Scrivere a mano sull’iPad

Scrivere a mano mi piace. Sono un baby-boomer e per me usare carta e penna è naturale quanto usare lo smartphone per un adolescente di oggi.

Ma non c’è solo la carta, mi piace anche scrivere a mano sull’iPad. Con l’applicazione giusta si può usare il tablet come se fosse un vero e proprio foglio di carta, con il vantaggio di poter correggere quello che si scrive o di poter trasformare la scrittura a mano in un testo modificabile.

Scrivere con le app

Di applicazioni (o come si usa dire per i dispositivi mobili, app) adatte a questo scopo ce ne sono parecchie — sul mio iPad ne ho installate anche troppe! — però alla fine mi ritrovo quasi sempre ad usare Notes Plus.

Di questa app mi piace moltissimo la possibilità di cancellare una parola tracciandoci sopra delle linee a zig zag, proprio come si fa su un foglio di carta, ma in questo caso la parola sparisce veramente dal foglio virtuale. Apprezzo anche che riesca a riconoscere abbastanza bene la mia scrittura, che in certi casi è così orrida che faccio fatica io stesso a capirla.

Ma quello che apprezzo di più in assoluto di Notes Plus è la sua area di zoom.

Scrivere direttamente sullo schermo dell’iPad come se fosse un foglio di carta è veramente scomodo, e produce un testo con caratteri così grandi da essere quasi illeggibili. Con l’Apple Pencil le cose sono di certo migliorate tantissimo, ma purtroppo non ho avuto ancora modo di averne una (aspetto il WWDC prima di fare nuovi acquisti) e quindi rimango a quella che è stata finora la mia esperienza diretta.

Nel corso degli anni gli sviluppatori hanno aggiunto alle app di scrittura sull’iPad delle funzioni che dovrebbero eliminare, o almeno attenuare, questo problema, escludendo i tocchi spuri della mano e del polso o proteggendo una parte dello schermo con una specie di tendina virtuale. Tutte cose che però risultano quasi sempre poco efficaci. La tendina virtuale in teoria è una buona idea, ma in pratica diventa una vera dannazione, perché costringe a continue interruzioni nel flusso di scrittura per spostarla sempre più in basso mentre si scrive.

Molto più efficace è invece l’area di zoom. Si tratta di una finestrella posta nella parte inferiore dello schermo (ma spesso posizionabile a piacere), che mostra una parte ingrandita dello schermo. Questa finestra permette di scrivere con i caratteri grandi che vengono naturali sull’iPad, che poi appaiono sul foglio virtuale della dimensione naturale a cui siamo abituati quando scriviamo su carta. Con un minimo di pratica si può trovare il rapporto di ingrandimento più adatto alla nostra scrittura.

Mentre scriviamo, la finestra di zoom si sposta automaticamente lungo la riga e riesce anche ad andare a capo da sola, rendendo il processo così fluido e naturale da non far rimpiangere troppo la carta. Altrettanto facile è passare dall’area di zoom al foglio intero, ad esempio per disegnare qualcosa o evidenziare una parte del testo.

Mi piacerebbe prima o poi riuscire ad analizzare in modo sistematico le funzioni delle diverse app di scrittura per iPad, ma per ora mi limito a notare che l’implementatazione dello zoom di Notes Plus mi sembra molto vicina alla perfezione (informatica).

La penna giusta

Ma un’app non basta, ci vuole anche la penna giusta. In teoria si potrebbe scrivere con il dito, ma è una cosa innaturale e parecchio stancante.

Steve Jobs aveva ragione a riteneva che il dito fosse il miglior dispositivo di puntamento, soprattutto in un tempo in cui il pennino era considerato un accessorio indipensabile di smartphone e computer palmari (ricordate i Palm o il Newton?).

Ma scrivere è una operazione ben diversa da puntare e selezionare una zona dello schermo, per scrivere in modo serio e continuativo ci vuole una penna.

Ma quale penna? Di penne per l’iPad (e per i tablet in generale) ce ne sono tantissime, di tipo attivo e passivo, con la punta spessa o sottile, in gomma o in plastica, economiche o costose. Quali sono le più adatte per scrivere a lungo sull’iPad? Qui non si tratta di scrivere qualche frasetta, per quelle il dito può essere sufficiente, ma di pagine e pagine di testo scritto a mano: appunti di lezioni (o di riunioni), note di lavoro, veri e propri documenti completi (come una parte di questo articolo).

