L’università italiana è anche questo: decadenza inarrestabile

Dopo quanto è stato detto in questi giorni, non ci si può stupire che gli studenti italiani fuggano dall’università.

In base ai dati dell’Uffico di Statistica del MIUR (si noti lo stile anni ’90 del sito), negli ultimi dieci anni i nuovi immatricolati sono passati da 338.036 (nell’anno accademico 2003-2004) a 253.848 (nel 2012-2013). In termini percentuali stiamo parlando di una diminuzione (o meglio di una vera e propria emorragia) del -25%. Negli stessi anni il totale degli iscritti è diminuito da 1.814.048 a 1.709.408 (-6%).

I motivi sono vari. Fra questi credo che conti moltissimo la consapevolezza che la laurea non garantisce più un inserimento veloce nel mondo del lavoro, nemmeno per gli studenti dei corsi di laurea tradizionalmente più attraenti dal punto di vista professionale (ingegneria, chimica, informatica, economia).

Una parte degli studenti, inoltre, preferisce studiare all’estero piuttosto che in Italia, dove le opportunità lavorative sono maggiori e dove, nella ricerca di un lavoro, conta prevalentemente il merito e non le parentele.

Venti-trent’anni fa studiare all’estero era un privilegio riservato a pochi, tanto più alte erano le spese da affrontare tra tasse universitarie, alloggio, viaggi e perfino telefonate. Oggi le differenze si sono praticamente annullate. I viaggi in aereo, con un po’ di pianificazione, costano meno degli altri mezzi di trasporto, comunicare con la famiglia o gli amici è quasi gratis, anche i costi degli alloggi si sono allineati.

E le tasse universitarie? Per quelle serve un discorso a parte. Negli ultimi anni in Italia le tasse universitarie sono cresciute a livelli astronomici, anche per compensare il continuo calo di finanziamenti statali degli ultimi dieci anni.

A questo si aggiungano le famigerate “fasce di contribuzione”, in base alle quali l’importo delle tasse universitarie dipende dal reddito familiare. Una cosa sacrosanta in teoria, ma profondamente ingiusta nella pratica, che favorisce i tanti evasori formalmente nullatenenti o quasi a scapito degli studenti con famiglie a reddito fisso, che finiscono ancora una volta a dover pagare anche per i disonesti.

Un esempio eclatante è la Bocconi di Milano, che divide gli studenti in quattro fasce patrimoniali a cui corrispondono tasse comprese fra circa 5.000 e 11.000 euro all’anno. Avete letto bene, 5.000 euro di tasse per la fascia minima, relativa ad un patrimonio familiare fra 0 e 52.000 euro! Si tenga conto che nel patrimonio familiare bisogna includere tutti i redditi, anche quelli esenti dal punto di vista fiscale, oltre che il 10% del valore catastale degli immobili di proprietà [1].

Insomma, uno studente della Bocconi con i due genitori che percepiscono un reddito fisso medio-basso e con una casa di proprietà finirà di sicuro almeno in seconda fascia, pagando 7.000 euro di tasse all’anno, quasi il doppio del collega figlio di un gioiellere che, poverino, guadagna appena 17.000 euro medi all’anno.

Si dirà: ma la Bocconi è una università privata, e quindi fa pagare chi e quanto vuole. Magari! La Bocconi ha ricevuto nel 2012 ben 15 milioni di euro di contributi statali (l’11% in più rispetto al 2011, a fronte di un taglio del 5% nello stesso periodo per le università statali). Se questo è privato…

Altra obiezione: ok, le tasse saranno alte, ma almeno la Bocconi è una università di eccellenza. Anche questa è una convinzione sbagliata. La Bocconi si posiziona sempre a livelli mediocri nelle classifiche internazionali di qualità, e l’altissimo livello delle tasse universitarie la obbliga a far iscrivere anche gli studenti classificatisi molto indietro nelle graduatorie dei test di ammissione.

Ma come fanno all’estero? Prendiamo per confronto la London School of Economics and Political Science, la prima università non USA in questa classifica mondiale nel settore Economia e Finanza (in questa classifica la Bocconi si trova in un punto indeterminato fra il 100 e il 150 posto, su un totale di 200 università). Se si riesce ad entrare (basta compilare un modulo online con il proprio curriculum, senza test più o meno cretini, tasse di ammissione o burocrazia varia), è vero che bisogna pagare la bella cifra di 9.000 sterline (più di 11.000 euro) all’anno, ma non bisogna farlo immediatamente.

