Pensieri d’agosto 2

Negli ultimi anni la Puglia ha portato avanti un piano intelligente di produzione di energia pulita attraverso l’installazione di centinaia di pale eoliche. Non so se, come sostiene qualcuno, la regione abbia raggiunto l’autonomia energetica, ma la quantità di energia rinnovabile prodotta è comunque molto rilevante. La maggior parte delle pale è stato installata al confine fra la Puglia e la Campania, in una regione collinare spoglia e poco popolata, nota più che altro per bollettini meteo sempre allarmanti, “… attenzione, nebbia in banchi fra Grottaminarda e Candela”.

Le pale eoliche producono energia pulita, non hanno i problemi di smaltimento dei pannelli solari, non saranno bellissime da un punto di vista estetico ma, se vengono installate in aree non particolarmente pregiate dal punto di vista naturalostico naturalistico, alla fine producono più benefici che danni.

Tutti contenti? Nemmeno per sogno! I critici ostili alle pale eoliche non si contano. Perché non sono belle da vedere, perché sono rumorose, perché fanno venire le vergini vertigini agli anziani, perché gli uccelli possono incappare nelle pale ed esserne stritolati, perché sono state affidate in gestione ai privati e non allo stato.

Quasi tutte le eccezioni sono risibili, come se una centrale termoelettrica o — Dio ce ne scampi! — nucleare non faccia danni di gran lunga peggiori alla natura e al territorio.

Per quanto riguarda la gestione degli impianti, non sono un fanatico delle privatizzazioni, anzi, ma vorrei che questi sapere da questi critici a comando quali sono le altre attività di produzione o di gestione dell’energia gestite oggi dallo stato (domanda retorica: nessuna). E quali sono le grandi (e piccole) opere fatte in questo Paese che non presentano dei risvolti opachi. Queste almeno funzionano e fanno fino in fondo quello per cui sono state progettate.

L’energia in qualche modo dobbiamo produrla. Meglio produrla in modo pulito e rinnovabile, almeno nei limiti delle tecnologie attuali, o sfruttare fino all’ultima goccia di petrolio o all’ultimo pezzettino di carbone, riempiendo l’ambiente di veleni ma evitando di urtare la sensibilità di certi occhi o orecchie? Non si può dire sempre di no e aspettarsi che queste non-decisioni prima o poi non ci si ritorcano contro.

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Pensieri d’agosto 1

Un circuito elettronico è progettato per funzionare con valori ben precisi di tensione di alimentazione e di corrente elettrica, ma può tollerare deviazioni più o meno grandi dei parametri di progetto. Se in condizioni normali nel circuito fluisce una corrente di 100 mA (milliAmpere, equivalente a un flusso di 6 \times 10^{17} elettroni al secondo), posso aumentare tranquillamente la corrente fino a 120 mA senza che succeda niente. Se sono fortunato e se ho fatto le cose per benino, il circuito continuerà a funzionare anche se la corrente arriva a 150 e magari anche a 200 mA.

Ma non posso aumentare la corrente all’infinito. A un certo punto tutti questi elettroni che vanno a spasso per il mio circuito inizieranno a scaldare gli elementi che compongono il circuito elettronico e i fili che li collegano, senza che l’aria che li circonda riesca a portare via tutto il calore in eccesso. Il calore si accumula e alla fine inevitabilmente qualcosa si rompe e il circuito smette di funzionare.

Posso metterci una pezza cercando di portare via il calore con dei dissipatori montati sugli elementi più sensibili o con delle ventole che rimuovono l’aria calda accumulata nel contenitore. Ma non c’è niente da fare, se passa troppa corrente rispetto a quanto previsto in sede di progetto è inevitabile che prima o poi avvenga un patatrac.

Invece di provare ad aggiustare un progetto diventato inadeguato, la cosa più logica sarebbe costruire un circuito nuovo di zecca che possa sopportare un flusso maggiore di corrente oppure modificare radicalmente il vecchio circuito, utilizzando dei componenti adatti a sopportare sollecitazioni elettriche e termiche più elevate.

Quello che succede quando troppi camion passano su un vecchio ponte è poi così diverso?

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Tutto anzi niente

Alla fine degli anni ’80 ho vissuto a lungo in Germania. Bellissima la città, Brauschweig, quasi al confine con l’ex Germania Est e a pochi chilometri da una città incantevole come Hannover. Bellissimo l’istituto dove lavoravo, il Physikalisch-Technische Bundesanstalt (PTB per quelli che non amano gli scioglilingua), immerso nel verde, pieno di animali selvatici liberi di scorazzare nel bosco, tanto grande che per andare da un capo all’altro tanti usavano la bici o l’auto. Organizzazione perfetta, i tedeschi quando ci si mettono sono dei maestri.

