Da melabit a melabit: fare da sé?


Fonte: Glen Carrie su Unsplash.

Non avrei mai immaginato che sarebbe passato un anno intero prima di riuscire a scrivere ancora di trasferimento del blog, hosting e così via. Nel mezzo c’è stata una transizione lavorativa improvvisa e quasi inaspettata oltre che vari impegni familiari improrogabili e non sono riuscito a fare di più. Ma abbiamo già perso troppo tempo, quindi meglio venire subito al dunque.

Fare da soli

Abbiamo già visto come scegliere il servizio di hosting, cioè l’azienda (o provider) che gestisce l’infrastruttura hardware e software su cui si basa il nostro sito web e che lo rende raggiungibile attraverso la rete. Un provider ha un certo costo, che per un blog personale o un sito web di un professionista o di una piccola azienda può andare da un minimo di 20-30 euro a qualche centinaia di euro all’anno, a seconda del provider, dei servizi scelti e del livello di supporto desiderato. A fronte di questa spesa assolutamente ragionevole, utilizzare un provider permette di delegare la gestione di tutta l’infrastruttura hardware, l’aggiornamento del sistema operativo e del software su cui si basa il sito, la sicurezza, il backup e così via, a degli esperti professionisti (si spera!), lasciando a noi solo il compito di gestire i contenuti veri e propri del sito.

Ma… e se volessimo lo stesso fare da soli? Magari perché vogliamo imparare a gestire un server. Oppure perché vogliamo provare diverse soluzioni prima di decidere come realizzare definitivamente il nostro sito. Perché siamo restii a far gestire il nostro sito da un provider che domani potrebbe scomparire. Per semplice curiosità o perfino perché vogliamo riutilizzare come server web un vecchio computer lasciato a marcire in cantina.

Cominciamo dalla fine. Se sperate di poter fare quello che era così comune agli albori del web, prendere un computer ormai vecchio e poco performante e fargli gestire il vostro piccolo sito web, mi dispiace ma dovete ricredervi. Il web di oggi è molto diverso da quello di 15-20 anni fa, è infarcito di JavaScript, di contenuti dinamici, di CSS, di decine di altre tecnologie completamente sconosciute anche solo cinque o sei anni fa. Un computer vecchio, con un processore obsoleto, poca RAM, con un hard-disk lento come una lumaca, non ce la fa più a gestire in modo efficiente il web odierno, a meno di non ostinarsi a realizzare un sito vecchio (anzi, vecchissimo) stile, con le pagine scritte in HTML puro e collegate manualmente l’una all’altra. Un sito come quelli di GeoCities o giù di lì.

Raspberry Pi

Per fortuna per un sito web non serve nemmeno una workstation superpotente con processore Xeon e decine di gigabyte di RAM, è sufficiente un computer moderno anche se a basso costo.

E fra i computer a basso (o meglio, bassissimo) costo disponibili sul mercato, il più interessante è senza alcun dubbio il Raspberry Pi, il microcomputer grande poco più di un pacchetto di sigarette (si può dire ancora?) che ha prodotto una vera e propria rivoluzione fra i cosiddetti maker, che lo usano per i progetti più svariati e a volte incredibili, dai semplici sistemi domestici di videosorveglianza o intrattenimento a progetti avanzati di monitoraggio ambientale, robotica o intelligenza artificiale.

Se il Raspberry Pi va bene per queste applicazioni, a maggior ragione può essere usato per implementare un NAS, un servizio cloud personale o un server web casalingo (dove con questo termine intendo indicare in generale un blog personale o un sito di un professionista o di una piccola azienda).

Io ho provato a trasferire questo blog sul mio Raspberry Pi 3 B e ha funzionano tutto perfettamente, molto meglio di quanto mi sarei potuto aspettare. Per farlo, ho installato Raspbian (la versione di Debian GNU/Linux specifica per il Raspberry Pi) scegliendo la versione Lite senza interfaccia grafica,1 ho installato e configurato WordPress seguendo queste istruzioni stringate ma molto chiare e infine ho trasferito tutto il contenuto del blog usando il plugin di esportazione installato di default in WordPress. Più o meno due ore di lavoro, andando piano e controllando bene quello che stavo facendo.

I risultati sono andati oltre le più rosee aspettative: la velocità di accesso al blog era indistinguibile da quella garantita dall’hosting attuale su WordPress.com e anche l’utilizzo del backend, cioè del sistema di gestione di WordPress (articoli, file allegati, plugin, utenti e così via), non faceva assolutamente rimpiangere quello a cui sono abituato ormai da tanti anni.

A chi volesse provarci a sua volta e non ha già un Raspberry Pi a disposizione, consiglio di acquistare il modello più recente, il Raspberry Pi 3 B+ (costa 32 euro su Amazon, qualcosa di più su PiHut), e una scheda micro SD veloce da almeno 16-32 GB, tenendo conto che la velocità della scheda è molto più importante della capienza.

Pro e contro

Il Raspberry Pi è perfetto per imparare a gestire un server web e il sistema Linux associato oppure per fare delle prove con diversi CMS o generatori di siti statici prima di scegliere quello che vogliamo usare per il nostro sito.

Il Raspberry Pi non ha nemmeno bisogno di essere collegato ad un monitor e ad una tastiera e mouse, ma può essere gestito senza problemi da remoto tramite l’interfaccia ssh (naturalmente bisogna avere dei rudimenti di conoscenza del Terminale, cosa comunque necessaria per chiunque voglia imparare a gestire Linux e un sistema server). In più è molto piccolo, messo in un case come questo o questo fa la sua figura e può essere tenuto tranquillamente in bella vista sulla scrivania o accanto al router.

