Commercio tradizionale o commercio online? Perché Amazon sta vincendo (parte 3)


Fonte: Cristina Gottardi su Unsplash.

C’è qualche morale da trarre dalle storie raccontate nelle due puntate precedenti (clicca qui per leggere la prima parte e la seconda parte)?

Il primo negozio in cui ho cercato il cacciavite adatto a rimuovere la batteria del mio MacBook Pro è uno dei più grossi punti vendita della regione nel settore della ferramenta professionale e del fai-da-te. Il negozio ha una clientela variegata che va dall’artigiano al piccolo rivenditore, dall’appassionato di bricolage alla famiglia in cerca di accessori per la casa. I commessi sono abbastanza competenti e disponibili, il vero problema è riuscire a trovarne uno vista la scarsità di personale in rapporto alle dimensioni del negozio.

In compenso, come tanti altri grossi centri commerciali, anche questo negozio si è adeguato alle nuove abitudini dei consumatori e offre la possibilità di restituire o di sostituire qualunque prodotto entro un termine ragionevole di tempo, come è normale per gli acquisti online. Non lo fa certo per seguire la moda del momento o perché sono “buoni” e vogliono venire incontro al cliente. In realtà, consentire di restituire un eventuale acquisto sbagliato serve più che altro a compensare la mancanza di personale che possa aiutare e consigliare i clienti durante gli acquisti.

Dal punto di vista umano non sarà il massimo, però almeno comprare qui è poco rischioso: se si sbaglia prodotto perché non si è riusciti a trovare qualcuno che avesse il tempo e la possibilità di consigliarci adeguatamente, si è sempre in tempo a correggere l’errore, un vantaggio non da poco per il cliente. Tutto sommato, dubito che risenta particolarmente della concorrenza dei negozi online, primo fra tutti Amazon.


L’altro negozio è tutta un’altra storia. Fino a qualche anno fa era molto più grande e molto più specializzato, una specie di punto di incontro obbligato per un pubblico di appassionati e di professionisti nel campo dell’elettronica e dei computer. Ci si poteva trovare di tutto, dalle resistenze ai circuiti integrati, dal materiale per produrre circuiti stampati alla strumentazione di misura semi-professionale, oltre che naturalmente schede e accessori vari per il computer.

Ma la crisi ha morso pesantemente, la concorrenza dei negozi online di materiale elettronico (non solo Amazon, ma soprattutto RS Components, Digi-Key, Adafruit o negozi analoghi) è fortissima, a un certo punto il negozio originale non ce l’ha fatta più e si è trasferito in un locale molto più piccolo a pochi metri da quella originale. Dove però vende più che altro cinesate da quattro soldi, niente a che vedere con il materiale di qualità di qualche anno fa. Se poi il negoziante è antipatico, non si fida dei clienti,1 tratta con modi bruschi i pochi che osano varcare la soglia del suo negozio, non offre prodotti di qualità, non ha molto senso tornarci un’altra volta.

Una delle cose migliori di un negozio fisico è il fatto di avere qualcuno con cui confrontarsi, al limite anche solo per fare due chiacchiere — con il mio edicolante succede quasi sempre — se il negoziante non riesce, o non vuole, entrare in sintonia con il cliente, allora è meglio l’impersonalità del negozio online. Sarà pure freddo, solitario, ma almeno si può comprare quando e come si vuole, e si risparmia pure. E se qualcosa non piace o non va bene, la si rimanda indietro e amici come prima.


Tanti sostengono, e con qualche ragione, che Amazon sta distruggendo il commercio tradizionale. Però a mio avviso una bella fetta di colpa ce l’hanno gli stessi commercianti. Se per farsi sostituire in garanzia una pendrive da pochi euro il cliente deve affrontare una procedura così fastidiosa come quella che ho descritto qualche giorno fa, perché si sa a priori che il venditore non è disposto a farsene carico facilmente, è chiaro che c’è qualcosa che non funziona.

È vero, non ho nemmeno provato a chiedere la sostituzione in garanzia della pendrive a chi me l’aveva venduta, ma solo perché tante esperienze passate (una l’ho anche raccontata qui più di tre anni fa) mi hanno insegnato che tornare da MediaWorld, Unieuro o quello che volete dicendo “Ho comprato questo …….. [riempire i puntini a piacere] ma non funziona”, significa sottoporsi ad una prova eroica di pazienza e di sopportazione che non tutti sono in grado di superare.

