Da melabit a melabit: la scelta dell’hosting

Dopo l’introduzione generale di un mese fa (è già passato un mese!), eccoci subito a quello che forse è il passo più difficile della transizione, la scelta del servizio di hosting. Nella maggior parte dei casi, per avere una presenza su internet dobbiamo appoggiarci ad una azienda (provider) che ci mette a disposizione il server che ospita il sito (il servizio di hosting propriamente detto) e tutta l’infrastruttura hardware e software che rende il sito raggiungibile attraverso internet.

Ho letto da qualche parte che scegliere un servizio di hosting è come sposarsi: bisogna scegliere il partner, stabilire una relazione e sperare che duri nel tempo. E come nel matrimonio, separarsi non è mai facile né privo di conseguenze negative. Non so quanto sia vera la parte riguardante la separazione (dal provider), ma posso testimoniare che la semplice scelta del servizio-partner si è dimostrata molto più complicata di quanto potessi immaginare. Ho pensato quindi di elencare le linee guida che ho seguito per la scelta, sperando che possano essere utili anche a qualcun’altro.

Prima di iniziare un piccolo disclaimer: questi consigli sono adatti a chi voglia mettere su un blog o un sito web per un professionista o una piccola azienda, magari anche un piccolo sito di commercio elettronico. Chi ha bisogno di gestire un sito web di livello superiore farà meglio a rivolgersi altrove, i principi di base sono più o meno sempre gli stessi ma cambia parecchio il peso che si da ai vari fattori. E poi, è più che probabile che in questi casi non vi basti più un normale servizio di hosting condiviso (shared hosting) ma che abbiate bisogno di un server virtuale privato (VPS) o perfino di un server “fisico” vero e proprio (dedicated hosting).

Su internet le guide alla scelta dell’hosting non mancano, purtroppo per la maggior parte non sono altro che degli spot pubblicitari per questo o quel provider. Fra tutte quelle a cui ho dato una occhiata, l’unica che mi sento di consigliare è questa guida di SitePoint: c’è anche qui un po’ di pubblicità, ma almeno quelli di SitePoint lo ammettono onestamente.

Avere pazienza. Non sto scherzando, è una cosa fondamentale. I provider che forniscono servizio di hosting sono centinaia, se non migliaia (nel mondo). Ognuno di loro a parole fornisce un servizio esemplare, una assistenza immediata, un prezzo stracciato. Nella maggior parte dei casi sono balle o perlomeno affermazioni piuttosto esagerate. Di conseguenza dovete rassegnarvi a navigare a lungo in rete, per cercare di capire cosa offrono (e soprattutto non offrono) i vari provider e se le varie offerte vi danno quello che vi serve veramente.

Niente è per sempre. Niente è per sempre, soprattutto su internet. Un certo numero di aziende nascono, crescono e prosperano. Ma tante di più chiudono malamente dopo pochi anni. Come potete fidarvi di provider semisconosciuti che offrono servizi di hosting a vita, da pagare ovviamente sempre in anticipo, magari allettandovi con lo zuccherino di uno sconto mai visto?

Provare il servizio. Sono invece molto interessanti i provider che offrono pagamenti su base mensile o bimestrale. Si spende di più, è vero, ma si può provare direttamente la qualità del servizio offerto. E dopo un mese o due di prova sul campo, potrete decidere a ragion veduta se rimanere con quel provider passando ad una tariffazione annuale o se cambiare aria in cerca di qualcosa di meglio. E poi, se un provider decide di copiare Netflix e di farsi pagare ogni mese, secondo me sa il fatto suo ed è sicuro che il servizio che offre non fa fuggire i clienti dopo i primi trenta giorni. Proprio come Netflix.

Tenere i piedi per terra. Forse è una banalità, ma prima di scegliere questo o quel contratto bisogna fare due conti e valutare quanto spazio occuperà il vostro sito (oggi e nei prossimi anni). Con “spazio” intendo proprio lo spazio occupato sul disco rigido del server dai testi, dalle immagini e magari dai documenti allegati nonché, se usiamo un CMS dinamico come WordPress, Drupal o, Dio ce ne scampi!, Joomla, dal database associato. Altrettanto importante è valutare il numero di utenti che visiteranno il sito. Inutile acquistare un servizio di hosting con spazio su disco “infinito” e banda di traferimento dati altrettanto “infinita” se poi non vi serve. A parte che l’infinito qui non esiste, a che vi serve tutto questo spazio se oggi avete solo dieci pagine e cento visitatori al giorno? Meglio iniziare con un contratto base, assicurandosi di poterlo aggiornare prontamente quando ce ne sarà bisogno. Anche perché i servizi di hosting forniti dai vari provider cambiano molto velocemente seguendo l’evoluzione tecnologica, per cui è probabile che, quando avrete veramente bisogno di più spazio e di più banda, riuscirete a spuntare prezzi e condizioni decisamente più convenienti di quelli odierni.