La non-prova delle penne

Ho deciso quindi di provare alcune penne per l’iPad abbastanza diverse fra loro, cercando di verificare sperimentalmente quanto ciascuna di esse fosse adatta a lunghe sessioni di scrittura sull’iPad.

La scelta delle penne però non ha nulla di scientifico e non si basa su nessun criterio sistematico (penne attive, penne con diversi tipi di punta, etc.). Sono semplicemente le penne della mia piccola collezione personale, da cui la definizione di non-prova. Ho cercato comunque di eseguire ciascuna prova in condizioni controllate e ripetibili, concentrandomi in particolare sul peso, la comodità d’uso, la scorrevolezza, tutte cose che fanno la differenza quando si tratta di scegliere la penna più adatta alle proprie esigenze.

Ma prima di tutto qualche dettaglio tecnico.

Ho usato un iPad 3, un modello ormai datato ma ancora perfettamente funzionale, tenuto in posizione verticale (cioè con il lato corto dello schermo in basso) come se fosse un quaderno. L’app scelta è stata, come era facile immaginare, Notes Plus.

Prima di iniziare a scrivere ho aggiornato Notes Plus all’ultima versione disponibile e ho creato un nuovo quaderno con fogli a righe standard. I parametri scelti per la penna virtuale sono stati: spessore 2.0 e viscosità 0.50 (il valore di default). Per maggiore chiarezza, ogni volta che cambiavo la penna cambiavo anche il colore dell’inchiostro virtuale.
L’intera sessione di scrittura è stata eseguita nell’area di zoom del programma (a parte una brevissima prova a schermo intero con l’unica penna attiva a disposizione).

Le penne utilizzate nel corso della non-prova sono state (Figura 1):

Tutte le penne sono mie, a parte l’Adonit Mini 3 che mi è stata inviata in prova da Sandra Tung di Adonit. La ringrazio sentitamente, sia per la penna che per la pazienza dimostrata nell’attesa di questa recensione.


Figura 1. Le penne utilizzate nel corso della prova.

Bamboo Alpha

La Bamboo Alpha è la tipica penna per tablet, del tipo con la punta grossa e morbida che ormai si può trovare ovunque a una decina di euro. Rispetto a queste cinesate, la Bamboo Alpha offre però una qualità di costruzione decisamente migliore.

Nel complesso la Bamboo Alpha non è male, è ben equilibrata e pesa più o meno quanto una penna vera. Purtroppo, dopo alcuni minuti di uso, l’attrito della punta con il vetro dello schermo inizia a farsi sentire e rende la scrittura piuttosto lenta e faticosa. Sembra di usare una biro, un tipo di penna che non sopporto. Io scrivo velocemente e quindi preferisco le penne a pigmenti o a gel (queste sono sorprendenti), che scorrono in modo ideale per i miei gusti e mi permettono di scrivere in fretta e senza ostacoli. Con la Bamboo Alpha mi sembra di avere il freno a mano tirato, le dita provano ad andare avanti ma la penna le frena senza pietà, e dopo un po’ la scrittura perde di piacevolezza e diventa faticosa.

Insomma, la Bamboo Alpha va benissimo per prendere dei brevi appunti, ma non la userei mai per scrivere a lungo, è troppo lenta e troppo stancante per i miei gusti.


Figura 2. Esempio di scrittura con la Bamboo Alpha.

Adonit Jot Pro

Come tutte le penne non “attive” di questa azienda, esplosa su Kickstarter qualche anno fa, l’Adonit Jot Pro ha una punta metallica molto fine a cui è fissato un disco di plastica trasparente di circa 1 cm di diametro. Questo tipo di punta permette di aumentare decisamente la precisione di puntamento, cosa fondamentale quando si disegna, ma che non fa certo male anche quando si scrive.

Ma la cosa che trovo più comoda di questa penna è la maggiore fluidità del dischetto di plastica, che rende la scrittura sullo schermo molto più vicina alla normale esperienza su carta.