Ricordo ancora molto bene quello che successe qualche tempo fa da MediaWorld. Avevo comprato un mouse, un volgarissimo mouse con il filo, che non ne voleva sapere di funzionare. Torno indietro dopo un giorno o due, con il mouse impacchettato come si deve e lo scontrino regolamentare, e mi indirizzano da un commesso che mi non crede a prescindere. E che passa una mezz’ora a cercare di far funzionare a tutti i costi il mio mouse, infilandolo praticamente in tutti i computer che aveva sotto mano e sostenendo che fosse solo una questione di driver. Ovviamente il fatto che gli dicessi che l’avevo usato con il Mac, dove non serve nessun driver per far funzionare un mouse, non faceva che rafforzargli l’idea che fra i due l’imbecille fossi io, povero utente Apple incapace di mettere le mani nelle fini intricatezze del sistema operativo a Finestre. Alla fine l’ho spuntata, ma la tentazione di strozzarlo è stata forte come non mai.

Ripetere tutto ciò per una banale pendrive, dovendo ammettere per forza di averla formattata e per di più in HFS+ (ma sarebbe lo stesso anche se avessi usato NTFS), sarebbe stato troppo anche per uno con la pazienza di Giobbe. Figuriamoci per me!


  1. Solo dopo essere uscito dal negozio mi sono reso conto che forse il negoziante credeva che avrei usato il cacciavite una volta, riportando poi indietro tutto il set per farmi restituire i dieci euro. Come se il gasolio me lo dessero gratis! 
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Commercio tradizionale o commercio online? Perché Amazon sta vincendo (parte 2)

All’inizio dell’estate compro una chiavetta USB per rimpiazzare l’ennesima pendrive perduta. Ormai sono così piccole che è praticamente impossibile non dimenticarle in giro o farle cadere per sbaglio dalla tasca. Dovrei decidermi ad attaccarle ad un portachiavi o a qualcosa del genere, ma poi diventerebbe molto più scomodo collegarle al computer. Per fortuna le uso solo (o quasi) per trasportare dei file da un Mac all’altro e perderne una non è mai troppo grave.

In genere uso le pendrive SanDisk, costano il giusto e sono abbastanza affidabili. Questa volta prendo una SanDisk Ultra Flair da 16 GB, che in teoria dovrebbe garantire velocità di scrittura vicine ai 100 Mb/s, ma che in realtà non va oltre i 30 MB/s. Niente di straordinario ma visto il costo può ancora andar bene, significa che ci vuole poco più di un minuto per trasferire un file di 2 GB sulla chiavetta.

La mia però è decisamente più lenta e impiega vari minuti per scrivere solo qualche centinaio di MB. In lettura va un po’ meglio, ma è sempre molto più lenta delle altre chiavette USB con cui ho a che fare.

Provo a saltare l’hub USB e collegare la chiavetta ad una porta USB del Mac. Provo a riformattarla in vari modi con il Mac e anche con un PC, perché so per esperienza che il Mac non gradisce più di tanto gestire i file system non nativi. Niente da fare, la chiavetta è e rimane lentissima.

A questo punto decido di rischiare e compro un’altra chiavetta identica. Questa funziona perfettamente, non è un fulmine ma è decisamente meglio della prima.

È chiaro che la pendrive originale ha dei problemi.1 Normalmente la butterei via senza pensarci, l’ho pagata 12 euro, è inutile perderci altro tempo. Ma ormai mi sono incaponito e decido di utilizzare per la prima volta la garanzia “a vita” (o quasi) con cui sono venduti questi oggettini.

Ormai sono passati dei mesi da quando ho preso la prima chiavetta e i rivenditori finali (Unieuro in questo caso) tendono sempre a evitare di svolgere queste pratiche in proprio, adducendo le scuse più cervellotiche. Non ho voglia di perdere tempo anche con loro e decido di fare da me. Vado sulla pagina apposita di Sandisk e provo a chiedere l’RMA (Return Merchandise Authorization), cioè la sostituzione in garanzia della chiavetta difettosa.

Non sembra difficile, basta compilare il modulo online, inserendo i dati personali (facile), il luogo e la data di acquisto (nessun problema, ho conservato la ricevuta), il tipo di prodotto (non facilissimo ma con un po’ di attenzione si può fare) e infine il numero seriale (e dove lo trovo?).