Students ordinarily resident in England and EU students do not have to pay any tuition fees up front. Instead, the cost of tuition is covered by a non-means tested government loan which you will only start to repay once you have left university and are earning over £21,000 per year.

(Gli studenti residenti in Inghilterra e nella Unione Europea non devono pagare anticipatamente le tasse universitarie. La retta è coperta da un prestito governativo non soggetto a particolari condizioni di reddito, che lo studente inizierà a restituire solo al termine dell’università, quando guadagnerà più di 21.000 sterline (26.000 euro) all’anno).

Come se non bastasse, l’università aiuta gli studenti anche per quanto riguarda le spese di residenza a Londra.

Mi chiedo se non sia molto più giusto dal punto di vista sociale questo sistema, che permette ai migliori anche se a basso reddito di frequentare una università di primissimo piano (evidentemente con la certezza di trovare rapidamente un lavoro ben pagato alla fine degli studi), rispetto alle nostre presunte garanzie, fasce di reddito, ISEE e sciocchezze analoghe, che favoriscono soprattutto i truffatori.

Oltre che favorire — associate a raccomandazioni e nepotismo — la decadenza sempre più rapida ed inarrestabile del nostro sistema universitario e della ricerca in generale.

Mentre stanno finendo le mie vacanze, vorrei chiudere con questo posto le mie ultime disquisizioni un po’ amare sul mondo dell’università italiana, tornando a temi più tecnici e leggeri. Spero di non aver annoiato troppo con i miei sfoghi polemici.


[1] Ad esempio, il Politecnico di Torino da questo punto di vista è molto più equilibrato. Le sue tasse annuali ammontano ad un massimo di 2.500 euro, con una diminuzione (fin troppo granulare) in base al reddito familiare, pesata in modo tale che le tasse siano pari al massimo a circa il 3% del reddito lordo, corrispondenti al 4–6% del reddito netto.

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Pubblicato su scienza
8 comments on “L’università italiana è anche questo: decadenza inarrestabile
  1. Fabio1971 ha detto:

    Interessante, davvero…

    Non del tutto OT….

    Mia figlia inizierà a giorni le elementari ed io sono da mesi avvolto nell’angoscia più nera perché non riesco ad ipotizzare quali saranno metodi, capacità, risorse, situazione reale della scuola e soprattutto quanto le insegnanti, che mi immagino saranno normali cinquantenni non particolarmente tecnologiche, saranno al passo con i tempi…

    Mia figlia, come molti altri, è nata e vissuta circondata dalla tecnologia… realmente…

    Anche se adora i libri e gioca normalmente, se deve fare qualcosa di interessante lo fa abitualmente su un iPad, con le possibilità che questa garantisce e che di sicuro non avrà a scuola, un paradosso, praticamente, a scuola farà cose MENO AVANZATE di quanto farebbe normalmente a casa…

    Questa cosa mi angoscia, perché credo che ALTROVE non sia così, ma che da noi sarà così anche quando la sorella appena nata andrà a sua volta alle elementari…

    Non voglio proprio pensare al resto del percorso didattico, spero abbiano entrambe la forza di farlo all’estero

    Scrissi proprio un articolo sfogo su Medium.com su questa cosa… mi tocca molto

    Se non ti disturba, ti lascio il link, altrimenti se non opportuno, CANCELLA senza problemi

    View story at Medium.com

    Grazie, scusa lo sfogo 🙂

    FABIO SCHIANO

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    • Sabino Maggi ha detto:

      Figurati se cancello, anzi, quello che scrivi è molto interessante, questi dubbi li ho avuti anch’io (e li ho tuttora) anche se in termini un po’ diversi.
      Ma proprio perché interessante, preferisco rispondere con un post specifico, sulla mia esperienza personale, ammesso che possa mai servire a qualcuno. 🙂

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  2. frix ha detto:

    Vedi che ci avevo visto giusto?
    Sabino Ministro… Subito!
    Come direbbe qualcun’altra: senza se e senza ma!