L’unico difetto, se così lo possiamo considerare, dell’Adonit Jot Pro è il rumore chiaramente avvertibile che fa la punta quando tocca lo schermo di vetro dell’iPad. Ma è un piccolo prezzo da pagare per una esperienza d’uso più che soddisfacente. Meglio però non usarla di notte a letto mentre il/la partner dorme.


Figura 3. Esempio di scrittura con la Adonit Jot Pro.

Adonit Mini 3

Come ho gia detto, l’Adonit Mini 3 è l’unica penna che non ho comprato ma che mi è stata inviata da Sandra Tung di Adonit con lo scopo specifico di recensirla su questo blog. In effetti c’è poco da dire, la maggior parte delle cose scritte per la Jot Pro valgono anche per questo modello: la penna è fluida, il dischetto di plastica fa rumore quando tocca lo schermo, ma garantisce una precisione decisamente maggiore delle penne silenziose con la punta di gomma.

Dalla sua la Mini 3 ha il peso, ad occhio circa la metà della Jot Pro, e le dimensioni, che volendo permettono di metterla in tasca con il cellulare (cosa comunque sconsigliabile se non ci si vuole ritrovare con le tasche bucate). Inoltre, il corpo di forma triangolare fa si che la penna rimanga saldamente tra le dita e non rischi continuamente di cadere dalla scrivania, come succede a tutte le altre penne.

Se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, due piccoli difetti l’Adonit Mini 3 li ha. Il corpo della penna è un po’ troppo corto per chi ha le mani grandi, però forse si tratta più che altro di una questione di abitudine. Ma il difetto più grosso sta nel tappo a pressione. Se non si fa attenzione, quando si toglie il tappo è molto facile staccare il dischetto di plastica dal supporto di metallo. A me è successo un paio di volte, per fortuna sono riuscito a rimettere a posto il dischetto senza troppi problemi. Però il tappo a vite della Jot Pro mi sembra decisamente più pratico e affidabile.


Figura 4. Esempio di scrittura con la Adonit Mini 3.

Bamboo Fineline 2

L’ultima penna che ho provato è la Bamboo Fineline 2, l’unica penna attiva della mia collezione personale, pagata a suo tempo circa 50 euro. La penna si collega all’iPad tramite Bluetooth e, almeno in teoria, è la migliore penna a mia disposizione per scrivere sull’iPad.

Essendo attiva ha una punta piuttosto sottile, simile a quella di una penna “normale”, e dovrebbe permettere di scrivere direttamente sullo schermo, senza bisogno di usare l’area di zoom. Io ci ho provato, ma i risultati non mi sembrano entusiasmanti, come dimostra il tratto viola in Figura 5: nonostante mi sia impegnato, non sono riuscito a fare di meglio!


Figura 5. Bamboo Fineline 2: (verde) scrittura nella finestra di zoom, (viola) scrittura a pieno schermo.

Purtroppo quando si scrive con la Fineline 2 si avverte un costante ritardo fra la scrittura e la comparsa del tratto sullo schermo. Nell’area di zoom il ritardo è meno avvertibile, ma a pieno schermo diventa veramente fastidioso. Con il mio vecchio iPad 3 è una seccatura non da poco, che rende molto poco naturale l’esperienza di scrittura sullo schermo. Chissà se un iPad più recente può rendere più reattiva questa penna, io ho provato ad usarla con alcuni smartphone più recenti, sia Apple che con Android, e francamente non mi sembra di aver mai notato dei particolari miglioramenti nella velocità di reazione.

A questo si deve aggiungere un leggero sfasamento fra la punta della penna e la posizione dello schermo in cui compare il tratto. Una difetto noioso ma ancora veniale quando si scrive, che diventa però veramente fastidioso qaundo si prova a disegnare sullo schermo.

La Fineline 2 è anche piuttosto grossa e sembra più pesante di quanto sia veramente. Tutto sommato, più che con una penna, da l’impressione non molto gradevole di stare scrivendo con un grosso pennarello.


Figura 6. Esempio di scrittura con la Bamboo Fineline 2.

