Nostalgia di sfondo

Era il 2002, Jaguar era uscito da poco, e io dopo tanti anni decisi di tornare al Mac. Da anni usavo a tempo pieno Linux, ma la grafica spettacolare di OS X unita al cuore che batteva Unix erano troppo allettanti per farsele sfuggire.

Una delle cose che mi piacevano di più di Jaguar era lo sfondo del desktop. Semplicemente spettacolare, niente a che vedere con quello che si vedeva su Linux, un sistema operativo tecnicamente ineccebile ma di aspetto grafico miserrimo.1

Gli sfondi installati di default diventavano sempre più belli ad ogni nuova versione di OS X, i miei preferiti sono stati senza dubbio quelli di Tiger e di Snow Leopard. Per chi è nostalgico, tutti (tutti!) gli sfondi originali di OS X (e macOS) si possono trovare qui.

Purtroppo i Mac Retina attuali, con la loro super risoluzione, non rendono giustizia a questi capolavori grafici. Ringraziamo quindi caldamente (è proprio il caso di dirlo, di questi tempi) 512Pixels per averne fatto una versione 5K di ottima qualità. I nostalgici saranno contenti.


  1. Oggi Linux è migliorato parecchio anche da questo punto di vista. 
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La cattiva scienza dei sensori da polso

L’articolo Accuracy in Wrist-Worn, Sensor-Based Measurements of Heart Rate and Energy Expenditure in a Diverse Cohort, pubblicato qualche giorno fa sul Journal of Personalized Medicine da Anna Shcherbina e coautori, sotto la guida del prof. Euan Ashley del Dipartimento di Medicina dell’Università di Stanford in California ha destato molto scalpore sul web.

Una veloce ricerca su Google con le parole chiave “stanford apple watch heart rate accuracy” produce oltre 1.000.000 (un milione!) di risultati, con in cima un articolo interessante su iMore e un altro articolo (discreto) su AppleInsider.
Poi tanta fuffa ricopiata in fretta e furia, prevalentemente sui siti dedicate alle ultime notizie sul mondo Apple. In Italia ne ha scritto in modo originale QuickLoox, e per una volta non è male nemmeno l’articolo pubblicato da Repubblica.

Del resto è naturale che sia così, in fondo si parla di tecnologia e di salute e ci sono di mezzo Apple e Samsung, le due arcirivali del momento (i tempi della contrapposizione fra Apple e Microsoft sono passati da un pezzo).

Meno naturale è fidarsi ciecamente dei risultati e delle conclusioni dell’articolo citato. Perché la scelta degli autori di pubblicare un articolo di così alta risonanza sul Journal of Personalized Medicine desta parecchie perplessità, almeno in chi conosce un po’ i meccanismi dell’editoria scientifica.


Il cardiologo Euan Ashley e il suo team nel corso della sperimentazione sui dispositivi da polso per il tracciamento della frequenza cardiaca e del consumo calorico (foto Università di Stanford).

Una casa editrice discussa

Il Journal of Personalized Medicine infatti è edito dal Multidisciplinary Digital Publishing Institute (MDPI), una casa editrice piuttosto discussa, basata in Cina ma con sede di facciata in Svizzera, il cui rigore scientifico è stato messo in dubbio più volte.

MDPI è diventata famosa qualche anno fa per aver pubblicato su una delle tante riviste del gruppo un articolo riguardante il paradosso australiano, in base al quale la riduzione del consumo di zucchero si accompagna in Australia ad un aumento dell’obesità (detto più tecnicamente, l’articolo afferma che c’è una correlazione negativa fra consumo di zucchero e obesità, quando uno aumenta l’altro diminuisce).

Tutte balle, naturalmente.

