Un Mac montato in diretta

Quando ho iniziato a guardare questo video pensavo che fosse la solita presentazione di un nuovo prodotto. Qualche battuta, un paio di giochini introduttivi — carino il bicchiere pieno d’acqua tirato fuori dalla borsa — l’immancabile video pubblicitario. Ma si trattava della presentazione del Macintosh Portable, il primo Macintosh portatile,1 un computer di scarsissimo successo commerciale ma che è stato una vera icona del suo tempo, e sono andato avanti a guardare.

Se lo si vede con gli occhi di oggi il Macintosh Portable è un mostro grosso e pesante: più di sette chili di peso, un mini display da 10 pollici con una risoluzione di appena 640 x 480 pixel, un disco rigido opzionale da 40 MB. Il processore era quasi lo stesso del Macintosh originale del 1984, solo un po’ più veloce e meno avido di potenza.

Ma nel 1989 il Macintosh Portable era un vero oggetto del desiderio, una meraviglia tecnologica, la batteria durava dieci ore e si poteva mettere in uno stato di animazione sospesa a bassissimo consumo da cui si risvegliava con il semplice tocco di un tasto. Ogni volta che passavo davanti al negozio nel centro di Torino che lo esponeva, invidiavo profondamente i fortunati che potevano permetterselo, per me giovane precario (ancora per poco, per fortuna) era solo un sogno irrealizzabile.

Perché il Portable costava, accidenti se costava, più di dieci milioni di vecchie lire (senza tenere conto dell’inflazione sono 5.000 euro). E se si voleva avere il modem o 1 MB di RAM in più, bisognava tirar fuori altri due milioni, uno per il modem e uno per la RAM. Solo la batteria di ricambio era economica, 70 mila lire (circa 35 euro) per un mattoncino da un chilo.

Nel video Jean-Louis Gassée,2 sembra a disagio, la sua presentazione non ha niente a che vedere con quelle spumeggianti di Steve Jobs o con i Keynote “rock” a cui siamo abituati oggi. Sta sul palco da solo su uno sfondo completamente nero, qualche Mac sulla destra a dare un tocco di colore. Il pubblico è invisibile, applaude al momento giusto ma per il resto non esiste. Sembra tutto piuttosto noioso, ma a un certo punto arriva il momento “wow!” e Jean-Louis inizia a montare un Macintosh Portable.

In diretta, proprio lì sul palco.

Non c’è nemmeno una vite, ogni pezzo si incastra nell’altro con un bel click sonoro, Jean-Louis deve solo ricordarsi di collegare i vari connettori alla scheda madre e in una decina di minuti il Mac è pronto. Ci potrebbe mettere molto meno se non dovesse spiegare a cosa serve ogni pezzo. Non manca nemmeno la finezza di poter montare il trackball indifferentemente alla destra o alla sinistra della tastiera, per essere accessibile anche ai mancini.

E alla fine Jean-Louis tocca un tasto e, Ta Da!, il Mac si accende come se fosse appena uscito dalla linea di montaggio. Fantastico!

Il video perfetto per festeggiare, oggi.

Buon Natale a tutti!!!


  1. E credo anche il primo portatile Apple in assoluto. 
  2. Jean-Louis Gassée è stato uno dei top manager Apple dopo la defenestrazione di Steve Jobs e poi il padre dello sfortunato sistema operativo BeOS
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E sono cinque!

Oggi il blog compie cinque anni. Purtroppo me ne sono ricordato solo all’ultimo momento e non ho avuto il tempo di fare una analisi dettagliata come mi ero ripromesso di fare. Pazienza, magari ci sarà occasione in una circostanza meno “tonda”.

Una cosa che mi colpisce sempre è che, nonostante il blog sia in italiano, ben il 10% degli accessi provenga da fuori Italia. Chissà cosa riescono a capire i poveri visitatori che leggono gli articoli tramite Google Traduttore!