Ogni mese il gruppo di una ventina di tecnici e ricercatori di cui facevo parte, e come il nostro tutte le altre decine e decine di gruppi del PTB (in totale c’erano circa 1500-2000 dipendenti), riceveva un tabulato spesso diversi centimetri (volevo scrivere “spesso come un elenco del telefono”, ma per i più giovani è un paragone incomprensibile) con l’elenco di tutte le telefonate fatte da ciascun di noi, suddivise fra telefonate private e telefonate di lavoro.

Già allora il centralino del PTB era intelligente e tutte le telefonate erano codificate. Volevo fare una telefonata urbana privata? Mi bastava premettere un “1” al numero di telefono. Per una telefonata urbana di lavoro usavo un “2”, per le interurbane private o di lavoro i codici erano rispettivamente “3” e “4”. Anche le rare telefonate internazionali avevano i loro codici, diciamo “5” e “6”, ed essendo le più costose erano anche quelle più sotto osservazione.

In questo modo il costo delle telefonate private veniva addebitato automaticamente al numero da cui erano partite, mentre per quelle di lavoro la procedura era leggermente più complicata.

Le telefonate che costavano meno di alcuni marchi (diciamo qualche euro di oggi) non le guardavano nemmeno, mentre tutte quelle che superavano una certa soglia venivano marcate con un pennarello giallo (per i casi “normali”) o rosso (per quelle più costose) e chi le aveva effettuate doveva giustificare il motivo per cui le aveva fatte. Niente di complicato, bastava scrivere sul tabulato stesso il nome dell’azienda o del collega che era stato chiamato e perché e il gioco era fatto, si fidavano e non chiedevano altro. Ma dietro tutta questa fiducia c’era la consapevolezza che essere scoperti a dichiarare il falso avrebbe comportato una sanzione immediata e irrevocabile.

A me succedeva spesso di chiamare l’azienda di Monaco che aveva realizzato il sistema di deposizione di film sottili che stavo mettendo a punto,1 a volte stavo al telefono un’ora o più per cercare di sistemare qualcosa che non andava. Negli anni ’80 le interurbane si pagavano al minuto e quelle fatte in orario di lavoro potevano costare due o tre volte di più di quelle serali, per cui queste telefonate costavano uno sproposito e venivano regolarmente segnate in rosso. Ma bastavano due righe di spiegazione ed erano contenti, non mi hanno mai chiesto altro.

Ogni tanto pensavo che in qualche ufficio del PTB c’era qualcuno che passava la giornata a scorrere tutti questi tabulati, a segnare le telefonate sotto osservazione e a leggere e valutare le nostre giustificazioni, e ogni volta cresceva la mia incredulità per questa organizzazione efficiente e rigorosa ma anche attenta a non creare troppi fastidi ai colleghi.


Tornato in Italia venni subito assunto dallo IEN di Torino (ora INRiM) per proseguire il lavoro fatto presso il PTB. Allo IEN le cose erano molto più ruspanti, al posto dei codici automatici c’erano dei foglietti azzurri dove dovevamo segnare qualunque telefonata fatta, una per ogni foglietto. I foglietti finivano nell’ufficio di una signora simpaticissima, peccato non ricordarne più il nome, che li accumulava uno sull’altro in pile vertiginose.

In teoria avrebbe dovuto leggere ogni foglietto, addebitare a chi le aveva fatte le telefonate private e chiedere i motivi di quelle di lavoro più costose, più o meno come succedeva al PTB.

In pratica la signora non faceva niente di tutto questo, aveva troppe altre cose da fare per occuparsi veramente dei foglietti del telefono. Una volta mi ha spiegato il perché e non faceva una piega. La maggior parte delle telefonate private erano urbane e brevissime, le classiche “butta la pasta che arrivo” ma, anche se costavano pochi spiccioli, per essere addebitate richiedevano la compilazione di due o tre moduli diversi, oltre che svariate firme e giri di documenti da un ufficio all’altro. Per recuperare 100 lire (5 centesimi di oggi) l’amministrazione ne avrebbe sprecate 50-100 mila (sempre lire) in termini di costo “macchina” dei vari impiegati amministrativi coinvolti. Aveva senso farlo? Naturalmente no, e la signora era così saggia da evitare questo spreco inutile per dedicarsi a pratiche più importanti.