Per fortuna le istruzioni sono chiare, il numero seriale è inciso sulla chiavetta stessa, basta riuscire a leggerlo. È una parola, i caratteri sono microscopici e la mia vista non è più quella di qualche anno fa. Provo a fotografarlo con il telefono ma l’obiettivo non è adatto per le foto macro. L’unica macchina fotografica vera di casa ce l’ha mia figlia in Inghilterra, che faccio? Per fortuna arriva un’illuminazione, perché non provare con lo scanner? E in effetti con lo scanner ottengo una immagine ben definita nella quale il numero seriale si vede perfettamente.

Finisco di inserire i dati richiesti, allego le scansioni della pendrive e dello scontrino fiscale richieste da Sandisk come prova di acquisto, premo Invio, sono proprio curioso di vedere cosa succede.

Il giorno dopo arriva via email l’etichetta per la spedizione tramite UPS della pendrive difettosa. Sono perplesso, quanto costerà a Sandisk tutto questo ambaradan per una chiavetta USB da pochi euro? E quanto costerà anche a me, in termini di fastidi e tempo perso? Ci vuole una busta imbottita (a bolle d’aria, come precisa l’email), bisogna stampare l’etichetta, fissarla alla busta con lo scotch, cercare un negozio che la prenda in carico per il ritiro del corriere, trovare il parcheggio… Vale la pena fare tutto questo?

Ma ormai sono in ballo e vado fino in fondo (come avrei potuto scrivere questo articolo se non lo avessi fatto?).

Lascio la busta per il ritiro il lunedì e dopo una settimana esatta Sandisk mi avvisa che la mia richiesta di RMA è in fase di revisione. Il giorno dopo la richiesta è accettata. La chiavetta sostitutiva viene spedita il giorno stesso, da Brno nella Repubblica Ceca, sempre tramite UPS. In questo momento è in transito a Norimberga e dovrebbe arrivare lunedì prossimo. Non mi sembra che quelli di UPS siano mostri di velocità, e nemmeno Sandisk, in fondo.

Ben diverso quello che succede in casa Amazon. Pochi mesi fa una scheda microSD (sempre Sandisk, modello Extreme-qualcosa) installata nel cellulare Android di una figlia smette improvvisamente di funzionare. La tiro fuori, il Mac non la vede, Linux nemmeno, è decisamente morta. L’ho comprata da Amazon, compilo il modulo online relativo ai prodotti in garanzia, spiego brevemente quello che è successo e in un paio di giorni mi arriva una nuova scheda SD, senza altre richieste, buste, corrieri, ritardi. La vecchia scheda la tengo per qualche giorno poi, visto che Amazon non la vuole indietro, la butto via.

Amazon starà anche distruggendo il commercio tradizionale, ma forse una bella fetta di colpa ce l’hanno i commercianti stessi. Se un negozio virtuale garantisce più servizi e più diritti ai suoi clienti e ne semplifica la vita, qual’è il valore aggiunto offerto da un negozio fisico, quali sono i motivi per continuare a rivolgersi alla distribuzione tradizionale? Io non ho risposte, ma spero che qualcuno le abbia e le scriva nei commenti.

Aggiornamento. La chiavetta è arrivata il giorno stabilito e funziona regolarmente (anzi sembra un pelino più veloce di quella che ho già). Purtroppo non posso far sentire la mia opinione, tutto sommato positiva, a SanDisk: se clicco sul link contenuto nell’email che mi hanno mandato con la richiesta di valutare la procedura, tutto quello che ottengo è questo…

Ho l’impressione che quelli di SanDisk dovrebbero dare anche una ritoccatina alle parti di servizio del loro sito, guardare questa pagina fa un po’ cascare le braccia.


  1. Durante le vacanze ho letto il bel libro di Andrew “Bunnie” Huang, The Hardware Hacker (consigliatissimo!), dove c’è un intero capitolo dedicato al sottobosco del materiale elettronico falso ma praticamente indistinguibile da quello originale e venduto come se fosse materiale originale. Chissà se la mia chiavetta rientra in questa casistica. 
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Commercio tradizionale o commercio online? Perché Amazon sta vincendo (parte 1)

Il MacBook Pro è aperto sul tavolo operatorio. Forse si è offeso perché l’ho messo via per le vacanze e ha deciso di vendicarsi. Quando l’ho ripreso in mano a settembre, la batteria era così gonfia che aveva quasi strappato il trackpad dalla sua sede. Poco male, tanto la batteria non funzionava da un paio di anni, da quando il Mac era stato coinvolto in un incidente idraulico ed aveva dovuto passare settimane coperto di riso ad asciugarsi.

