Tech porn

Da ragazzo, oltre che su Playboy, sbavavo su immagini come questa, e sognavo di poter usare un giorno uno di questi strumenti complicatissimi.


Foto ArsTechnica.

Oggi continuo a sbavare ogni volta che vedo un laboratorio perfetto come quello Apple qui sotto, una vera goduria per i miei occhi da nerd.


Foto Apple.

Quello che ho avuto a disposizione è stato invece questo. Tutto sommato non male, soprattutto perché l’ho costruito pezzo pezzo io stesso in anni ed anni di lavoro, insieme ad un paio di collaboratori più giovani.

Però l’ordine e la perfezione tecnica del laboratorio Apple… beh, quella la invidio senza vergogna. Gli ingegneri di Apple non hanno bisogno di tenere su certi strumenti (piuttosto costosi, peraltro) con i cataloghi e le scatole di cartone!

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Pubblicato su scienza
3 comments on “Tech porn
  1. MailMasterC ha detto:

    A me hanno sempre fatto specie le foto delle postazioni di lavoro perfettamente ordinate, bianche, tirate a lucido. Vorrei veramente vedere lo stesso posto dopo una settimana di lavoro intenso. Le scrivanie, se usate, non mantengono mai troppo a lungo la loro aurea di perfezione e ordine! 🙂
    Personalmente, preferisco la situazione del tuo laboratorio: rispetto a dove lavoravo io, tutt’altro argomento ma sempre con monitor, cavi e strumentazione varia, almeno voi i cavi li avete ordinati e appesi! 🙂 E vuoi mettere la soddisfazione di dire: “Questo l’ho fatto io”? 🙂
    Inoltre voi scontate il fatto che tutte le apparecchiature non hanno un design standard e adattabile, quindi quando le metti assieme danno quest’aria di raffazzonato, ma che a me piace di più.
    Giusto quell’apparato sollevato a 2 metri di altezza con gli scatoloni mi incuriosice (cos’è? deve proprio stare così?) e magari ci troverei un’altra collocazione più al sicuro da spallate inavvertite. 🙂

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  2. Sabino Maggi ha detto:

    Hai ragione, un laboratorio dove si lavora veramente è incasinato, cavi, fogli, computer, tutto in giro. Ecco perché parlavo di tech “porn”, roba bella da vedere ma si sa che è finta. Però, lasciamelo dire, un laboratorio come quello Apple è lo stesso un bel vedere, anche se sai che nella realtà non è certo così.

    I cavi appesi, ordinati anche per lunghezza(!) erano una necessità, lavorando con l’elio liquido non si poteva perdere tempo (l’oggetto bianco dietro la pila di scatole è proprio un dewar di elio liquido) e mantenere l’ordine era la prima cosa che doveva imparare chi metteva piede nel laboratorio. Ogni mese si faceva anche una pulizia generale, mettendo tutto a posto, all’inizio sbuffavano poi capivano che era utile.

    Anche tenere le chiavi in ordine (figura no. 4) era fondamentale, non avete idea di quanti dadi ci sono in quelle macchine da ultra-alto vuoto e nei loro accessori. Non si dovevano smontare molto spesso ma quando serviva avere tutto vicino e prontamente disponibile era fondamentale.

    Hai ragione sul design non standard e l’aria raffazzonata (ultima figura): sembra roba buttata lì ma sono tutte cose di prim’ordine, tre oscilloscopi (il migliore era il Tektronik analogico che infatti conservavo gelosamente), due o tre generatori di segnale, un generatore di corrente che da solo costa più di un Mac Pro ben carrozzato, convertitori AD/DA da molti bit. C’era pure un amplificatore a valvole (in basso a destra) che dovevi ricordarti di accendere ore prima ma che amplificava senza rumore fino a frequenze bassissime, mai vista una cosa del genere.

    Con l’aiuto del tecnico di laboratorio (bravissimo, l’ho “preso” appena uscito dall’ITIS telefonando direttamente alle scuole e ha imparato tutto in pochissimo tempo), con cui mi capivo al volo, ho impiegato giorni a sistemare ogni piano e ogni strumento in modo che fosse tutto nel posto “giusto”, con le cose più usate raggiungibili senza alzarsi dalla sedia. Sembra una cosa stupida ma quandosi lavora si vede la differenza. Alzare ed abbassare i piani non era nemmeno uno scherzo, non solo per il peso degli strumenti da mettere e togliere, ma anche perché dietro ci sono attaccati i cavi e i connettori GPIB, le cose meno pratiche e maneggevoli con cui abbia mai avuto a che fare, chi li ha avuti per le mani sa cosa intendo. Tanti miei colleghi ricercatori non si sporcavano le mani con queste cose, ma a me piaceva da impazzire tenere un cacciavite in mano (e mi piace tutt’ora), e poi faceva anche “gruppo”, dare l’esempio e dimostrare di saper fare certe cose in prima persona faceva impegnare molto di più i più giovani.

    Il computer in basso aveva un DAT per il backup, solo quello costava un’iradiddio, lo conservavo anche se era molto vecchio perché era l’unico che poteva montare ancora la scheda ISA National di acquisizione dati. Pochi mesi dopo quella foto venne da me la nuova rappresentante National, una donna bellissima — avevo la fila di gente fuori dall’ufficio che “passava per caso” — e pure competentissima, che mi offrì un nuovo sistema National di acquisizione dati ad un prezzo stracciato. Lo presi e tolsi di mezzo il PC d’antan.

    Accidenti, questa risposta è un vero e proprio stream of consciousness, praticamente ci potevo fare un articolo.

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  3. Sabino Maggi ha detto:

    Mi sono però tenuto apposta a questione dei 2 metri per ultima. Lo strumento in cima alla pila di scatole è un misuratore di temperatura, normalmente non mi serviva perché lavorando in elio liquido sapevo a priori di essere a 4.2 K (-269 °C), ma in quell’esperimento volevamo vedere cosa succedeva a temperature maggiori di 4.2 K.

    Per farlo dovevamo alzare il portacampione — praticamente un tubo di acciaio lungo un metro e mezzo, con ad una estremità il campione da mettere in elio e all’altra la scatola con i connettori elettrici (è più o meno come questo, mentre in questa immagine si vede il campione “nudo”, prima di essere incapsulato nel tubo a vuoto; in queste immagini siamo in un laboratorio dell’ESA e quello curioso che guarda se tutto è a posto dovrei essere io) — mentre era infilato nel dewar bianco dietro gli scatoloni.

    Mettendo lo strumento di misura della temperatura sul tavolo non si riusciva ad alzare completamente il tubo portacampione, perché i cavi erano troppo corti, e soprattutto non si riusciva a sganciare il portacampione per continuare a misurare mentre il campione tornava alla temperatura ambiente. La configurazione precaria mostrata in figura invece funzionava molto bene, e siamo riusciti perfino a non far cadere lo strumento (che era in prestito).

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