Per le telefonate di lavoro, invece, considerava valido a prescindere quello che scriveva il collega, un po’ perché sapeva che eravamo quasi tutti onesti, un po’ perché sapeva altrettanto bene che cercare le poche telefonate false nella montagna di quelle vere sarebbe venuto a costare ben di più delle cifre recuperate. E quando anche ci fosse riuscita, sarebbe iniziata la valanga tipicamente italica di giustificazioni, non ricordo, ricorsi e controricorsi, che avrebbe reso vana ogni sua azione.

Ogni anno prima di Natale la signora prendeva la pila di foglietti e li buttava via senza nemmeno guardarli.


Quella della mia collega o del PTB era una lezione di buonsenso: non ha senso cercare di controllare tutto, è molto meglio concentrarsi solo sulle cose importanti lasciando perdere le minuzie. Altra lezione indimenticabile è che solo un sistema di sanzioni rigoroso ma equo può evitare veramente le frodi.

Invece prevale l’attitudine contraria, si sceglie di controllare e burocratizzare tutto, in particolare le sciocchezze da quattro soldi, in modo da non riuscire a non controllare niente in modo efficace, buttando pure a mare inutilmente delle vere montagne di soldi. E nei pochi casi in cui i controlli vanno a buon fine, ci sono troppe scappatoie che permettono ai farabutti di farla franca. Vedete voi se per cecità, ignavia o volontà nemmeno troppo nascosta.


  1. Un sistema di sputtering in ultra alto vuoto, una roba da mezzo milione di euro di allora affidata ad un giovane appena laureato come me, che meriterebbe un racconto tutto suo. 
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Qui! Consip, ovvero altro che quattro punti spuntati

Non mi sarei mai aspettato di vedere immediatamente confermato, e nel modo peggiore, quello che scrivevo solo pochi giorni fa sulla Consip, il carrozzone che gestisce gli appalti della pubblica amministrazione.

Riassumo brevemente i fatti.

Una azienda, la Qui! di Genova (difficile trovare un nome più insulso), vince due lotti di un appalto Consip da 1 miliardo di euro (avete letto bene, 1 miliardo di euro) relativo alla distribuzione dei buoni pasto agli uffici pubblici.

L’azienda però è indebitata fino al collo e smette di pagare gli esercenti che ritirano i suoi ticket e che, in cambio della “fortuna”, le devono pure versare una certa commissione. I negozianti a loro volta smettono di ritirare i buoni pasto della Qui!

La situazione precipita rapidamente e alla fine la Consip, quasi in contemporanea alla pubblicazione del mio articolo, decide pilatescamente di risolvere la convenzione con Qui! ma di lasciare alle singole amministrazioni il compito di decidere cosa fare delle loro forniture. L’effetto finale è che circa 100.000 dipendenti pubblici del Lazio e delle regioni del Nord-Ovest si ritrovano in tasca decine di buoni pasto che non possono utilizzare e che forse non saranno mai rimborsati o sostituiti.

Uno potrebbe chiedersi come sia possibile che una azienda come Qui! possa vincere un appalto di questa entità senza che il carrozzone Consip effettui i dovuti controlli, che sono una delle ragioni alla base della sua stessa esistenza, e quali trame e quali compiacenze ci siano dietro tutto ciò.

Ma queste considerazioni non mi interessano, le lascio volentieri a giornalisti e commentatori, oltre che alla solita magistratura chiamata sempre a spiegare e a risolvere a posteriori i tanti fatti mefitici della nostra vita pubblica.

Quello che mi interessa è l’intrico di burocrazia asfissiante e di gattopardismo che pretende di controllare persino le minuzie in modo che non si riesca a controllare un bel niente, che c’è dietro tutta questa storia.


Non so più da quando ho iniziato a ricevere i buoni pasto (o più confidenzialmente ticket), sarà più o meno dalla metà degli anni ’90.1 Prima per mangiare durante la pausa pranzo avevo due possibilità: andare alla mensa ospitata nell’area del mio istituto, dove il pasto era gratuito (bevande escluse) anche se la qualità spesso decadeva con l’avvicinarsi del termine della convenzione, oppure scegliere uno dei bar o delle tavole calde della zona per il classico panino o l’insalatona pseudo-salutista. Se decidevo di andare “fuori” ero penalizzato, sia perché pagavo di tasca mia sia perché l’ente pagava anche per me la convenzione con la mensa senza che ne usufruissi. Però tutto sommato ero libero di scegliere e andava bene così. Inoltre se mangiavo fuori potevo cedere il mio buono giornaliero per la mensa a un tesista, borsista, o precario di altro genere che non essendo un dipendente “ufficiale” avrebbe dovuto pagarsi il pranzo, per cui niente o quasi andava sprecato.

