Sopravvivere al coronavirus: la cattiva scienza


Fonte: Louis Reed su Unsplash.

Una delle conseguenze della pandemia che stiamo vivendo è l’esplosione degli studi scientifici dedicati a scoprire le origini del virus, come si trasmette, quello che si può fare per controllarne e, si spera, limitarne la diffusione, oltre che naturalmente a trovare una cura per quelli che ne sono stati colpiti.

In realtà il termine esplosione non rende bene l’idea. Quello che sta succedendo è uno tsunami di idee, proposte, ipotesi, pubblicazioni. Ricordo momenti simili in passato — penso allo scoppio dell’HIV negli anni ’80 (un’altra pandemia, limitata però, almeno in Occidente, a gruppi sociali piuttosto ristretti), alla fusione fredda o ai superconduttori ad alta temperatura critica — ma niente di minimamente paragonabile a quello che sta succedendo oggi.

Le proposte di nuovi progetti di ricerca sull’argomento si susseguono a velocità supersonica, volendo provare a stare dietro a tutte si avrebbe bisogno di giornate di 96 ore, e chissà se basterebbero. In quanto alle pubblicazioni, sono stati pubblicati finora più di 10.000 articoli scientifici relativi al COVID-19 (ma per l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono almeno 15.000), la stragrande maggioranza fra aprile e questa prima metà di maggio. E questa è di sicuro una valutazione molto per difetto, visto che censisce soprattutto la letteratura di tipo biologico/medico/epidemiologico. Se si aggiungono gli studi statistici, i modelli matematici, l’hardware e il software sviluppato appositamente per questa emergenza e chissà quanti altri settori importanti della ricerca scientifica si arriva a circa 60.000 pubblicazioni. In due mesi!


In una circostanza come questo, adottare una politica di pubblicazione più snella di quella normale e condividere rapidamente tutte le informazioni disponibili può essere utile a salvare tante vite umane. Ma purtroppo questa condivisione rapida e con pochi filtri si presta anche ad essere sfruttata da tanti personaggi senza scrupoli, che stanno letteralmente inondando la letteratura scientifica di pessima scienza, con risultati incontrollati, fantasiosi o totalmente falsi.

Un vero problema, perché in mezzo a tanta abbondanza di pubblicazioni è molto difficile distinguere il grano dal loglio. Problema aggravato dal fatto che i media sono prontissimi a riportare qualunque nuova informazione al grande pubblico, senza preoccuparsi di verificarle, non dico a dovere ma almeno ad un livello minimo di decenza. E così in poche ore un farmaco testato alla carlona su una decina di soggetti presi a caso diventa la cura definitiva per il Coronavirus, con i social che ribollono di invettive contro i poteri forti che vogliono impedirci di sconfiggere la malattia per fare un favore alle multinazionali farmaceutiche.1

Invece, come dice Jackie Mogensen in un articolo dal titolo significativo, La scienza ha un lato oscuro e complicato. E il Coronavirus lo sta tirando fuori,

La buona scienza richiede tempo. Revisione tra pari. Replica [dei risultati]. Ma negli ultimi mesi, il processo scientifico per tutte ciò che riguarda il COVID-19 è stato [enormemente] accelerato. […]
I ricercatori corrono per fornire risultati, le riviste accademiche corrono per pubblicare e i media corrono per portare nuove informazioni a un pubblico impaurito e impaziente. Allo stesso tempo, le opinioni non verificate circolano ampiamente sui social media e in TV, riportate dai cosiddetti esperti, il che rende ancora più difficile la comprensione della situazione. La cattiva scienza — o per lo meno la scienza incompleta — sta semplicemente scivolando attraverso le crepe. […]
In un normale ciclo di notizie giornalistiche, la scienza ottiene meno dell’1 percento di copertura. […] Ma nel ciclo delle notizie attuale, l’unica cosa importante è la scienza. Quindi tutti, ogni economista, ogni fisico, ogni guru della tecnologia, tutti vogliono ottenere un pezzo di attenzione se pensano di poter collegare se stessi o di collegare il proprio passatempo, il proprio background, a qualcosa che sarà coperto [dai media].”

Non potrei essere più d’accordo.


Ma qual’è la cattiva scienza e come si fa a distinguerla da quella buona?

Come diceva Newton, gli scienziati guardano più lontano perché stanno sulle spalle dei giganti. La scienza va avanti per piccoli passi e ognuno fornisce il suo mattoncino alla costruzione comune. Anche i grandi salti in avanti — la teoria eliocentrica, l’evoluzione della specie, la tavola periodica, le equazioni di Maxwell, la relatività, la meccanica quantistica, la struttura del DNA — non sono mai un lavoro individuale, ma piuttosto la sintesi del lavoro paziente di decine o centinaia di ricercatori.

Per cui un buon criterio per identificare la scienza cattiva è verificare se propone delle risposte immediate e se non si fa mai assalire dal dubbio. Le soluzioni miracolistiche ai problemi complessi sono in genere solo un modo per cercare soldi e visibilità mediatica.2

Diffidare quindi di chi propone oggi la cura definitiva per una malattia di cui si sa ancora pochissimo, basandosi su un numero ridicolmente basso di pazienti guariti. Non è un genio, è un irresponsabile.

Diffidare anche di chi afferma di essere vicinissimo al vaccino. Non è vero. Magari può essere vicino ad una idea di principio di vaccino, che rimane comunque tutta da verificare. Per realizzare un nuovo vaccino partendo da zero ci vogliono normalmente 15 anni, e finora nessuno ci ha messo meno di 4 anni. Bisogna non solo dimostrare che funzioni, ma anche che sia sicuro, che non abbia (troppi) effetti collaterali e che le sue caratteristiche non degradino nel tempo. E poi che sia possibile produrlo e distribuirlo in dosi sufficienti (non dimentichiamo che stiamo parlando dell’intera popolazione mondiale). Realizzare un vaccino per il COVID-19 in un solo anno sarebbe un risultato mai visto. E anche molto improbabile.

Diffidare anche di chi afferma di sapere l’origine del virus, indipendentemente dal fatto che ne ipotizzi l’origine animale o umana. Affermare oggi con sicurezza che il COVID-19 arrivi dal famoso pipistrello del mercato di Wuhan — magari attraverso un ospite intermedio, il quasi altrettanto famoso pangolino che invece potrebbe dare indicazioni utili per la lotta alla malattia — oppure che sia un prodotto venuto fuori per errore da qualche laboratorio più o meno segreto, significa solo prendere in giro il mondo. Prima o poi qualcuno lo scoprirà, ma non bastano poche sequenze genetiche coincidenti per dirimere la questione, nemmeno se lo dice un premio Nobel. Per definire questa scoperta la cosa migliore è ispirarsi a Cambronne.


  1. Prima o poi qualcuno tirerà fuori la storia che il virus l’hanno messo in giro apposta per fare soldi. (O l’hanno già fatto?) 
  2. Caso di scuola sono certe ricerche in campo energetico, dalla fusione fredda alle reazioni piezonucleari autarchiche, fino al fantomatico E-Cat. Tutte idee risolutive che alla fine si dimostrano solo del puro vaporware, ma che garantiscono sempre un buon quarto d’ora di notorietà ai loro proponenti. 
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