Cambiare la batteria di un MacBook Pro Unibody di qualche anno fa è uno scherzo, basta rimuovere qualche vite dal fondo per liberare il pannello inferiore del case ed esporre l’interno del Mac. Secondo iFixit è un lavoro di difficoltà “media”, in realtà può farlo chiunque sappia impugnare un cacciavite dal lato giusto. Ammesso però che si abbia il cacciavite giusto.

Perché le viti che tengono a posto il pannello inferiore sono delle banali viti Torx, ma quelle che fissano la batteria — accidenti a loro! — sono delle strane viti con innesto a triangolo, grazie a iFixit ora so che sono delle Tri-Wing misura Y0. Cerco nella mia collezione di cacciavite e di punte di tutti i tipi ma niente, per la legge di Murphy puoi avere decine e decine di attrezzi ma ti mancherà sempre proprio quello che ti serve.

Provo a cercare il cacciavite in un paio di negozi notoriamente ben forniti. Il primo ce l’ha, ma solo in una mega-confezione di una sessantina di punte diverse (che in gran parte ho già, e quelle che mi mancano non mi serviranno mai) a 25 euro, la metà di quello che costa su eBay una batteria nuova per il MacBook.

Il secondo non ha il Tri-Wing Y0 ma solo lo Y1, sempre in una confezione multipla di punte che però costa solo una decina di euro. La prenderei, ma vorrei poterla riportare indietro se la punta non fosse adatta. Niente da fare, il negoziante è irremovibile e pure antipatico, “Una volta uscita dal negozio non si cambia”, ed è pure sicuro che la punta Y0 non esista, “Le misure delle punte iniziano sempre da uno, mai da zero”. Alla faccia di iFixit.1

Prima di tornare nel primo negozio e buttare 25 euro per comprare un cacciavite che probabilmente userò una volta sola, decido di fare un giretto su Amazon. In pochi minuti trovo questo cacciavite. La misura è quella giusta, i commenti specificano che serve proprio per le batterie dei MacBook Pro come il mio, lo prendo. Costa 4.95 euro, con Amazon Prime non pago neanche le spese di spedizione. Lo ordino nel pomeriggio e la mattina dopo me lo portano in ufficio. Se ci avessi pensato subito non avrei sprecato tempo e gasolio inutilmente.

Post Scriptum #1. Con il cacciavite adatto è un giochetto togliere la batteria e rimettere il trackpad al suo posto. In pochi minuti l’operazione è conclusa e il Mac è tornato in perfetta forma. A parte la povera batteria, naturalmente, la cui parte nascosta, quella che premeva sul trackpad, si è gonfiata così tanto da aver strappato l’involucro di plastica. Per fortuna le batterie prodotte da Apple non sono come quelle del Galaxy Note 7.

Post Scriptum #2. Non credo che comprerò un’altra batteria. Ormai quando viaggio porto solo l’iPad e quindi il MacBook Pro può benissimo rimanere fisso sulla scrivania, sempre collegato all’alimentatore (come del resto ha fatto finora per il 99% del tempo).


  1. Come ho scoperto solo dopo, la punta del cacciavite Y0 ha un diametro di 0.6 mm che, arrotondato all’intero inferiore, dà lo zero che “non esiste”
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Senza contatto


— Fonte: CafeCredit su Flickr.

Venerdì mattina mi chiama mia figlia da Londra. Ha perso il portafogli con la carta prepagata, è preoccupata, probabilmente teme anche la mia reazione. L’ha cercato a casa e a scuola, niente, l’ultima speranza è il pub dove sono stati la sera prima, ma apre solo nel pomeriggio.

Io invece sono tranquillo: deve tornare il giorno dopo, per cui mi preoccupo molto di più della carta d’identità, che per fortuna non aveva dietro, che della carta prepagata. “Tanto c’è il pin”, le dico, “se non l’hai scritto sulla carta non c’è problema”, sapendo benissimo che i miei avvertimenti passati su quanto sia stupido fare queste cose hanno colpito nel segno e che il pin l’ha imparato a memoria.

“Tanto c’è il pin”. Errore! Perché la sua carta Superflash ora è contactless, si possono effettuare pagamenti fino a 30 sterline semplicemente avvicinando la carta al terminale POS (Point of Sale), senza bisogno di autenticarsi con un pin o con una firma.