Conclusioni

Penso ci siano pochi dubbi. Le penne Adonit svettano su tutte le altre, con una leggera preferenza per la Pro, che trovo più equilibrata ed affidabile. La Bamboo Alpha ha dalla sua un ottimo rapporto qualità/prezzo, ma non è adatta a lunghe sessioni di scrittura. La vera delusione è la Fineline 2, una penna che più che “attiva” sembra nata stanca.

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È proprio una sporca faccenda, WordPress.com!

È successo anche a me, e proprio come l’avevano descritto Roberto e katsiematsi.

Giorni fa mi è arrivata una email che segnalava la pubblicazione di un nuovo post su Socket 3, uno dei blog che seguo di più in questo momento, che come Melabit si appoggia al servizio gratuito di WordPress.com.

In genere leggo i post sul Mac, ma questa volta il titolo mi aveva incuriosito e ho toccato il link per leggerlo subito sul telefono. Poi per qualche motivo mi sono distratto, forse per una telefonata, forse per una email arrivata sull’account “istituzionale”. E quando ho guardato di nuovo lo schermo del telefono ho trovato questo,

Chrome su Android #1

insieme all’inevitabile SMS che mi informava che, fortunello!, ero stato iscritto al servizio Every Play, 5 euro alla settimana per ricevere qualche giochino idiota.

Chrome su Android #1

Iscritto senza volerlo, è chiaro, e senza aver accettato nulla. Non è la prima volta che succede a me o ai miei familiari, ma in genere succede con degli SMS fasulli, mentre questa volta la colpa sta di certo nell’aver visualizzato il post su WordPress.com.

Di questo sono sicuro al 100%: ho toccato il link, si è aperto il browser alla pagina del post, che a sua volta ha caricato la pagina di Every Play, come si vede chiaramente nella prima immagine, dove il numero 2 in alto a destra è il numero di pagine aperte nel browser.

Poiché mi sono distratto, non sono sicuro se è comparso sul telefono qualche avviso a tempo che mi ha iscritto dopo tot secondi di inattività. Ma se anche fosse andata così (improbabile), sta di fatto che mi sono ritrovato iscritto ad un servizio a pagamento, inutile e costoso, senza aver mai accettato esplicitamente nulla!

È chiaro che ho annullato immediatamente l’iscrizione, cosa confermata dal secondo SMS mostrato qui sotto.

Chrome su Android #1 Chrome su Android #2

Ora, a parte la seccatura e i 5 euro rubati, quello che è successo è stata una vera fortuna,1 perché dimostra oltre ogni dubbio che c’è davvero qualcosa che non va nel modo in cui WordPress.com gestisce la pubblicità inserita nei blog, almeno quando si usa lo smartphone. Ho provato in tutti i modi, senza riuscirci, di far comparire pubblicità “cattiva” su Melabit usando i browser che ho sul Mac e sull’iPad, mentre la pistola fumante si trovava sul telefono.

A ben pensarci è naturale, mettendo annunci truffaldini sul telefono si possono sottrarre immediatamente soldi dal credito della SIM mentre con le altre piattaforme bisogna usare metodi più visibili, con i quali è più difficile portare a termine la truffa.

Quello che è meno naturale è che WordPress.com non riesca a prevenire fattacci come questo che, sono sicuro, saranno stati segnalati da tantissimi utenti di tutto il mondo.


  1. Ed è stata una vera fortuna anche avere la presenza di spirito di fare gli screenshot proprio mentre le cose stavano succedendo
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Da melabit a melabit: introduzione

Come promesso, con questo post inizia la descrizione quasi in tempo reale del passaggio del blog da WordPress.com ad un servizio di hosting più flessibile.1

Come ho già scritto tempo fa, WordPress.com offre un servizio impeccabile, comodissimo per chi vuole iniziare ad avere una presenza sul web. Il servizio è affidabile e ragionevolmente veloce, gli aggiornamenti sono automatici, praticamente non bisogna occuparsi di nulla tranne che di scrivere. È veramente difficile chiedere di più ad un servizio gratuito come questo.

Il vero limite di WordPress.com, che tutto sommato è anche la sua forza, è la mancanza di flessibilità. Con l’account gratuito non si possono installare altri plugin oltre a quelli previsti da Automattic, l’azienda che gestisce lo sviluppo e la commercializzazione della piattaforma di blogging (open source) più diffusa al mondo.