Balle come quelle pubblicate in un altro articolo sull’origine, l’evoluzione e la natura della vita, che mette insieme il micro e il macrocosmo, la gravità quantistica e le transizioni di fase dell’acqua, gli elementi chimici alla base della vita e le mutazioni del DNA. Una teoria del tutto basata sul nulla, un articolo di più di 100 pagine, ricevuto, letto, digerito ed accettato per la pubblicazione in meno di un mese, praticamente un record.1

Ci sono dei segnali che indicano che MDPI negli ultimi anni abbia iniziato a cambiare rotta, ma non è facile scrollarsi di dosso un’impronta negativa, soprattutto quando si continua ad avere la pessima abitudine di invitare continuamente gli scienziati di tutto il mondo a pubblicare sulle loro riviste. Meglio: a pubblicare qualunque cosa sulle loro riviste, senza che ci sia spesso una vera relazione fra il settore di ricerca di chi viene invitato e il tema della rivista stessa.

Abbindolati?

Non voglio farla lunga su un tema così complesso e così lontano dall’esperienza comune. Però è naturale chiedersi perché mai gli autori dell’articolo di cui stiamo parlando che, non dimentichiamolo, provengono dall’università di Stanford, una delle università più prestigiose degli USA e del mondo (e non dalla IMT School for Advanced Studies di certi nostri ministri), abbiano deciso di pubblicare un articolo destinato a fare scalpore su una rivista minore come il Journal of Personalized Medicine,2 piuttosto che su una rivista di una casa editrice più prestigiosa.

Delle due l’una: o gli autori si sono fatti abbindolare in buona fede dalle continue email provenienti da MDPI che invitano a pubblicare su qualcuna delle loro riviste (ne ho una buona collezione anch’io), oppure l’articolo è stato rifiutato da riviste di maggior calibro e gli autori sono stati costretti a scendere di livello, fino ad arrivare al Journal of Personalized Medicine, dove i controlli di qualità sono meno stringenti.

Non è necessario essere dei pivelli per farsi abbindolare (però aiuta). Gli inviti via email sono molto pressanti, il processo di pubblicazione sembra veloce, serio, professionale, le riviste sono nuove ma potenzialmente interessanti. Scoprire cosa c’è dietro — spesso un verminaio di bassi interessi economici che con la scienza hanno ben poco a che fare e che confinano con la truffa vera e propria — non è per niente facile, a meno che non si indaghi un po’ e che si sia anche fortunati.

Però qui si tratta di un gruppo di ricerca forte, guidato da un professore importante che ha pubblicato sulle migliori riviste di medicina, proveniente da una università di primissimo piano, non di ricercatori alle prime armi. Difficile credere che nessuno di loro conosca MDPI e le sue pratiche opache.

O rifiutati?

L’articolo di cui stiamo parlando non è il primo che analizza le prestazioni dei dispositivi da polso in campo biomedico. Ce ne sono almeno altri cinque pubblicati nell’ultimo anno, tutti su riviste di prestigio e uno perfino su JAMA, una delle riviste più importanti in assoluto in campo medico (gli articoli sono elencati nella bibliografia, in ordine di data di pubblicazione).

L’argomento è di moda, dovrebbe essere piuttosto facile pubblicare su una rivista di alto livello. Anzi, se si ha in mano qualcosa di buono, dovrebbe essere imperativo cercare di pubblicare su una rivista importante, sia per facilitare il proseguimento dell’attività, sia per aumentare il prestigio scientifico di chi ha collaborato allo studio.

E invece, niente JAMA, niente riviste prestigiose, solo un misero Journal of Personalized Medicine. Dove però l’articolo riceve una attenzione straordinaria da parte dei media, a differenza di tutti gli altri sullo stesso tema pubblicati in precedenza.

Ho letto l’articolo e francamente non mi sembra niente di che, il numero e la distribuzione statistica dei pazienti analizzati è piuttosto limitato, la procedura di misura è discutibile, l’analisi dei dati è presentata in modo confuso, tuttla la presentazione è poco chiara.
Non mi stupirebbe affatto che fosse stato respinto da qualche rivista di prestigio. Magari da più di una.