Ma anche se, come io stesso ho potuto verificare, funziona molto bene con WordPress e probabilmente anche con qualunque altro CMS o sistema statico che ci possa venire in mente di installare, usare un Raspberry Pi come sistema definitivo sul quale ospitare un server web (ma anche un NAS o un cloud casalingo) richiede di curare attentamente una serie di dettagli niente affatto trascurabili. È importante tenere presente che, anche se l’articolo è focalizzato sull’uso del Raspberry Pi, le considerazioni che seguono valgono in parte per qualunque computer che possiamo voler usare come server web.

  • Il processore del Raspberry Pi genera poco calore e non ha bisogno di un dissipatore o di una ventola. Ma il microcomputer è progettato per essere usato per qualche ora e poi spento, cosa succede se lo teniamo acceso 24 ore su 24? Ci sarà bisogno di montare un dissipatore metallico o una ventola, oppure di usare un case metallico adatto a dissipare il calore prodotto dal processore (io ho fatto così).

  • Le schede SD utilizzate dal Raspberry Pi come memoria di massa sono notoriamente fragili e poco adatte ad un uso prolungato. Ci sono soluzioni che permettono di utilizzare un disco esterno meccanico o SSD (o anche due) al posto della scheda SD, sono molto interessanti ma richiedono un minimo di manualità e di esperienza per installare e configurare il tutto.

  • Alimentare un server con un alimentatore da parete e il suo fragile connettorino microUSB ha un livello di affidabilità decisamente scarso. Se poi aggiungiamo un disco esterno, è facile che la potenza fornita dall’alimentatore USB diventi insufficiente. Molto meglio usare un alimentatore ad hoc, magari insieme ad un case adatto ad ospitare tutti i componenti come questo (si veda anche la figura qui sotto). Purtroppo, mettere insieme una cosa del genere richiede un livello di manualità e di esperienza ancora più elevato.


Fonte: The Stuff We Build, Raspberry Pi Web Server.

  • Sempre in tema di alimentazione elettrica, per usare il Raspberry Pi come server è indispensabile aggiungere una batteria tampone, adatta a tenere il Raspberry Pi alimentato anche in assenza di corrente elettrica, meglio se associata ad un piccolo UPS per il router (se va via la corrente di casa e il router si spegne, tenere alimentato il Raspberry Pi non serve comunque). Il solo UPS può anche andare bene per alimentare i due dispositivi, bisogna solo controllare che abbia una potenza sufficiente ad alimentare il router ed il Raspberry Pi per diverse ore.

  • Un server web ha bisogno di un nome di dominio e di un indirizzo IP associato. Per il nome di dominio c’è poco da fare, va richiesto necessariamente ad una azienda intermediaria (registrar) come Register.it, GoDaddy, Cloudflare, Google Domains e costa circa 10-15 euro all’anno (spesso molto meno il primo anno). Al nome di dominio bisogna associare l’indirizzo IP del nostro sito, che in genere è gestito direttamente dal provider del servizio di hosting. Se vogliamo fare da soli dobbiamo riuscire ad ottenere in qualche modo un indirizzo IP personale. Purtroppo i normali provider telefonici che usiamo per accedere ad internet da casa o dall’ufficio, Wind/Infostrada, Vodafone o simili, ci assegnano degli IP dinamici, che possono cambiare nel tempo, mentre a noi serve un IP statico, da associare una volta per tutte al nome di dominio. Scordatevi i servizi di DNS dinamico come DynDNS, OpenDNS o NoIP e simili, questi possono andar bene per accedere di tanto in tanto alla videosorveglianza o ai dispositivi IoT di casa, non certo per un server web. L’unico provider che conosca che fornisce facilmente un IP statico ai clienti è Fastweb, basta chiederlo ed è anche gratuito.

  • Da non dimenticare la questione dell’aggiornamento e della messa in sicurezza del sistema operativo e dei pacchetti software che utilizziamo per realizzare il sito web. Linux è intrinsecamente un sistema operativo sicuro, ma ciò non toglie che bisogna preoccuparsi di aggiornarlo frequentemente, nonché di aggiornare tutti i pacchetti software di contorno, in particolare quelli utilizzati per il sito web, in modo da evitare non solo che il sito finisca sotto il controllo di qualche script kiddie che non ha di meglio da fare, ma soprattutto che il nostro microcomputer diventi una base di partenza per i malintenzionati della rete per effettuare attacchi mirati a più vasta scala.

Conclusioni

Come è facile notare le mie perplessità sull’uso del Raspberry Pi come server web casalingo (così come di qualunque altro computer usato per questo scopo) sono soprattutto di natura hardware, e in fondo riflettono il fatto che questo microcomputer nasce come sistema sperimentale o di sviluppo, non come sistema affidabile da tenere in funzione 24 ore su 24.

Anche dal punto di vista puramente economico non mi sembra una grande idea: fra Raspberry Pi, UPS, case e accessori vari si rischia di superare facilmente il costo di un servizio di hosting pluriennale, con in più i tanti grattacapi descritti.

Il Raspberry Pi invece è imbattibile come sistema didattico ed è di sicuro uno dei migliori acquisti che si possano fare in questo momento, una specie di ritorno ai tempi eroici degli anni ’80 quando chi comprava un computer come il Commodore 64, lo Spectrum o, per i più fortunati, l’Apple II doveva rimboccarsi le maniche e imparare i rudimenti della programmazione e magari anche dell’elettronica per usarlo al meglio. È una vera fortuna che quei tempi siano tornati, oggi.

Da melabit a melabit, la serie completa degli articoli


  1. La versione ideale per un server web al quale, dopo la configurazione iniziale, si accede quasi esclusivamente tramite l’interfaccia web. 
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