Poi arrivarono i ticket, blocchetti di una ventina di foglietti strappabili da usare per pagare i pasti (che a me hanno sempre ricordato i miniassegni usati negli anni ’70 al posto degli spiccioli). Il mio istituto appaltava la fornitura dei ticket ad una delle società emettitrici, dopo uno o due anni il contratto scadeva e l’istituto decideva se rinnovare l’appalto o se cambiare fornitore (basandosi, si spera sul feedback degli utenti).

Come dipendente avevo il diritto di ricevere un ticket per ogni giorno lavorativo e lo potevo usare sia nella mensa interna che in un qualsiasi bar, tavola calda o supermercato convenzionato con quel particolare tipo di buono pasto. Sembrava l’uovo di Colombo, e tutti o quasi ne traevano dei vantaggi (a parte i precari che perdevano la possibilità di mangiare gratis).


Sembra incredibile ma dalla faccenda dei ticket ci guadagnano più o meno tutti, mettendo a dura prova il primo principio della termodinamica. Ci guadagna l’ente pubblico che paga i ticket meno del loro valore nominale (stiamo parlando di un euro o anche un euro e mezzo in meno), ci guadagnano gli esercenti convenzionati che aumentano spesso di parecchio clienti e vendite.

Ma ci guadagna anche e soprattutto la società emettitrice dei buoni pasto, nonostante li venda a meno del loro valore. Come? Prima di tutto giocando sui tempi: l’ente pubblico paga la fornitura tutta insieme o in grosse tranche periodiche e (relativamente) veloci mentre i dipendenti spendono solo uno o due ticket al giorno. Quindi in media ciascun ticket viene pagato alla società emettitrice parecchi giorni (ma più spesso mesi) prima del momento in cui questa rimborsa l’esercente che l’ha ritirato. Moltiplicando per decine o centinaia di migliaia di ticket ogni mese, significa che la società ha in mano per lunghi periodi di tempo un bel po’ di soldi freschi che può far fruttare sul mercato finanziario, trasparente o opaco che sia (come forse è successo con Qui!).

Se si aggiunge che gli esercenti sono obbligati, se vogliono mantenere la convenzione, ad accettare quasi sempre condizioni capestro, pagando ad esempio commissioni piuttosto elevate alla società emettitrice e venendo rimborsati solo dopo parecchi mesi (la commissione in teoria è proibita ma può essere camuffata in molti modi diversi, per tanti esercenti rifiutarsi di pagarla può significare perdere anche centinaia di clienti), e che tante volte i dipendenti perdono o dimenticano in un cassetto una parte dei loro ticket oppure non riescono a utilizzarli entro la data di scadenza,2 ci si rende facilmente conto di come i buoni pasto possano essere un affare eccellente per chi li emette.

In fondo quello che ci guadagna di meno è proprio il dipendente, che ancora oggi riceve buoni pasto del valore di soli 7 euro, appena sufficienti ad acquistare un panino e una bottiglietta di acqua, altro che pasto completo! Senza dimenticare i gestori delle mense aziendali, che diminuiscono ogni giorno di più, perché “tanto ci sono i ticket!”.


Gli enti pubblici sono obbligati ad offrire un servizio mensa ai loro dipendenti (ma credo che la stessa cosa succeda anche nelle aziende, o almeno in quelle più grandi). Fino a pochi anni fa, la mensa era spesso interna, ospitata nei locali dell’ufficio e il servizio era appaltato ad un servizio esterno per uno o più anni, dopo i quali l’ente poteva decidere se rinnovare l’appalto o cambiare gestore. In alternativa l’ente poteva stabilire apposite convenzioni con bar, tavole calde o simili dei dintorni, che agivano in tutto e per tutto da sostituti del servizio mensa interno.

Una mensa interna è un bel fastidio. Bisogna avere i locali adatti, gestire l’appalto, controllare la qualità e il rispetto delle norme di sicurezza, avere a che fare con i fumi puzzolenti, i rumori, il via vai dei dipendenti che vanno e vengono dalla mensa, tutte cose che disturbano e non poco chi ha la sfortuna di lavorare nelle vicinanze della mensa. Naturale che tante amministrazioni pubbliche abbiano deciso velocemente di saltare sul carro dei ticket, chiudendo il servizio mensa interno e passando a distribuire i soli ticket.