Infatti basta scavare un po’ per accorgersene.

Cercando un po’ su Google si finisce sulla pagina personale di Anna Shcherbina sul sito dell’università di Stanford dove, in cima alla lista delle pubblicazioni, si trova il preprint, cioè la versione iniziale dell’articolo poi finito sul Journal of Personalized Medicine.

Il formato del preprint, che è la prima versione di un articolo inviata ad una rivista perché possa essere valutata, è molto simile a quello degli articoli pubblicati sulla nota rivista ad accesso aperto PLOS ONE, basta confrontare il PDF del preprint con la referenza numero 3 della bibliografia per rendersene conto.

Spicca in particolare il modo in cui è formattato l’abstract, che se non è specifico di PLOS ONE è comunque ben poco diffuso (infatti nella versione definitiva pubblicata sul Journal of Personalized Medicine l’abstract è riscritto in modo convenzionale).

Nel preprint mancano anche alcune parti presenti nella versione definitiva, ed altre sono state spostate dal Materiale Supplementare (una specie di appendice ormai molto di moda al testo vero e proprio) all’articolo vero e proprio, segno evidente dell’intervento di qualche referee non molto convinto dall’organizzazione e dalla presentazione del lavoro.

Il preprint è stato archiviato su bioRxiv (il servizio di preprint degli articoli di biologia analogo al primo e più noto arXiv usato dai fisici e dai matematici), a metà dicembre del 2016, cioè ben due mesi e mezzo prima della sottomissione al Journal of Personalized Medicine.

Mettere un preprint su bioRxiv (o arXiv) serve per distribuire in anticipo un articolo scientifico, superando le lungaggini e i tempi tecnici della pubblicazione ufficiale.

Ma sarebbe folle mettere online un preprint ben due mesi e mezzo prima della sottomissione dell’articolo ad una rivista scientifica. Mancando l’ombrello di ufficialità dato dalla sottomissione ad una rivista, qualcuno senza scrupoli (ce ne sono!) potrebbe scopiazzare i risultati della ricerca e pubblicarli autonomamente, senza che i veri autori possano far niente per dimostrare il plagio.

Da quanto detto, si può ipotizzare che gli autori abbiano mandato la ricerca prima a PLOS ONE, ricevendone un rifiuto, come succede fin troppo spesso agli articoli scientifici (ci sono riviste scientifiche che hanno percentuali di accettazione del 5-10%, e la maggior parte non va oltre il 30%). Invece di rivedere l’articolo (come sarebbe normale), hanno deciso di fare delle modifiche minime e di inviarlo al Journal of Personalized Medicine, che l’ha accettato e pubblicato in un battibaleno, infatti fra sottomissione ed accettazione dell’articolo sono passati appena due mesi, dal 27 febbraio al 4 maggio.3

Sono consapevole che processo di valutazione degli articoli scientifici non è esente da pecche, e che la pubblicazione su una rivista di primaria importanza non garantisce la qualità della ricerca. Ma è altrettanto vero che lo scarso, scarsissimo, controllo effettuato da riviste come il Journal of Personalized Medicine depone ancora meno bene circa il livello qualitativo del lavoro.

Conclusioni

Qual è la morale di tutto ciò?

Una più generale è che, in tempi di scienza champagne, quando tanti scienziati cercano più l’attenzione dei media che quella dei colleghi, non tutto quello che viene pubblicato in ambito scientifico ha necessariamente un valore (potrei fare esempi come la fusione fredda, il nono pianeta del sistema solare, certe particelle che appaiono e scompaiono).

L’altra più specifica è che, prima di fare ulteriori considerazioni sulla qualità (o meno) di dispositivi a cui affidare la nostra salute, io preferirei aspettare i risultati di altre indagini indipendenti e, si spera, più rigorose.

