Sopravvivere al coronavirus: la buona scienza


Fonte: Ousa Chea su Unsplash.

Se mi chiedessero se voglio sentire prima una notizia buona o una cattiva, non avrei dubbi e sceglierei la notizia cattiva, per potermi consolare poi con quella buona.

È quello che ho fatto con questi due articoli dedicati alla scienza del coronavirus, iniziando con un articolo dedicato alla cattiva scienza, mentre quello che state leggendo è dedicato alla scienza di buona qualità, quella che probabilmente ci farà fare dei passi avanti nella comprensione e nella lotta al virus.1


Prima di tutto un po’ di storia, quella degli ormai famosi ventilatori polmonari, inventati in Danimarca nel 1952 per far fronte ad una gravissima epidemia di poliomielite (il vaccino antipolio che abbiamo fatto tutti sarebbe arrivato solo alcuni anni dopo). Il primo modello di ventilatore polmonare doveva essere azionato a mano, schiacciando periodicamente un sacchetto pieno d’aria. Oggi la NASA, il CERN, il nostro l’INFN,2 e persino alcuni privati, stanno producendo modelli di ventilatori a basso costo, facili da fabbricare e da gestire, e ci sono perfino delle aziende che mettono online tutto ciò che serve per fabbricare i loro modelli più semplici di ventilatori.

Rimanendo sulla poliomielite, il virologo Robert Gallo, lo scienziato a cui è stato ingiustamente negato il premio Nobel per la scoperta dell’HIV, ha proposto di recente di usare il vaccino per la poliomielite come prima arma di difesa, temporanea e da rinnovare periodicamente, contro l’attacco del COVID-19. Il vaccino antipolio proposto da Gallo non è quello, disattivato, inoculato oggi a tutti i nostri bambini, ma la forma attiva, già somministrata per via orale a miliardi di persone. Non è detto che funzioni e ci ho pensato un po’ prima di inserire questa proposta fra la buona scienza. Mi ha convinto il fatto che, a differenza di tutti i possibili vaccini futuri contro il COVID-19, questo eventuale vaccino temporaneo è stato già testato su gran parte della popolazione mondiale e non comporta praticamente rischi per chi lo riceve (a differenza di quello che pensano gli sciocchi no-vax). In questo caso, quindi, provare non costa davvero nulla.

Altra idea potenzialmente interessante è quella di usare l’ozono, un ben noto antinfiammatorio naturale — la molecola di ozono contiene tre atomi legati uno all’altro che si scindono facilmente a formare la normale molecola biatomica di ossigeno — per trattare i pazienti in uno stato intermedio della malattia. L’ozonoterapia applicata alla cura dei malati di COVID-19 è attualmente in corso di sperimentazione presso alcuni ospedali italiani ed è ancora presto per affermare se funzionerà o no. Ma anche se per ora le evidenze scientifiche sono scarse, per l’ozonoterapia vale il discorso fatto per il vaccino antipolio: è una terapia ben nota, a bassissimo costo, somministrabile anche a domicilio e ha poche controindicazioni. Potrebbe meritare ulteriori studi più approfonditi.


Chi volesse saperne di più circa il modo in cui il COVID-19 attacca l’organismo, può dare una occhiata a questo studio molto dettagliato ed interessante, How does coronavirus kill? Clinicians trace a ferocious rampage through the body, from brain to toes. Se ho capito bene, l’infezione può attaccare praticamente tutto il corpo. Una notizia ben poco consolante.

Questo invece è un articolo che descrive come si identificano le mutazioni del virus e da quelle si determina come il virus si è diffuso nel mondo, Gene sleuths are tracking the coronavirus outbreak as it happens. Un riassunto di questi studi si può trovare qui, anche se bisogna ammettere che chi non si occupa di genomica riesce ad avere solo una idea molto vaga di quello che succede.