Si chiama “esternalizzazione”, è successo anche per il servizio di pulizia, di portierato, di manutenzione generale degli uffici. In teoria è un vantaggio, il privato fornisce il servizio in cui è specializzato e l’ente pubblico risparmia gli stipendi dei dipendenti che prima svolgevano internamente quel determinato servizio. In pratica è una porcheria, il privato per vincere la gara d’appalto al ribasso deve risparmiare su tutto, in particolare sugli stipendi dei suoi dipendenti, sfruttati senza pietà e che si limitano a fare solo lo stretto indispensabile (quando lo fanno), e sulla qualità e quantità delle forniture. Venite a vedere come fanno le pulizie nel mio istituto per credere.3

Che problema c’è? Dopo una serie di disservizi documentati si può annullare l’appalto e cercare qualcuno che svolga un servizio migliore. Sbagliato! E qui torniamo alla Consip, che avevamo lasciato molte righe fa.


Da anni tutti gli appalti degli Enti Pubblici sono centralizzati e gestiti dalla Consip,4 la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che dovrebbe “rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche, fornendo alle amministrazioni strumenti e competenze per gestire i propri acquisti e stimolando le imprese al confronto competitivo con il sistema pubblico” (lo so che l’ho già scritto, ma in certi casi è meglio ripetersi).

Lo vogliono certe norme europee e lo vuole anche il buonsenso, se un appalto viene gestito da professionisti che conoscono il loro mestiere, come dovrebbero essere i burocrati della Consip, si possono ottenere economie di scala che consentono di risparmiare, e allo stesso tempo si stimola la concorrenza e si evitano imbrogli e corruzione.

Le sole eccezioni a questa norma sono gli acquisti “specializzati”, come ad esempio quelli che riguardano la strumentazione scientifica (ma anche in questo caso ormai le cose sono diventate paurosamente complicate, con grave danno per chi fa questo tipo di acquisti che richiedono flessibilità e tempi rapidi).

Che con la Consip o costi (e la corruzione) si siano ridotti mi pare opinabile, basta guardare questi dati relativi all’acquisto di beni sanitari nelle diverse regioni italiane per rendersi conto delle enormi discrepanze che esistono ancora oggi fra le varie arre del paese. Come è possibile ad esempio che i servizi di medicina di base possano costare circa 90–95 euro a residente in Liguria, Piemonte, Lombardia e Friuli, così come in Toscana e Umbria, ma che arrivino a ben 130–150 euro a residente nelle regioni del Sud, mentre le regioni autonome di Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige sono più vicine alle regioni del Sud che a quelle più virtuose del Nord? Oppure che i servizi specialistici ambulatoriali costino cifre tutto sommato contenute e poco variabili al Sud ma quasi il doppio in Lombardia, o che presentino delle variazioni spaventose nel Lazio o nel Nord-Est?

Ci saranno norme europee dietro tutto questo, ma non è che “lo vuole l’Europa!” è diventato una giustificazione analoga al “Dio lo vuole!” dei tempi delle crociate, dietro il quale si celavano le peggiori nefandezze? Lo vorrà pure l’Europa, ma lo vuole proprio così o ci sono modi diversi e più efficienti per venire incontro alle giuste richieste dell’Unione?

E poi, come è possibile che dopo tutti le specifiche, le documentazioni richieste, i chiarimenti, le commissioni, i controlli, che gli appalti gestiti da Consip dovrebbero garantire, possano verificarsi casi come quello di Qui!? Come è possibile che possa essere affidata una grossa fornitura pubblica ad una azienda che una semplice verifica fiscale di routine ha trovato sommersa di decreti ingiuntivi da parte di commercianti non pagati?

E come è possibile che, quando si verifica il patatrac, la Consip se ne lavi le mani, risolva il contratto a parole, ma lasci ai singoli enti che usufruiscono dell’appalto il compito di decidere cosa fare con le loro forniture, anche se il problema non dipende dalle loro decisioni e se i singoli enti possono fare abbastanza poco per tamponare velocemente il problema?

E come è possibile che in questa storia nessuno pensi ai dipendenti dei vari enti pubblici coinvolti, bistrattati spesso a ragione ma che in questo caso sono solo vittime, che si ritrovano con dei buoni pasto che non potranno mai utilizzare e non sanno se e quando saranno mai rimborsati?

Non è facile correggere un errore su un appalto che in totale vale l’astronomica cifra di 1 miliardo di euro? Non lo metto in dubbio, ma siamo sicuri che non sia proprio questa elefantiasi alla base del problema? Qui non stiamo parlando di grandi infrastrutture, stiamo parlando di banali buoni pasto. Appalti di questo tipo non sarebbe meglio gestirli a un livello più basso, come succedeva in passato, in modo che sia più facile prendere le opportune contromisure nel caso in cui qualcosa vada male?