Bibliografia

[1] M.E. Rosenberger et al., 24 Hours of Sleep, Sedentary Behavior, and Physical Activity with Nine Wearable Devices,
Medicine & Science in Sports & Exercise, vol. 48, num. 3, pag. 457 (Marzo 2016),
doi: 10.1249/MSS.0000000000000778.

[2] D.W. Kaiser, R.A. Harrington, M.P. Turakhia, Wearable Fitness Trackers and Heart Disease,
JAMA Cardiology, vol. 1, num. 2, pag. 239 (Maggio 2016),
doi: 10.1001/jamacardio.2016.0354.

[3] M.P. Wallen et al., Accuracy of Heart Rate Watches: Implications for Weight Management,
PLOS ONE, vol. 11, num. 5, pag. e0154420 (Maggio 2016),
doi:10.1371/journal.pone.0154420.

[4] J.M. Jakicic et al., Effect of Wearable Technology Combined With a Lifestyle Intervention on Long-term Weight Loss: The IDEA Randomized Clinical Trial,
JAMA, vol. 316, num. 11, pag. 1161 (Settembre 2016),
doi:10.1001/jama.2016.12858.

[5] R. Wang et al., Accuracy of Wrist-Worn Heart Rate Monitors,
JAMA Cardiology, vol. 2, num. 1 , pag. 104 (Gennaio 2017),
doi: 10.1001/jamacardio.2016.3340.


  1. Ci sarebbero altri esempi, come un articolo secondo il quale il riscaldamento globale della terra è molto meno intenso di quanto comunemente si pensi. Un articolo che può piacere al presidente degli Stati Uniti, ma che è stato duramente criticato dagli studiosi del clima, secondo i quali l’analisi dei dati e le conclusioni che ne vengono tratte sono fondamentalmente errate
  2. Che il Journal of Personalized Medicine sia una rivista minore non lo dico io ma dei dati oggettivi, come il fatto che dei 127 articoli che ha pubblicato nei suoi sette anni di vita, appena 10 hanno ricevuto più di 10 citazioni. Opppure il fatto che il database Scimago non la elenchi fra le riviste scientifiche conosciute. Scopus, uno dei più importanti database di articoli scientifici (se un articolo non è su Scopus non conta niente), invece trova il Journal of Personalized Medicine ma, a differenza delle altre riviste del settore, non le assegna nessun indicatore statistico di qualità
  3. Sulle riviste serie il processo di referaggio, cioè la valutazione della qualità tecnico-scientifica del manoscritto fatta in modo anonimo da altri scienziati che lavorano nello stesso campo di ricerca, ha bisogno di tempi molto più lunghi, se va bene 3-4 mesi, ma spesso anche molto di più. Troppa velocità significa troppo spesso che la valutazione del manoscritto è stata fatta alla carlona. 
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Non toccate quella cartella!

Volete fare uno scherzo ad un amico che che usa Windows 7 (o magari anche Windows 8.x) e crede fermamente nella massima “Non avrai altro sistema operativo al di fuori di Windows“? Volete far passare un quarto d’ora d’ansia al collega (o al vicino) spocchioso, secondo il quale Windows è sempre il non plus ultra?

Ci vuole poco. Tutto quello che dovete fare è lanciare il Terminale di WIndows, cmd.exe (potete farlo dal menu Start, cliccando in successione su Programmi > Accessori > Prompt dei comandi, oppure usando i metodi alternativi descritti qui), eseguire il comando,

cd c:\$MFT\123

ed andarvene (potete mettere quello che vi pare al posto di 123).

Apparentemente non succede niente, ma Windows smette immediatamente di rispondere a tutto: non riesce più ad eseguire i programmi, non apre i documenti, su un vecchio PC ho perfino perso il controllo del mouse. A volte può perfino andare in crash Windows, anche se succede in modo causale e poco riproducibile.

