017.

D. Cipolloni, Sentenza finale per la frode su vaccini e autismo, OggiScienza, 28 gennaio 2010.

S. Di Grazia, Vaccini: Wakefield, vaccini, autismo e denaro (II parte), 25 novembre 2009.


  1. Chissà come le hanno misurate. Le avranno contate a mano o hanno usato un sistema automatico di conteggio? Hanno considerato tutto il campione o no? Nella tabella hanno riportato la media, il conteggio minimo o il conteggio massimo (se le hanno contate tre volte ci sarà pure una differenza fra le varie misure)? A noi queste minuzie noiose non devono interessare, ci basti sapere che l’errore della misura è minore del 10%. Se lo dicono Gatti & Montanari, come possiamo non crederci? 
  2. È così, è grosso modo una mezza goccia di siringa. 
  3. Le ultime revisioni del decreto hanno modificato alcuni valori, a volte aumentando altre diminuendo i limiti massimi ammessi. Qui ho preferito utilizzare i valori di impurezze ammesse contenuti nel decreto del 2001 solo perché la tabella relativa è più chiara ed è visibile direttamente nel browser. In ogni caso il succo del discorso non cambia. 
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