In Italia la corruzione e il malaffare sono un male endemico, combatterla è buono e giusto oltre che necessario, però come dicevo nella scorsa puntata, non sarebbe meglio combatterla responsabilizzando le singole amministrazioni e facendo fuori i funzionari e i loro capi presi con le mani nella marmellata, invece di creare mostri burocratici come la Consip che controllano e gestiscono tutto, ma che alla fine non sembra siano tanto efficaci nel fare al meglio il loro lavoro?

Anche perché come sempre ogni norma rigida ha i suoi punti deboli. La Consip non interviene per gli appalti sotto una certa soglia (naturale, in tanti casi bisogna per forza agire rapidamente, non si possono aspettare le lungaggini delle gare di appalto) e infatti i (pochi) dati disponibili mostrano un forte aumento di questi ultimi dopo l’ultimo aggiornamento del codice degli appalti, nell’aprile del 2016.4 L’aumento del numero di appalti appena sotto la soglia vale di sicuro per gli appalti di lavori, per i quali la soglia è fissata a 150.000 euro, ma è probabile che valga anche per contratti e forniture (dove la soglia è di soli 40.000 euro), di cui però si sa poco perché sotto questa cifra l’ANAC, chissà perché, non registra i dati nel suo Portale della Trasparenza.

Secondo gli autori dello studio citato,4 “L’introduzione della soglia, lo spacchettamento degli appalti in contratti di importo inferiore alla soglia di € 150.000 ha comportato una serie di potenziali sprechi
dovuti all’aumento artificioso delle procedure di gara, e dei costi connessi.”
Inoltre “ciò implica inoltre probabili inefficienze nella realizzazione delle opere dovute alle difficoltà di coordinare un maggior numero di soggetti che, a causa della frammentazione dell’opera originaria in una serie di sottocontratti, si trova a dover interagire su lavorazioni legate tra loro.” Per poi concludere che, “questi problemi evidenziano quindi dei forti limiti a quello che era l’obiettivo principale della riforma, ovvero quello di accorpare in soggetti altamente qualificati [cioè la Consip, ndr] le procedure di aggiudicazione.”


Ma non c’è solo la Consip a complicare la vita. Persino la consegna dei singoli buoni pasto ai dipendenti che ne hanno il diritto è diventata negli ultimi anni una cosa assurdamente complicata. Potrei sbagliare, però mi sembra di ricordare che all’inizio mi spettava un ticket per ogni giorno lavorativo, quindi ricevevo un blocchetto standard di 22 ticket ogni mese, con delle eccezioni per quando ero in ferie o in missione.

Oggi bisogna risparmiare su tutto,5 per cui ora mi danno un ticket per ogni giorno lavorato. Di conseguenza niente ticket se sono in ferie e niente ticket se usufruisco di un riposo compensativo (cioè sto a casa recuperando le ore di servizio fatte in più che da contratto non vengono pagate, io ne ho oltre 2000!). Ma anche niente ticket se sono in missione per più di tot ore (non mi chiedete quante, però) o se la missione prevede il rimborso del pranzo. E niente ticket se in un giorno faccio meno di tot ore (dove è possibile che questo tot sia diverso da quello di prima). E poi niente ticket se…, io stesso non ricordo tutte le eccezioni possibili.

Sta di fatto però che, per una sede di istituto dove ci sono una quarantina di persone (e forse anche meno) che usufruiscono dei ticket, ci vuole un collega dell’amministrazione che ogni giorno si occupa di gestire tutti questi casi particolari (che poi tanto particolari non sono, è nella stessa natura del nostro lavoro svolgere una parte più o meno consistente dell’attività fuori dalle mura dell’istituto), contando il numero di ticket maturati dal singolo dipendente e distribuendo a ciascuno di noi un nuovo blocchetto da 20 solo nel momento in cui ha maturato i benedetti 20 giorni di lavoro effettivo. Il collega ci perde una bella fetta della mattina per fare tutte queste cose, senza considerare che si deve anche occupare di ordinare le nuove forniture di blocchetti, di contarli e di verificare che sia tutto a posto, e mille altre piccole incombenze analoghe.