Una cosa comprensibile per motivi di sicurezza e affidabilità, ma che naturalmente dopo un po’ risulta troppo limitante, perché impedisce di estendere le funzioni del blog oltre i confini ristretti stabiliti da Automattic.

Idem per i temi. WordPress.com ne offre parecchi, sia gratuiti che a pagamento e ad un prezzo più che onesto, ma oltre quelli non si può andare, prendere o lasciare.

Infine c’è la questione della pubblicità, di cui ho scritto di recente, con annessi servizi di profilazione di ciò che i frequentatori del blog fanno online. Forse quello che è successo ad alcuni lettori può essere considerato un evento eccezionale o particolarmente sfortunato. Ciò non toglie che la presenza di annunci pubblicitari alla fine degli articoli, pur se giustificabile,2 falsa un po’ troppo l’immagine del blog, e lo mette quasi sullo stesso piano di quelle decine e centinaia di siti che ospitano contenuti raffazzonati alla bell’e meglio con il solo scopo di guadagnare dagli annunci che ne infarciscono le pagine.

Per tutte queste ragioni è arrivata l’ora di cambiare, passando ad un servizio di hosting che consenta di gestire in proprio la piattaforma e di utilizzare finalmente il nome di dominio personale, melabit.com, lasciato in sospeso per troppi anni.

In linea di principio, la cosa più semplice sarebbe quella di utilizzare uno dei piani a pagamento offerti da WordPress.com. Purtroppo dei tre piani disponibili i primi due, Personale e Premium, offrono (molto) poco di più rispetto al piano gratuito e praticamente servono solo per rimuovere la pubblicità e per usufruire di un dominio personalizzato e dei temi premium. Mentre il piano Business, l’unico che consente di installare tutti i plugin e i temi che si desidera, a 25 euro al mese è decisamente troppo caro per un piccolo blog come questo, costruito nei ritagli di tempo e con il solo scopo di mettere a disposizione qualche contenuto di buona (si spera!) qualità.

L’unica opzione ragionevole è quindi di cercare un servizio di hosting con un buon rapporto qualità/prezzo e una affidabilità provata, e che naturalmente permetta di far girare la piattaforma software scelta per il blog.

Ma questa è una storia che riguarda la prossima puntata.

P.S. Questo post l’ho scritto a mano in macchina, mentre aspettavo mia figlia. Una esperienza molto vecchio stile ma anche molto efficiente, ci ho messo meno di mezz’ora a buttarlo giù. Perché a mano posso scrivere malissimo (io stesso a volte riesco a capire a fatica quello che ho scritto) ma molto più velocemente che con la tastiera. Perché tanto so di dover copiare il testo sul computer e quindi non mi preoccupo troppo degli errori. Perché tutte le correzioni e gli spostamenti del testo di vedono chiaramente, e si continua a vedere anche il testo originale non corretto (una specie di controllo di versione rudimentale). Una esperienza da ripetere (e di cui riparlare, più avanti).


  1. Ma anche più complesso da gestire. 
  2. Automattic dovrà pur cercare di recuperare, almeno in parte, i costi del servizio gratuito. 
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È una sporca faccenda, WordPress.com: profilazione

Mentre cercavo di far comparire le inserzioni pubblicitarie alla fine dei miei post, mi sono reso conto di quanti servizi di profilazione (tracker) esterni a WordPress.com mettano il naso nelle pagine del blog.

Ci sono naturalmente gli onnipresenti social, collegati tramite i pulsanti di condivisione, e c’è Google Analytics, che lo stesso WordPress.com utilizza per misurare i parametri di accesso al sito.

Ma poi ci sono una serie di servizi dai nomi più oscuri ma significativi — DoubleClick di Google, Adapt.tv e Advertising.com, entrambe costole di AOL e quindi di Verizon, AppNexus, che applica tecniche di machine learning per rendere “la pubblicità digitale più predittiva ed intelligente”, Criteo, che “aiuta a costruire esperienze personalizzate per gli acquirenti”, SkimLinks, ovvero “fai soldi con i tuoi contenuti”, BidSwitch e Demandbase di cui vi risparmio la filosofia di marketing — che analizzano tutto quello che facciamo con il browser, le ricerche effettuate, i link seguiti, le pagine che leggiamo, per costruire una immagine sempre più precisa di noi, delle nostre abitudini e di quello che ci piace, con un solo e unico obiettivo: sapere tutto di noi per presentarci degli annunci pubblicitari mirati e quindi sempre più efficaci.