Un’altra cosa che mi colpisce è che, oltre ai tanti lettori affezionati che non mi stancherò mai di ringraziare per la loro immensa pazienza, circa due terzi dei vsitatori arrivano al blog tramite i motori di ricerca. Anzi, tramite Google, gli altri motori di ricerca, anche Bing o DuckDuckGo (e mi dispiace soprattutto per quest’ultimo), praticamente non esistono. Il che significa da un lato che il blog si posiziona abbastanza bene nelle ricerche sul web (anche se io non faccio nulla per spingere in su la SEO del blog), dall’altro che gli articoli hanno una vita piuttosto lunga e vengono cercati e letti anche molti anni dopo la pubblicazione. L’articolo più letto in assoluto quest’anno, Usare un Mac con PowerPC oggi è del 2016 e ha un numero di letture che tende a crescere ogni mese. Lo stesso sta succedendo all’articolo più letto pubblicato nel 2018, Ma il Fusion Drive serve ancora?, che ogni mese ha più che raddoppiato il numero di letture rispetto al mese precedente.

Fra le cose che non mi piacciono c’è quella di aver diminuito fortemente la cadenza di pubblicazione dei nuovi articoli, passando dai due articoli a settimana del 2014 a un solo articolo ogni dieci giorni di quest’anno. Sono valori medi, ma riflettono bene la scarsa velocità con la quale riesco a pubblicare nuovo materiale. Non che mi manchino gli spunti e le idee, anzi, quello che mi manca è il tempo per scrivere in pace e poi per rivedere quello che scrivo. In compenso la lunghezza media di ciascun articolo è cresciuta significativamente nel tempo, anche se non so se questa sia una cosa positiva o no.

Altra cosa che non mi piace è il numero di commenti, che si è ridotto anch’esso in modo molto significativo. Dal picco di circa 550 commenti del 2015 si è scesi ad appena 159 nel 2018, nonostante nello stesso periodo di tempo il numero di visitatori sia quasi raddoppiato. Mi piacerebbe che ci fosse maggiore interazione con chi legge il blog, e vorrei anche sapere se posso fare qualcosa per favorire questa interazione.

Copertina di Automate the Boring Stuff with Python

Prima di concludere, un piccolo consiglio di lettura. Ho scoperto da poco il libro Automate the Boring Stuff with Python, che si può leggere gratuitamente sul web o comprare in edizione elettronica o cartacea sul sito della casa editrice o sul solito Amazon. È una vera bomba, ed è pure perfettamente in tema con la serie dedicata al Terminale e allo scripting di questo periodo. Consigliatissimo!

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Script per tutti i giorni: dalla linea di comando al programma


— Foto: Matthew Ratzloff su Flickr.

Il comando per generare automaticamente il nome del file nel formato previsto da Jekyll (o da WordPress) dal titolo del post presentato alla fine della prima puntata potrà anche essere interessante dal punto di vista didattico ma, diciamolo, è poco pratico per essere utilizzato veramente. Bisogna lanciare il Terminale, andare a cercare il comando da qualche parte, copiarlo e incollarlo nel Terminale, cancellare il titolo preesistente e incollare il titolo del nuovo post su cui stiamo lavorando… Si fa prima a fare tutto a mano nel Finder!

Ma se lo trasformiamo in uno script, cioè in un piccolo programma eseguibile direttamente dal Terminale come un qualunque comando del sistema operativo, le cose diventano improvvisamente molto più interessanti.

Dove vai se l’editor non ce l’hai?

Per lavorare sugli script è fondamentale avere a disposizione un buon editor di testo. In macOS sono già integrati due pesi massimi, emacs e vi, eseguibili direttamente dal Terminale tramite i comandi omonimi. Fatevi un favore e non usateli.