Quindi se qualcuno ha trovato la carta prepagata di mia figlia può effettuare tanti piccoli acquisti — un centro commerciale con i suoi tanti negozi uno vicino all’altro è l’ideale — senza correre nessun rischio di essere identificato o tantomeno scoperto. Avevo ricaricato la carta proprio all’inizio della settimana e c’erano ancora circa duecento euro, non un gran danno ma nemmeno una cifra trascurabile.

Per farla breve, devo mollare tutto e tornare a casa per verificare sul sito della banca se c’erano state transazioni sospette (lascio a casa il generatore di codici di sicurezza e finora non ho mai sentito il bisogno di attivarlo anche sul telefono). Entro nel sito della banca e, eccoli!, due pagamenti proprio quella mattina. Per fortuna chi aveva trovato la carta in fondo era stato onesto e si era limitato a comprare due biglietti del treno da 10 sterline ciascuno. Poco male, però meglio bloccare la carta lo stesso.

Alla fine la cosa più fastidiosa è stata dover andare dai carabinieri per denunciare lo smarrimento e poi in banca per chiedere una carta sostitutiva e, chissà, il rimborso della (piccola) somma perduta (ma su questo sembra ci sia una situazione alla Comma 22).


Il vero problema è un altro e riguarda ancora una volta la sicurezza, o meglio la mancanza di sicurezza, di questi nuovi oggetti tecnologici. Succede con i termostati e i vibratori, succede con le videocamere di sorveglianza o con le app di fitness, questa volta tocca alle carte di pagamento.

Le carte contactless sono comode anzi comodissime per i piccoli pagamenti, soprattutto in nazioni come la Gran Bretagna, in cui i pagamenti elettronici sono molto più diffusi che da noi. Ma sono anche piuttosto pericolose, non a caso in Gran Bretagna nel solo primo semestre del 2017 le frodi con le carte contactless hanno raggiunto l’importo di 5.6 milioni di sterline, circa 6.3 milioni di euro, superando per la prima volta l’importo delle frodi con gli assegni.


Da un paio di anni girano per la rete presunte “notizie” secondo le quali un POS portatile (o uno smartphone con app apposita) avvicinato di soppiatto al portafogli o alla borsa della vittima in un luogo affollato può sottrarre soldi dalle carte contactless senza che nessuno se ne accorga. Sono notizie tutte copiate una dall’altra (guardare per credere questo “articolo” del 17 febbraio 2016, questo di due giorni dopo, quest’altro del 20 giugno 2016 oppure questo del giugno 2017) e, come ha dimostrato l’ottimo David Puente, sono solo delle volgari bufale, buone al più per vendere qualche portafogli “corazzato”.

Ma anche se l’equivalente tecnologico (e asessuato) della palpatina sull’autobus è un fake, resta comunque il fatto che le banche sembrano trascurare apposta i principi più elementari della sicurezza: firme false su assegni o su richieste di finanziamento prese per buone senza fiatare, documenti visibilmente contraffatti fatti passare per originali, sportelli bancomat che possono essere manomessi in pochi secondi per catturare i dati dei clienti, porte blindate di accesso ai bancomat manomesse in modo analogo, malware che infetta gli sportelli del bancomat, soprattutto quelli più vecchi su cui gira ancora Windows XP.

Ma le banche sono così trascurate che si fanno anche male da sole, ad esempio usando dispositivi bancomat così mal progettati da poter essere controllati da remoto per fargli sputare denaro a piacimento. Oppure lasciando così tanti buchi nelle reti di comunicazione da consentire agli attaccanti di infettare direttamente i computer di controllo, in modo da istruire gli sportelli bancomat ad emettere banconote al momento desiderato.


Ci voleva proprio Apple per inventare un sistema di pagamento contactless efficiente e molto più sicuro di tutti i sistemi concorrenti presenti sul mercato,1 il cui unico e vero difetto è quello di essere legato strettamente ai dispositivi prodotti dall’azienda californiana? Non sarebbe stato molto meglio che le banche ci pensassero da sole, producendo un sistema sicuro e non legato ad un particolare produttore o tecnologia? I soldi non gli mancano di certo, manca solo la volontà, tanto alla fine chi paga è sempre il cliente.


  1. Qualcuno afferma il contrario ma, ammesso e non concesso che sia vero (basta leggere questi commenti), chi lo fa dimentica che questa presunta debolezza risiede ancora una volta nelle procedure bancarie e non nei protocolli utilizzati da Apple Pay. 
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Pensieri d’agosto 3

Non voglio entrare a gamba tesa in tutti i disastri degli ultimi giorni, ma leggere della sciagura avvenuta sul Pollino mi ha fatto tornare in mente una esperienza recente legata proprio alla Calabria.