Tenendo conto di tutto, l’home page di Melabit viene tracciata da ben 16-17 servizi di profilazione diversi, con un forte impatto negativo nella velocità di accesso al sito, come ci si accorge facilmente se si prova ad usare uno dei tanti strumenti di analisi delle prestazioni disponibili in rete, come WebPagetest.org, GTmetrix o Pingdom.

Tanto per fare un confronto, ecco quello che compare guardando l’home page di un sito semi-istituzionale, sempre in WordPress ma ospitato su un servizio di hosting a pagamento, che ho messo su da un anno con alcuni colleghi. Niente servizi di profilazione opachi e indesiderati, solo Google Analytics, che sarà pure invasivo, ma che almeno è stato attivato appositamente per contare gli accessi al sito.

Forse possiamo ancora a difenderci.

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È una sporca faccenda, WordPress.com

Mentre leggevano uno degli ultimi articoli pubblicati, Roberto e katsiematsi (😃) si sono ritrovati abbonati senza volerlo ad uno di quegli stramaledetti servizi a pagamento di loghi, suonerie o giochini insulsi, veri e propri furti consentiti da una legislazione perlomeno distratta.

Con l’iPhone è un attimo, arrivati in fondo all’articolo basta toccare senza volere l’annuncio cattivo per ritrovarsi alleggeriti di parecchi euro (e con il fastidio di doversi anche dare da fare per annullare l’abbonamento).

Non avevo idea che WordPress.com, la piattaforma gratuita che ospita il blog, consentisse inserzioni di questo tipo. L’interfaccia di amministrazione del sito mi avvisa che ci potrebbero essere degli annunci pubblicitari alla fine dei post, ma non dice nulla sul tipo di annunci mostrati, né tantomeno mi consente di sceglierli o di vietarli, a meno di non passare ad uno dei piani a pagamento (tante grazie, preferisco fare da me).

Ma anche senza essere amministratore, Firefox (il browser che uso normalmente) non mi fa vedere gli annunci pubblicitari, che vengono bloccati a priori dall’ottimo uBlock Origin, una delle estensioni indispensabili per qualunque browser.



Solo se disattivo esplicitamente l’estensione vedo finalmente gli annunci alla fine degli articoli, in questo caso assolutamente benigni.



Nonostante usi la modalità di navigazione anonima, ho la netta impressione che WordPress sappia lo stesso chi sono, sarà un caso ma gli annunci che mi fa vedere sembrano dedicati proprio a me. Le cose non cambiano se uso Safari o Chrome sul Mac o iOS. Con Android invece la pubblicità è più generica, forse perché lo uso poco e il sistema ha meno informazioni sulle mie abitudini di navigazione.

Chrome su Android #1 Chrome su Android #2

Sia quel che sia, è arrivata l’ora di abbandonare WordPress.com. Un po’ di pubblicità mi sta bene, è ragionevole che WordPress.com voglia guadagnare qualcosa in cambio del servizio di hosting gratuito che mette a disposizione, ma un conto è vedere un annuncio con Cannavacciuolo, un altro è farsi incastrare senza volere da qualche servizio a pagamento ai limiti della legalità.

Ci pensavo da tempo, anzi da troppo tempo, l’ho anche scritto più volte, ma alla fine ha sempre prevalso la pigrizia. Anche perché il piano gratuito di WordPress.com sarà anche limitato (e credetemi, lo è!) ma evita di dover affrontare un sacco di fastidi collegati alla gestione del sito, dagli aggiornamenti allo spam agli inevitabili problemi di sicurezza.

Ma come dicevo prima, il dado è tratto, fra poco sarà attivo melabit.com, un dominio che ho acquistato da anni ma che ho lasciato dormire per tanto, troppo tempo. Sarà anche una buona occasione per raccontare quasi in diretta i dettagli della transizione che, come ho già verificato, non sarà facilissima e nemmeno indolore.

Come sempre, stay tuned.

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