Insomma, almeno nel mio microcosmo, la pubblica amministrazione paga lo stipendio ad una persona che per almeno un quarto del suo tempo è occupato a risparmiare qualche ticket ogni giorno. Diciamo che il collega guadagna 1.500 euro netti al mese, quindi a occhio almeno 4.000 euro comprese tasse e contributi, circa 200 euro lordi al giorno. Il suo lavoro di gestione analitica dei ticket viene quindi a costare allo Stato almeno 50 euro al giorno, praticamente lo stesso (se non di più) del risparmio che si riesce ad ottenere controllando in modo così granulare e fiscale quello che fanno i dipendenti (in effetti costa molto di più perché a Roma ci sono ulteriori controlli che impiegano altro personale).

Altro che (finto) risparmio, a me sembra invece solo uno spreco di tempo e di risorse, camuffato sotto la forma di una gestione oculata dei fondi. Un po’ come quando qualche agenzia statale (e a volte anche non statale) chiede al cittadino un rimborso di pochi spiccioli, la cui gestione viene a costare dieci o venti volte di più.

I risparmi hanno senso quando sono veramente tali, non quando si risparmia da una parte per buttare via i soldi dall’altra. Molto meglio a questo punto abolire i ticket tout court e aggiungere l’importo equivalente alla busta paga di ciascun dipendente (come reddito non tassato, perché i ticket entro certi limiti non sono tassati). Per le meno si risparmierebbero le spese e la gestione di questi appalti miliardari, il contenzioso, i trucchetti, le furbate e gli scandali come quello di Qui!.

Ma figuriamoci, in Italia tutte le semplificazioni si risolvono in nuove e incredibili complicazioni, tutti i proclami inneggianti al risparmio si risolvono nel controllo stringente delle più piccole minuzie, perché questo è il mezzo più efficace per rendere impossibile un controllo vero ed efficace dei grossi sprechi.

Ma ne riparliamo presto con un esempio personale.


  1. Ci sarà una relazione con l’uscita di Windows 95? Perché no, di certo non è meno probabile della fantasiosa relazione fra vaccini e autismo). 
  2. Perché i ticket, sembra incredibile, scadono quasi più rapidamente del latte o dello yogurt. 
  3. Dopo aver visto pulire le scrivanie con lo stesso straccio usato per il water, ho iniziato a coprire la mia ogni sera con articoli e fogli vari per impedire che le signore delle pulizie ci si avvicinassero. 
  4. L. Castellani, F. Decarolis e G. Rovigatti, “Il Processo di Centralizzazione degli Acquisti Pubblici: Tra Evoluzione Normativa e Evidenza Empirica”, Mercato Concorrenza Regole, Il Mulino (2017). Il file pdf dell’articolo è liberamente disponibile qui
  5. A parole e quasi solo sugli stipendi, gli sprechi su tutto il resto non sono stati minimamente scalfiti. 
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Consip, ovvero la triste storia dei punti senza punta

Dopo parecchi anni di servizio i punti della mia pinzatrice sono finiti. Poco male, un salto in segreteria e mi hanno dato un paio di pacchetti nuovi, che al ritmo attuale dovrebbero essere sufficienti per parecchi anni.

Dovrebbero, perché questi punti sono stati acquistati tramite la Consip, la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che dovrebbe “rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche, fornendo alle amministrazioni strumenti e competenze per gestire i propri acquisti e stimolando le imprese al confronto competitivo con il sistema pubblico”.

E come tutta la roba che arriva da questo mega-carrozzone con cui ho avuto a che fare, la qualità dei punti è pessima: i punti sono avvertibilmente più sottili e leggeri di quelli che usavo prima, si incastrano di continuo nella pinzatrice e se provi a pinzare più di una decina di fogli non riescono a bucarli e si accartocciano su stessi. La differenza con i punti da mercato libero è abissale. Forse questi costeranno anche un po’ meno, ma a che serve se se ne sprecano due su tre?

Purtroppo non è un caso circoscritto ai soli punti metallici. La CONSIP è famosa per la scarsa qualità del materiale che offre, a fronte di prezzi che, anche se calmierati, non sono certo più bassi di quello che si può spuntare a volte anche dal negozio sotto casa.

Anni fa usavo parecchio le Tratto Pen, scrivevano bene e duravano una vita. Arrivata la Consip, le sostituirono con dei pennarelli di feltro a punta lunga da scuola media, con un tratto larghissimo e che smettevano di scrivere dopo due giorni. Costavano quasi quanto le Tratto ma duravano dieci-venti volte di meno, veramente un bell’affare. Dopo qualche mese per fortuna tornarono le Tratto Pen.