Da qualche anno mi occupo fra le altre cose di monitoraggio ambientale, in particolare di ottimizzazione delle reti di monitoraggio e di analisi dei dati provenienti dai sensori di misura.

Più o meno un anno fa sono stato coinvolto in un progetto di studio dei dati di una rete di monitoraggio operante nella provincia di Cosenza e dintorni. L’idea si è arenata quasi subito per problemi di condivisione dei dati con degli esterni come noi, come se questi dati fossero una “proprietà esclusiva” degli enti — comuni, province, regioni, arpa, protezione civile — che li avevano prodotti. Purtroppo in Italia la ritrosia a condividere le informazioni è molto diffusa a tutti i livelli, anche quando queste informazioni sono prodotte con fondi pubblici (quindi con le nostre tasse).

La rete di monitoraggio era molto interessante: era costituita da una serie di sensori per misurare le deformazioni del terreno, l’apertura di fratture e crepe, lo spostamento di punti fissi del terreno e altri segni premonitori delle frane. In questo modo era possibile individuare la posizione delle superfici di instabilità dei pendii e intervenire preventivamente per limitare i danni nonché, nei casi più a rischio, allertare le strutture di soccorso e la popolazione coinvolta.

La rete era stata costruita con i finanziamenti di qualche progetto di ricerca — comunitario, nazionale, regionale, ce ne sono una caterva — e finché il progetto è stato operativo tutto ha funzionato bene. I sensori erano stati installati e funzionavano regolarmente. I dati venivano trasmessi ai comuni coinvolti e messi online in modo da avere un quadro più generale, anche se l’accesso era riservato ai soli partecipanti al progetto. Il progetto aveva anche previsto l’assunzione (a tempo determinato, c’è bisogno di dirlo?) di uno o due tecnici che giravano periodicamente fra i vari siti della rete per controllare che tutto funzionasse a dovere e per effettuare gli eventuali interventi di manutenzione.

Ma dopo due, tre anni il progetto è terminato e, quel che è più grave, sono finiti i soldi del finanziamento. In un paese normale ci si aspetterebbe che, dopo aver messo su un sistema di allerta così utile per un territorio a rischio come quello di cui stiamo parlando, le istituzioni coinvolte avrebbero fatto di tutto per portare avanti il progetto. Del resto, una volta installati i sensori e sviluppato il software di monitoraggio, bastavano pochi soldi per la manutenzione delle rete e per gli stipendi dei tecnici che effettuavano i controlli, cifre comunque irrilevanti rispetto ai costi di una eventuale emergenza.

Ma non siamo un paese normale. I soldi non sono arrivati e a poco a poco, senza controlli e senza manutenzione, la rete messa su con tanta fatica e con tanto impegno ha smesso di funzionare. In questo momento perfino il sito del progetto è offline. Soldi buttati. E quel che è peggio, per risparmiare qualche spicciolo si è buttato via uno strumento che, nel caso non improbabile di eventi distruttivi, potrebbe evitare vittime, danni materiali e costi ben maggiori di ricostruzione.

A quanto sembra la sciagura sul Pollino ha origini analoghe: una rete di misura delle piogge installata ma non più funzionante in modo adeguato, per scarsa manutenzione e per mancanza di personale tecnico all’altezza del compito.1 Tante vite perse perché in questo paese non si riesce a capire che prevenire i rischi può non solo salvare tante vite umane, ma può anche costare infinitamente meno che intervenire scompostamente a posteriori, quando la sciagura si è consumata.2

Perché ai nostri politici e amministratori piace da matti farsi fotografare mentre tagliano i nastri delle inaugurazioni, se poi queste si risolvono o no in qualcosa di ben fatto e funzionante gli interessa pochissimo. Ancor meno gli interessa la manutenzione dell’esistente, perché secondo costoro non porta notorietà e voti. Poi, quando avviene la tragedia, tutti a piangere lacrime di coccodrillo e a scaricare le responsabilità su qualcun altro.


  1. Se non riuscite ad aprire la pagina, ecco qui uno screenshot del titolo dell’articolo. Anche questo articolo pone più o meno le stesse domande di Repubblica. 
  2. Ma come dimostrano certe intercettazioni ai tempi del sisma dell’Aquila, alcuni personaggi senza scrupoli preferiscono che sia così. 
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