Sin dai primissimi giorni dell’emergenza, il mantra ripetuto in tutte le salse era la necessità di “appiattire la curva” dei contagi. Se qualcuno non sa ancora bene cosa significa, può dare una occhiata qui o, meglio ancora, può leggere questo bellissimo articolo, Why outbreaks like coronavirus
spread exponentially, and how to “flatten the curve”
, che contiene alcune simulazioni veramente ben fatte (c’è anche una versione in italiano).

Le simulazioni sono un strumento fondamentale per cercare di capire come si è diffuso il virus e quello che accadrà nei prossimi mesi. Purtroppo il numero di variabili di cui non si conosce il valore preciso è tale che è molto difficile riuscire a prevedere in modo affidabile il futuro. Questo è un problema intrinseco di tutti i modelli matematici, che hanno bisogno di basarsi su dati affidabili per poter funzionare al meglio. Per avere un’idea di quello che voglio dire, date un’occhiata qui, provate a modificare i parametri del modello e osservate come cambiano i risultati anche con piccole variazioni dei parametri di partenza. E questo è solo un modello semplicissimo, figuriamoci cosa accade con quelli complicati!


Le mascherine sono efficaci o no per prevenire la diffusione dell’infezione? Se si leggono questi due articoli su Nature e su JAMA sembra proprio di si, per cui non andate mai in giro senza. E se volete vedere cosa succede quando parlate o starnutite, date una occhiata a questo video a partire dal minuto 21 e 15 secondi (la parte più interessante dura 7 minuti). Dopo averlo visto vi sentirete degli untori ad ogni colpo di tosse. E correrete ad aprire tutte le finestre.

Più in generale, qual’è stata finora la strategia migliore per contenere la diffusione dell’epidemia? Prova a dircelo questo articolo molto interessante, Whose coronavirus strategy worked best? Scientists hunt most effective policies. Leggerlo aiuta a capire la complessità di queste analisi, che hanno bisogno di raccogliere moltissimi dati da fonti disparate, cercando di combinarli assieme in un formato unico. Un lavoro non da poco, che richiede il contributo di più di mille volontari.


Per finire, l’aspetto più interessante dal punto di vista personale, il legame fra la diffusione del COVID-19 e l’ambiente, ed in particolare lo stato dell’aria. Queste immagini probabilmente le avete già viste

L’animazione mostra chiaramente la diminuzione del livello di concentrazione del biossido di azoto ($NO_2$) in Europa, e in particolare nel Nord Italia, a seguito del blocco delle attività iniziato a marzo. Ma questo è solo un effetto del coronavirus, non la causa.

Ma se si guardano le mappe di distribuzione dei casi di infezione, non solo in Italia ma anche negli USA, si nota una buona correlazione fra la diffusione del coronavirus e la presenza di aree fortemente industrializzate, e quindi più inquinate.



Fonte: figura di sopra New York Times, figura di sotto EPA.

Questo potrebbe significare che le particelle inquinanti si comportano come vettori di trasporto del virus, oppure che l’esposizione per lungo tempo ad agenti inquinanti aumenta l’incidenza e la gravità delle malattie respiratorie, rendendo l’organismo maggiormente suscettibile all’azione del virus, con l’inevitabile conseguenza di aumentare il tasso di mortalità di chi viene colpito dall’infezione. Mi pare che sia una buona ipotesi di lavoro, che merita ulteriori approfondimenti.


A proposito di tasso di mortalità, avrei voluto parlare anche del perché questo è così basso in Germania rispetto agli altri paesi europei. Però alla fine mi sono convinto che non lo sappia ancora nessuno, e che le ipotesi sociali di maggiore distanziamento fra vecchi e giovani o quelle più politiche relative alla diversa qualità del servizio sanitario non riescano a raccontare tutta la storia. Sarà molto interessante verificare come evolverà questa storia.


  1. In questa divisione fra scienza buona e cattiva c’è una buona dose di opinione personale. Nondimeno, ci sono dei principi generali che dovrebbero permettere di riconoscere l’una e l’altra, anche se qualche errore è inevitabile. 
  2. Brilla l’assenza del CNR, il maggiore ente di ricerca italiano, intrappolato in pastoie burocratiche che negli ultimi mesi lo hanno praticamente paralizzato. 
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