L’università italiana è anche questo: fotografie a confronto

Foto di gruppo in un corridoio dell’università. Ritraeva un gruppo di studenti nei primi anni ’70, diventati quasi tutti professori del Dipartimento.

Trent’anni dopo alle facce di quasi tutti quegli studenti si sarebbero potute sostituire quelle dei figli, entrati nello stesso Dipartimento dalla porta principale, senza troppe attese.

Tranne uno. Il padre era bravo e il figlio pure, ma voleva farsi strada senza favoritismi. Ha fatto il precario per troppi anni in un Ente di Ricerca.

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Pubblicato su scienza
2 comments on “L’università italiana è anche questo: fotografie a confronto
  1. frix ha detto:

    Guarda, ieri ho scritto un breve testo per il tuo post che però poi non ho ri-postato per non apparire polemico.

    Il succo era che i professori, come i genitori, dovrebbero avere la coscienza che, per i giovani, rappresentano dei modelli, degli esempi, dei riferimenti comportamentali (che dovrebbero essere virtuosi). Finivo dicendo che un professore come quello che hai esemplificato ieri probabilmente non non avrebbe fatto da modello neanche in famiglia. E il tuo post di oggi sembra confermarlo. E cosa faranno i figli?

    Non tutti sono così ma molti, troppi, lo sono. Non lo dico io che sono nessuno. Lo dicono i risultati. Lo dice la società reale. In università purtroppo non restano i più bravi, i più motivati (eticamente).

    Caspita se a 25–30 anni se mi avessero pagato (non molto ma a sufficienza per vivere senza troppe ansie) per studiare e scrivere e fare qualche lezione sarei stato felicissimo. Non dico per sempre ma per qualche anno. Invece lacci di vario genere (tra cui, per i dottorandi, il totale divieto di esercizio della libera professione che, allora, per me significava fare qualche lavoretto che avrebbe aiutato a campà, non certo grandi opere[1]), un concorso in cui uno dei prof. ordinari della commissione (erano 2) aveva uno o due pubblicazioni più di me, ma meno prestigiose e nessuna di ricerca, mi hanno allontanato (ma non ho smesso di studiare).

    Ho rivisto da non molto un compagno di corso che invece è restato in università: dopo 20 anni è triste, pentito, demotivato. È ricercatore senza alcuna possibilità di avanzamento. Bada bene che era uno bravo, ma bravo davvero!
    Non so cosa facesse suo papà. Posso immaginare cosa non faceva.
    Però mi disse di aver trovato soddisfazione nell’andare in bicicletta, si allenava tutti i giorni, avendo del tempo libero. Uno spreco.

    Io credo che un insegnante (di qualsiasi livello) dovrebbe dedicarsi solo a quello, 8-10 ore al giorno 5 giorni su 7. Come un lavoro normale. Insegni, ti aggiorni, produci ricerca, pubblichi articoli, libri, pagine web sensate. Magari anche solo per 5-6 mesi all’anno, anche meno, ma con passione e dedizione. Poi finito l’incarico fai quello che vuoi, E se il tuo rendimento è scarso, lasci il posto ad un’altro, che deve dimostrare di essere più bravo. Le regole della professione sono queste. Perché nella scuola (da noi) non valgono?
    Perché un ragazzo di 30–35 anni che studia, fa lezioni, pubblica non può essere pagato più di un professore di 65 anni che non pubblica (seriamente) da 20 anni? Io li pagherei a rendimento.

    [1] Cosa che invece era ed è concessa ai professori di ruolo, e molto esercitata da _certi _ordinari.

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  2. Sabino Maggi ha detto:

    Il tuo commento merita di essere approfondito con almeno un paio di post specifici, che arriveranno (spero, sono in vacanza) nei prossimi giorni.
    Sull’ultimo paragrafo sono ancora più radicale. Se fai il professore fai quello e stop. Non puoi fare il professore e insieme svolgere una attività professionale. O uno o l’altro, l’università non deve essere usata solo come biglietto da visita utile ad aumentare la parcella professionale. E se non ti sta bene sei fuori. Ma non succederà mai, del resto almeno la metà dei nostri parlamentari sono professori universitari ed hanno sempre mantenuto il doppio incarico mentre svolgevano il mandato parlamentare. Non so trovare un esempio peggiore di malcostume.

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