    @ Fabio

    Mia figlia è un po’ più avanti nelle elementari… Con mia moglie si parlava l’altro giorno se non sia il caso di cercare scuole medie, che (ahinoi) saranno sicuramente a pagamento, in cui si usi –per davvero– iPad, LIS e computer (mi andrebbe bene anche windows, per il momento).
    Ci interroghiamo su ciò in virtù dell’esperienza fatta fino ad oggi. Un esempio su tutti: se non intervenivamo noi con pazienza e impugnino le maestre non correggevano manco l’impugnatura della matita.
    Hai voglia di dirmi che il bambino deve essere libero di fare come si sente!
    La tecnica corretta —sviluppando la manualità– serve, non ci sono balle! Non da sola, ma serve.

    Dopodiché non apro tutto il libro sul perché la scuola abbia una LIS ma la usi una sola classe. Basta dire, sempre a titolo esemplificativo, che una delle maestre ha detto a mia moglie di non aver tempo per imparare ad usarla. Sicché resta dove sta.

    Poi apri il web e guardi un po’ di video su cosa fanno molti bambini (in Italia, non a Cupertino!) e ti chiedi se stai sognando: calcoli complessi con una facilità (e una logica) che impressionano.

    Ora io sono qui che a 50 anni ho imparato LaTeX, studio e uso cad e BIM, mi aggiorno per stare sul mercato, che altrimenti mi espellerebbe naturalmente senza alcuna remora. E, tutto sommato, trovo sia coerente che ciò avvenga in un mondo che –giusto o sbagliato che sia (non questo il luogo per dissertarne)– ha nella capacità di utilizzo della tecnologia una delle molle che lo fanno girare.
    Perché la scuola (e in generale il mondo delle azienda statali) segue regole differenti? perché un insegnante –oggi — può non sapere usare la LIS, un computer o tecniche di comunicazione contemporanee? Soprattutto perché se non si aggiorna può restare a lavorare –pagato dalla comunità– costituendo un vero e proprio freno per lo sviluppo delle capacità delle generazioni future?
    Mi figlia (che in questo non è certo una mosca bianca o una infante prodigio) potrebbe insegnare ad usare l’ipad alla sua maestra: ha senso?

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    • Sabino Maggi ha detto:

      @frix: anche perr te vale quello che ho scritto più sopra. Ci sono passato,anche io, le mie figlie sono più grandi, e forse proprio per questo non mi preoccuperei più di tanto. Ma vediamo se riesco a scrivere qualcosa di sensato in proposito in tempi brevi (tanto oggi piove).

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  3. frix ha detto:

    …Perdonatemi gli errori di ortografia e sintassi. Ho scritto di getto senza rileggere con la dovuta attenzione.

    Acc… proprio nel post sulla sQuola!
    🙂

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  4. frix ha detto:

    @Fabio
    avrei scritto un commento a è quasi magia Johnny ma non si può, peccato.
    Mi è piaciuto.

    Nell’altro post –quello sul recupero dell’iPad– hai tralasciato di citare il fattore “C”
    🙂


    Per inciso
    sto andando avanti con GHOST, in locale. Lo carico e lo padroneggio, sebbene non ancora in modo ottimale e produttivo.
    Ora devo risolvere il problema delle pagine statiche che non si caricano. Ma, da quanto leggo sul web, è un problema comune.

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    • Fabio1971 ha detto:

      Ciao

      Mi fa piacere….

      Due cose veloci, perché sono impegnato con un cliente e. Posso giusto prendermi due minuti

      1) commentare su Medium si può ma in una maniera diversa, tramite annotazioni, non so se occorra però essere registrati, poi controllo e ti spiego se vuoi perché sto usando questa piattaforma

      2) sempre se interessa, appena ho un minuto vi faccio vedere lo sviluppo che ho fatto, alla mia maniera, di un blog con Ghost, perché dedicandogli un po’ di tempo sono emerse questioni interessanti, specie se possono facilitare la vita a chi ci sta contemporaneamente provando…

      Con piacere

      Fabio

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  5. frix ha detto:

    @ Fabio

    2) sempre se interessa, […]

    … interessa.

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