L’unico modo per ripristinare il funzionamento normale di Windows è spegnere brutalmente il PC — schiacciando a lungo il tasto di accensione o, nei casi patologici, staccando brutalmente la spina — e riavvivare da zero. Dopo di che tutto tornerà a funzionare come al solito (stavo per scrivere perfettamente, ma mi sono accorto che è impossibile che Windows funzioni perfettamente).

Accedere al Terminale del computer di qualcun altro però non è semplice, il malcapitato può sempre accorgersene, distruggendo così l’effetto dello scherzo.

Niente paura, potete sempre inserire il comando di sopra in un file di testo e salvarlo su una chiavetta USB formattata in NTFS (secondo me, funziona anche su una comune chiavetta formattata FAT, come quelle appena comprate, ma ammetto di non aver provato) come eseguimi.bat o simili. Il nome del file non importa, ma l’estensione deve per forza essere .bat, che su Windows è riservata ai file di testo contenenti comandi di sistema da eseguire in sequenza (più o meno come gli script bash di macOS o di Linux). A questo punto basta fare (o far fare) doppio click sul nome del file per bloccare Windows, almeno fino al riavvio forzato.

Inoltre, poiché Windows 7 graziosamente evita di default di mostrare le estensioni dei file, il file eseguimi.bat apparirà al malcapitato utente di Windows semplicemente come eseguimi (o simili). Una falla sfruttata per anni ed anni da tanti virus (quelli veri!) e malware sviluppati apposta per questo sistema operativo, che usavano nomi di file come guardami.jpg.bat per far credere al malcapitato di avere a che fare con l’immagine guardami.jpg, facendolo ritrovare in pochi istanti con il computer infettato da qualche porcheria informatica.

Perché succede tutto questo? Perché come è spiegato molto bene su ArsTechnica, $MFT è il nome di un file speciale usato dal driver NTFS di Windows. Sotto Windows, nessun utente può creare un file con questo nome, ma se si cerca di accedere ad una cartella contenente il nome $MFT nel percorso, anche se la cartella in questione non esiste, il driver NTFS impazzisce e blocca tutto il sistema.

Sono vent’anni che è così, ma Microsoft non si ancora degnata di correggere questo baco.

Diamo tempo al tempo.


Post Scriptum: Ho provato a bloccare Windows 7 facendogli accedere ad un percorso di rete contenente la stringa $MFT ma, a differenza di quanto riportato da The Verge, non ci sono riuscito, perfino usando Internet Explorer. Se qualcuno mi può aiutare, sarei proprio curioso di capire perché. Forse è necessario che la pagina web venga gestita da IIS (il server web di Microsoft) e non da Apache o altri. Ma diciamocelo: chi mai usa IIS come server web?

Post Scriptum #2: Il baco dovrebbe presentarsi anche su Windows XP ma, per quanto ci abbia provato, non sono riuscito a riprodurlo su questa versione ancora molto popolare di Windows. Windows Vista è inutile considerarlo, tanto non l’ha mai installato nessuno.

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Docs.com, una farfalla di internet

Qualche mese fa ho scritto di Docs.com, un servizio di condivisione gratuita di documenti con qualche problema di privacy, dovuto però più alla ignavia dei suoi utilizzatori che a colpe reali di Microsoft.

Ora Microsoft decide di mettere in pensione Docs.com, sostituendolo con SlideShare, un’altra piattaforma di condivisione di documenti (originariamente solo presentazioni) acquisita tempo fa da Microsoft insieme a LinkedIn.

La transizione non è automatica, anzi. Il massimo che si può fare è spostare i documenti condivisi da Docs.com al proprio account su OneDrive (ammesso che lo spazio disponibile sia sufficiente) per poi condividerli di nuovo, a mano, su SlideShare. Forse così Microsoft pensa di risolvere i problemi legati alla condivisione di documenti contenenti dati sensibili, ma di certo è una bella seccatura per chi utilizza il servizio.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che questo è il secondo annuncio di chiusura di un servizio internet che ricevo in una settimana. Il primo è arrivato da Meldium, un servizio web di gestione delle password, acquisito qualche anno fa da LogMeIn.