Ciò che è veramente importante. Tre parole: HTTP2, SSL, backup. Se il provider non vi garantisce queste cose fondamentali, andate da un’altra parte. E se ve le fa pagare a parte, valutate bene se vi conviene o se non è meglio rivolgersi altrove. In tutti i casi, su questo non ci piove, dovete averle tutte e tre. Per il backup in particolare, non fidatevi del provider e fate voi stessi un backup periodico del sito in aggiunta a quello automatico, che in ogni caso deve essere almeno giornaliero (penso comunque che nessun provider oggi possa pensare di stare sul mercato con qualcosa di meno). Perché? Perché non potete mai essere sicuri che il backup del provider funzioni finché non succede il fattaccio e in quel malaugurato caso è meglio avere una seconda alternativa. Ma anche perché potete essere ancora meno sicuri che un bel(?) giorno il provider non chiuda tutto all’improvviso, lasciandovi senza servizio e pure senza backup.

Ciò che è abbastanza importante. Server che usano dischi SSD al posto di quelli meccanici. Ho qualche dubbio che facciano veramente la differenza, vista la scarsa qualità delle linee dati del nostro Paese (che me ne faccio di un server che legge velocissimamente i file dal disco se poi ci vuole un sacco di tempo per trasmetterli a destinazione?), però i dischi SSD sono più affidabili di quelli meccanici, quindi perché no?

Ciò che è piuttosto importante. Se il provider vi offre una CDN o dispone di più server sparsi per l’Europa (come è sufficiente per un sito italiano) o per il mondo, fateci un serio pensierino sopra, soprattutto se il prezzo è onesto. La velocità su internet è tutto, se il sito ci mette più del dovuto a caricare e testi e le immagini, i visitatori si scocciano e scappano via. Non ci vuole molto, basta un ritardo di due o tre secondi. Le nostre linee dati si danno già parecchio da fare per rallentare la velocità di accesso ai siti (l’avete già letto prima), per cui è consigliabile stare sul sicuro e ridurre per quanto è possibile gli altri colli di bottiglia. Non è male poter anche avere un accesso al server tramite SSH, ma solo se sapete già usare il Terminale, del Mac o di Linux, perfino quello di Windows (finalmente dalle parti di Microsoft si sono decisi a metterne uno decente).

Ciò che è incontrollabile. Tante guide che ho letto prestano molta attenzione (troppa attenzione, secondo me) ad aspetti come l’affidabilità del servizio di hosting, la velocità nel rispondere alle richieste di aiuto, la qualità del supporto tecnico, la reputazione dell’azienda. Purtroppo sono tutti fattori sui quali non potete avere il minimo controllo, almeno finché non provate il servizio per qualche mese (anche per questo è utile poter iniziare con dei pagamenti mensili). In teoria la reputazione aziendale può essere valutata leggendo qualche recensione sul web o dando una occhiata a quello che dicono i social. In teoria. Nella pratica le recensioni sono inutili, nel 99.99% dei casi sembrano, e sono, solo pubblicità. Sull’affidabilità di quello che compare sui social è inutile sprecare tempo e parole.

Sicurezza. Dovrei consigliarvi di scegliere un provider che curi particolarmente bene la sicurezza dei server e della infrastruttura di rete. Che disponga degli strumenti software adatti a respingere le principali tipologie di attacchi e che soprattutto sappia usarli. Che aggiorni rapidamente i software che girano sui server e magari anche quelli utilizzati dai siti web dei clienti, in modo da riparare velocemente alle vulnerabilità, agli errori di programmazione, che vengono scoperti ogni giorno e che possono essere sfruttati dai tanti malintenzionati che girano per il web. Purtroppo tutto ciò è forse ancora meno controllabile a priori della qualità del servizio offerto dal provider, e in questo caso anche i mesi di prova iniziale non bastano a darvi informazioni utili su questo aspetto (fondamentale) del servizio. In questo caso particolare, una azienda nota e attiva da parecchi anni è potenzialmente preferibile ad una startup appena nata, ma non è neanche detto a priori, magari i gestori della startup sono particolarmente esperti in questo campo e possono agire con una rapidità ed una efficienza impossibili per una azienda di grosse dimensioni. Insomma, la questione sicurezza è veramente spinosa, l’unica cosa che mi sento di consigliare è quella di provare a verificare se il provider che avete scelto è stato soggetto ad attacchi nel passato e come ha reagito. Però è un consiglio molto debole, lo so, spero che qualcuno abbia delle idee migliori.

Prezzo chiaro. Questa cosa la metto alla fine, in modo che sia più evidente. Non so a voi, a me danno profondamente fastidio quei provider (e sono tanti, anche fra i più quotati, come Bluehost, SiteGround o per stare in Italia, Aruba o 1&1) che propongono un prezzo molto basso per il primo anno, che poi si duplica (o si triplica) negli anni successivi. Un sito web non è un affare di un solo anno, e anche il servizio di hosting dovrebbe essere una relazione a lunga scadenza. Un provider lo sa benissimo e, se fa così, mi da l’impressione di essere un furbetto che applica la stessa politica di marketing di un supermercato. Con la differenza che ci vuol poco a cambiare supermercato, mentre trasferire il sito da un provider all’altro è una faccenda molto più complicata.

