La musica è finita

Jaron Lanier, uno dei pionieri del web, in una recente intervista a Riccardo Staglianò su il Venerdì di Repubblica sostiene che “il web sta uccidendo la classe media”, distruggendo industrie che fino a pochi anni fa fatturavano miliardi di dollari — l’industria musicale, quella della fotografia, le agenzie di viaggio, le librerie, i giornali — sostituendole con nuovi servizi che “impiegano un millesimo dei dipendenti della old economy”.

Non ho le competenze per discutere l’affermazione generale. Ma credo anche che le cause della crisi dell’industria musicale siano siano piuttosto diverse.

È ormai un luogo comune: l’industria musicale è stata messa in crisi negli ultimi 15 anni da Napster prima, da iTunes dopo e dall’online oggi. Sempre secondo i dati dell’intervista, oggi l’industria musicale “Vale un quarto di quanto valeva solo pochi anni fa. Presto varrà un decimo”.

Ma siamo sicuri che queste siano veramente le cause del declino dell’industria musicale? O che il declino non sia dovuto invece soprattutto alla scarsa qualità della musica prodotta e venduta oggi?

Ascolto moltissima musica e la maggior parte è costituita da dischi prodotti negli anni ’60 e ’70, dischi intramontabili, capolavori del rock e del jazz, con parecchie incursioni nella musica cosiddetta “classica”.

Dischi da ascoltare dall’inizio alla fine, costituiti spesso da brani legati fra loro da un filo logico, quasi fossero una sinfonia ottocentesca.

Oggi invece l’industria musicale sforna quasi esclusivamente hit da consumare velocemente, uno o due brani accattivanti cuciti insieme a robaccia senza pretese, per produrre un disco che poi nessuno vuole. Ovvio che poi chi li ascolta preferisca scaricare (legalmente o illegalmente, non importa in questo momento) solo l’hit del momento, lasciando il resto all’oblio che merita.

E anche al di fuori della musica più commerciale, non è che le cose vadano meglio. Il jazz riproduce se stesso, ripetendo all’infinito temi e idee del passato. Un po’ di fusione con altri generi musicali, e poi?

La classica è cristallizzata all’ottocento, sempre e solo gli stessi dieci autori e le solite composizioni. L’ultima idea un po’ originale è stata quella di recuperare gli strumenti originali e il modo di suonarli, diventata presto una filologia rigida e decisamente stucchevole.

Ci sono poi questioni ulteriori che non fanno altro che peggiorare la situazione.

I CD costano e tanto, i prezzi sono rimasti praticamente stabili nel corso degli anni nonostante che i costi di produzione e di realizzazione siano ormai bassissimi. Negli anni ’80, all’inizio dell’era del CD, l’alto costo del CD veniva imputato alla necessità di ammortizzare il costo degli impianti. Dopo più di trent’anni gli impianti saranno stati ammortizzati più volte, ma il prezzo è rimasto lo stesso.

Anche la politica (poteva mancare?) ha dato un bel contributo ad alzare i prezzi, con balzelli medievali e assurdi e un livello di IVA altissimo rispetto a quello praticato per i libri. Senza rendersi conto, come per la benzina, che esiste un livello oltre il quale il prezzo diventa talmente alto da ridurre i consumi fino al punto di diminuire anche gli introiti delle tasse.

Come se non bastasse la qualità audio dei CD è pure scarsissima. Il suono viene pompato a livelli sempre più alti rendendolo un impasto totalmente privo di sfumature. E per ascoltare una tale robaccia anche un mp3 compresso va benissimo, a cosa potrebbe mai servire un impianto audio di qualità? Ma questo argomento merita un post tutto suo.

Non dimentichiamo infine l’aspetto estetico. Il CD è un oggetto anonimo, un guscio di plastica con una copertina microscopica e, quando c’è, un libriccino inguardabile e praticamente illeggibile. Nulla al confronto della potenza artistica delle copertine degli LP. Cosa c’è da perdere a barattarlo con un file da inserire nel lettore mp3 o nel computer? O a duplicarlo in un altro CD, magari con una scritta traballante a penna?

Ho copiato anch’io tanti LP a suo tempo, avevo decine di cassettine sparse per la casa e la macchina, ma l’ascolto delle cassette era un forte impulso a possedere poi l’originale. Non solo per la qualità audio ma anche per il valore intrinseco, la bellezza dell’LP. Il CD non ce l’ha, ovvio poi che il duplicato abbia esattamente lo stesso valore dell’originale. Non è solo un fatto di tecnologia ma anche di estetica.

Non si vendono dischi? Forse perché non ci sono dischi che valga veramente la pena comprare.

L’industria musicale si sta suicidando e la popolarità degli mp3 è solo il riflesso della sua poca lungimiranza.

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Pubblicato su tecnologia
One comment on “La musica è finita
  1. frix ha detto:

    Urca che post; qui c’è da scrivere per un mese, fitto, fitto.
    Ora non posso ma non resisto a segnalarti il mio apprezzamento.
    Mi aggiornerò nel w.e., spero.

    Per intanto ora, a proposito di capolavori, sto giusto ascoltando ‘‘Black Messiah”’ di The Cannonball Adderley Quintet. Il doppio, quello con le additional tracks introdotte nel ’76.

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