Peggio ancora le risme di carta. Comprate tramite la Consip a pallet interi (quante risme ci sono in un pallet? non lo so ma sono tante) potevano costare quanto, se non di più, una singola risma presa in cartoleria, alla faccia degli sconti per grosse quantità. E i fogli di carta ex-Consip, più o meno come i miei punti metallici, si incastravano di continuo nelle stampanti e nelle fotocopiatrici, forse perché sembravano essere più sottili e leggeri dei fogli “normali”, nonostante le specifiche teoricamente uguali.

E se la Consip è un baraccone di stampo parasovietico, che gestisce mega-appalti centralizzati con cui si fornisce a tutti gli uffici lo stesso tipo di carta, lo stesso tipo di stampante, lo stesso computer, lo stesso ticket per i pasti, con il consueto corollario di intrallazzi, mazzette, scandali e inchieste della magistratura, con il MEPA, il Mercato Elettronico della Pubblica Ammnistrazione è anche peggio. Ne ho già parlato a lungo, sono passati quattro anni ma il servizio non è migliorato per niente.

Sul MEPA vale solo il prezzo più basso: se il prezzo è minore si compra per Lecce da un fornitore di Pordenone, e se dopo la vendita il fornitore non fornisce assistenza o se questa costa uno sproposito non importa, ciò che conta è che sembri di aver risparmiato.

Su un qualunque sito di commercio elettronico, non c’è bisogno di essere Amazon, se scrivi “hard disk da 1 Tb” o “disco rigido da 1 terabyte”, il sistema capisce quello che intendi e ti mostra tutti gli hard-disk disponibili con le caratteristiche richieste. Sul MEPA invece sono precisissimi e ti elencheranno solo i prodotti la cui descrizione coincide esattamente con quello che hai chiesto.

Chi ha programmato il sistema è un incapace, è chiaro, ma questa precisione permette anche di “craccare” facilmente il sistema, trovando sul MEPA solo quello che vuoi trovare. Gli onesti possono sfruttare questa caratteristica per scegliere un fornitore che offre un prezzo basso ma anche una assistenza decente. Ma chi onesto non è può usare questo e chissà quali e quanti altri metodi più sofisticati per fare tutte le porcherie che vuole.

Perché è l’assunto di base che non funziona. Risparmiare sugli acquisti della Pubblica Amministrazione è sacrosanto — quanti mattoni e quante siringhe sono state vendute a prezzi da gioielleria? — ma cercare di farlo mettendo sui dei carrozzoni infarciti di burocrazia come Consip e MEPA è la risposta sbagliata, che rende ogni passaggo assurdamente farraginoso e complica solo la vita alle persone per bene, lasciando invece fare quello che vuole a chi, pratico di trucchetti, in questo guano burocratico ci sguazza meglio che in piscina.

Non basterebbero, invece, poche regolette semplici semplici?

  • Spacchettare i mega appalti da milioni di euro che sono solo fonte di corruzione e mazzette e riportarli a livello locale, accoppiati però ad analisi statistiche stringenti e puntuali (ormai facilissime da fare) che mettano in evidenza i costi anomali e costringano i responsabili degli acquisti a giustificare il loro operato.

  • Far ruotare i funzionari che si occupano dei grandi acquisti acquisti negli enti pubblici, in modo che non abbiano il tempo di crearsi una rete di relazioni pericolose.

  • Per gli acquisti di importo minore e per quelli specialistici (penso alla strumentazione utilizzata nella ricerca scientifica ma ci saranno di sicuro esempi analoghi in altri settori pubblici), lasciare la libertà di comprare da chi si vuole se il prezzo è minore di quello stabilito dalla Consip e riportato in un sito web accessibile a chiunque e fruibile con facilità. Magari consentire perfino di approfittare di offerte temporanee particolarmente convenienti, come quelle che ci sono proprio oggi e domani su Amazon.

  • Chi effettua un acquisto, grande o piccolo non importa, è responsabile di quello che fa. Ma lo è anche il suo dirigente, che sta lì proprio perché deve gestire e controllare quello che fanno i dipendenti del suo ufficio. Se l’imbroglio è doloso i due non solo vengono denunciati alla magistratura ma vengono anche trasferiti e, nei casi peggiori, messi in aspettativa non pagata. E naturalmente, se sono riconosciuti colpevoli, vengono licenziati in tronco e devono rimborsare il danno subito dall’amministrazione.

Solo logica semplicistica da buon padre di famiglia? Può darsi, ma ma basta guardare questi dati riferiti solo alle spese sanitarie per accorgersi che, nonostante la Consip o il MEPA, negli appalti pubblici c’è qualcosa che continua a non funzionare (traduco: le anomalie nelle spese effettuate sono troppe e troppo ampie).

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