Qui la ragione addotta per la chiusura del servizio è la sovrapposizione delle funzioni di Meldium con quelle di LastPass (altra acquisizione di LogMeIn) e la necessità di evitare frammentazioni inutili.

E anche in questo caso la migrazione da Meldium a LastPass (ottimo servizio, peraltro) non è né semplice né indolore, basta una occhiata per accorgersi che non è assolutamente alla portata dell’utente medio.

Internet, è vero, è un ribollire di iniziative, di servizi che nascono e che muoiono di continuo, ma se per una startup può essere normale chiudere senza troppi ripensamenti, da grossi calibri come LogMeIn o, a maggior ragione, Microsoft, ci si potrebbe aspettare più stabilità, o perlomeno una maggiore attenzione alle esigenze dei propri utenti.

LogMeIn non è nuova a queste chiusure improvvise. Anni fa aveva messo su Cubby, un servizio che voleva (senza troppo successo) far concorrenza a Dropbox e a SugarSync, trasformandolo improvvisamente in un servizio a pagamento, con buona pace di chi lo stava usando fidandosi del fatto che lo spazio offerto gratuitamente fosse disponibile per sempre.

Il già citato SugarSync qualche anno fa era un servizio di condivisione migliore di Dropbox. All’improvviso è diventato un servizio solo a pagamento, obbligando chi lo usava a scegliere se pagare prezzi decisamente fuori mercato o cambiare servizio. E magari anche a cambiare sistema operativo, visto che ha pure smesso di sviluppare la versione per Linux del suo software di sincronizzione. Sarei proprio curioso di conoscere chi è disposto a spendere 9.99 dollari al mese per avere 250 GB di spazio sul cloud con SugarSync, quando allo stesso prezzo Dropbox offre 1 TB, e da qualche giorno iCloud arriva a ben 2 TB.

Perfino Microsoft fino ad un anno fa offriva gratuitamente 15 GB a tutti gli utenti, per sempre. Poi all’improvviso ha deciso di ridurre lo spazio gratis a soli 5 GB. Una vera e propria sollevazione popolare l’ha costretta a tornare su suoi passi, consentendo agli utenti di vecchia data (e solo a loro) di mantenere i 15 GB precedenti.

Per quello che mi riguarda, diffido a priori di chi su internet propone servizi gratuiti per tutta la vita. E ho parecchi dubbi anche nei confronti di quelli a pagamento.1

Perché troppo spesso la vita di un servizio su internet è più breve di quella di una farfalla.


  1. Infatti preferisco pagare mensilmente (o al più ogni anno) i servizi a cui sono abbonato. 
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Magari!

Dopo l’esperienza deludente dello scorso ottobre quando, dopo aver sperato che venisse presentato qualcosa di veramente nuovo e grandioso mi sono ritrovato con i nuovi insipidi Macbook Pro, questa volta preferisco astenermi da ogni previsione relativa all’hardware.

Ma questo è il WWDC, la conferenza mondiale degli sviluppatori, e il software la farà da padrone.

Saranno di certo annunciati gli aggiornamenti di macOS (sbadiglio!) e di iOS e derivati (ri-risbadiglio!), niente di cui scrivere a casa comunque, perché la cadenza annuale di aggiornamento dei sistemi operativi di casa Apple è troppo frequente per essere minimamente eccitante.

Però forse avremo qualcosa che assomiglia ad un filesystem anche su iOS, accompagnata magari anche da una funzionalità di drag and drop, probabilmente limitata al solo iPad.

Due funzioni che sarebbe ora che arrivassero su iOS, in particolare se si vuole rendere finalmente l’iPad il computer ideale per la maggior parte degli utenti, il vero e realistico sostituto dei desktop o dei notebook attuali.

Pochi minuti e lo sapremo.

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