Trasferimento. Se avete già un sito web e volete cambiare provider, siate consapevoli che trasferire il sito, fra DNS, dominio, email, database, CMS (e di tante altre cose che ora non mi vengono in mente), non è facilissimo. Se avete conoscenze tecniche sufficienti e tempo a disposizione fatelo pure da voi, in tutti gli altri casi vale decisamente la pena affidarsi al provider che avete scelto. Costa un po’ ma dubito che ve ne pentirete.

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2 comments on “Da melabit a melabit: la scelta dell’hosting
  1. Luther ha detto:

    Non sono d’accordo sulle critiche a joomla, nel corso degli anni ho realizzato diversi siti e di alcuni di questi ho curato anche il passaggio alle versioni successive, tanto per intenderci sono partito dalla 1.5 per arrivare fino alla 3.5 (che ho installato solo in locale su mamp).
    Fra i siti quello che ho realizzato, uno in particolare l’ho seguito giornalmente per 5 anni, con i vari aggiornamenti annessi ed è stato quello di un grande istituto scolastico di Genova: il Convitto Nazionale C. Colombo; del quale fanno parte una Scuola Primaria, tre Scuole Secondarie di Primo Grado, un Liceo Scientifico, il Convitto Residenziale (praticamente un albergo) e il semiconvitto con le attività annesse (per gli studenti non residenti nel convitto 24 ore su 24)… Insomma un sito di assoluta complessità e bisognoso di aggiornamenti plurigiornalieri. Non ho mai avuto un problema nonostante che oltre a me ci mettessero le mani anche gli applicati di segreteria, ciascuno con i loro privilegi, che dovevano aggiornare di continuo l’abo online, la segreteria digitale etc.
    Joomla è estremamente flessibile e con una curva d’apprendimento non particolarmente impervia, anche se alcune personalizzazioni richiedono un minimo di capacità nella scrittura del CMS; ma niente di così trascendentale.
    Per quanto riguarda il provider la scelta a suo tempo era caduta su Aruba, che pur con tutti i suoi limiti è garanzia di solidità, sicurezza e assistenza in caso qualcosa vada storto; certo più volte a settimana procedevo a copie di backup, che una volta scaricate in locale facevo girare su mamp per essere sicuro che tutto funzionasse per il meglio in caso di catastrofe.
    È grazie a joomla tutto, plugin compresi, erano gratuiti, con la spesa annua che ricadeva esclusivamente sul costo di Aruba.
    Purtroppo con la sempre maggiore complessità delle leggi che vincolano gli enti pubblici dal gennaio scorso ci siamo affidati mani e piedi per via della gestione della segreteria digitale e company a spaggiari; una scelta poco flessibile ma che richiede una minore attenzione da parte della segreteria nell’immissione dei documenti, che avviene in modalità semiautomatica, ovvero il back end ha alcuni plugin che riconoscono il documento e lo inseriscono nella giusta sezione.
    Così dal gennaio scorso ho passato la mano e non mi occupo più del sito, troppo poco flessibile, troppe soluzioni preconfezionate, oltre a essere poco creativo, stimolante e divertente per i miei gusti.

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    • Sabino Maggi ha detto:

      Ti ringrazio per la risposta, e ancora di più per aver raccontato la tua esperienza.

      Purtroppo ho l’impressione che a volte i software a volte piacciano (o no) per ragioni che vanno al di là delle loro qualità intrinseche (a me almeno succede). Joomla è uno di questi.
      L’ho provato a lungo anni fa, quando dovevo costruire un sito piuttosto elaborato con livelli di accesso multipli, e mi è sembrato che avesse una logica troppo confusa per la mia mentalità programmatoria ma niente affatto pratica dei linguaggi del web. Mi è piaciuto ancora meno che la maggior parte dei plugin utili fosse a pagamento.
      Sono andato a recuperare le note che presi allora, ed ecco cosa avevo scritto:
      “Un altro possibile concorrente è sempre stato Joomla, particolarmente bello dal punto di vista grafico, ma con gravi mancanze di funzionalità per quanto riguarda la gestione dei gruppi e penalizzato dal fatto che i migliori moduli aggiuntivi sono a pagamento. La ricerca e la scelta del modulo “giusto” è inoltre particolarmente difficile.”
      (by the way, in quella occasione alla fine ho usato Drupal).

      È chiaro che tanti non la pensano come me e lo usano tranquillamente, tu sei fra questi, ma dopo la prima impressione poco positiva (i plugin sono una parte fondamentale di un CMS) devo ammettere che non l’ho più guardato.
      Nell’articolo di sopra ammetto di esserci andato un po’ troppo pesante, ma era più che altro per metterlo in contrapposizione con WordPress o Drupal che per demeriti intrinseci.

      Aruba invece è uno di quei provider che non ho mai considerato, devo ammettere che per queste cose sono sempre diffidente di tutto quello che è italico.

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