Questi due editor, che hanno dato origine ad una vera e propria guerra di religione fra i fan dell’uno e dell’altro programma, sono perfetti per i professionisti, per chi è già esperto di programmazione ed è disposto ad affrontare una fase di apprendimento lunga e piuttosto impervia. Ma per chi è all’inizio e deve concentrarsi sull’imparare le basi e la logica della programmazione, un editor troppo complicato è più che altro un ostacolo ed una distrazione.

Molto meglio installare uno dei tanti editor grafici disponibili per macOS. Fra Atom, BBEdit, TextMate, Visual Studio Code, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sono tutti gratuiti (si, ora anche BBEdit è gratuito, la licenza serve per sbloccare le funzioni avanzate utili per i professionisti), sono tutti di ottima qualità (si, anche un prodotto Microsoft come Visual Studio Code può essere ottimo). Io preferisco usare TextMate e Atom — di quest’ultimo mi piace moltissimo la possibilità di sincronizzare automaticamente le impostazioni, i plugin e i temi fra tutti i computer su cui l’ho installato, che siano Mac o generici PC con Linux o Windows — però BBEdit è perfetto per i file di grosse (o meglio dire enormi) dimensioni come quelli che mi stanno capitando per le mani ultimamente. Mentre Visual Studio Code… beh, Visual Studio Code è stato una vera sorpresa sin dalla prima volta che l’ho usato.

Dalla linea di comando allo script

Lanciamo quindi l’editor che preferiamo e incolliamo l’ultima versione del comando di Terminale visto nella puntata precedente

echo "La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale" | tr "[:upper:]" "[:lower:]" | sed "s/'/ /g" | sed "s/[[:punct:]]//g" | sed "s/ /-/g"

In questo comando c’è una parte variabile, la stringa “La privacy al tempo dell’Internet of Things: gran finale”, che dobbiamo cambiare ogni volta che vogliamo generare un nuovo titolo, mentre tutto il resto rimane sempre inalterato (a meno di non modificare di proposito il codice).

È sempre consigliabile separare le parti variabili del codice da quelle che rimangono sempre uguali, per evitare di alterare il programma per errore e renderlo inusabile. In questo caso, basta definire una variabile a cui viene assegnata la stringa da elaborare, usata come una specie di segnaposto nel resto del programma, e separare anche visivamente con una o più righe vuote le variabili dal resto del programma. Lo script diventa così

string="La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale"

echo $string | tr "[:upper:]" "[:lower:]" | sed "s/'/ /g" | sed "s/[[:punct:]]//g" | sed "s/ /-/g"

dove la prima riga definisce la variabile string, che viene poi usata nel comando vero e proprio.

Da notare che quando si assegna una variabile in bash non si possono mettere degli spazi prima e dopo l’operatore di assegnazione =. In altre parole il nome della variabile, l’operatore e il valore della variabile devono essere scritti tutti attaccati. Inoltre, quando si usa la variabile nello script bisogna sempre anteporre il prefisso $ e scriverla come $string. Sono due particolarità di bash di cui è facile dimenticarsi quando si è abituati ad usare altri linguaggi di programmazione, a me succede anche troppo spesso.

Guardiamo ora la seconda riga. Nel comando originale da Terminale l’abbiamo scritta tutta di seguito, usando l’operatore | per trasferire il risultato di un comando al comando immediatamente successivo, che lo usa come dato di ingresso da elaborare. È una pratica che evita la creazione di troppe variabili, magari usate solo una volta, che è diventata popolare di recente in R, un linguaggio di programmazione specializzato nell’analisi statistica dei dati.

Personalmente la trovo una pratica poco lungimirante. Sarà anche comoda nel momento in cui sviluppiamo un programma, ma rende molto più difficile capire in un secondo momento quello che fa lo script. Ormai la memoria dei computer è gigantesca, possiamo benissimo sprecarne un po’ per definire qualche variabile in più.1

Una versione riveduta del programma precedente, nella quale i risultati di ciascuna fase di elaborazione vengono salvati in una variabile diversa, può quindi essere

string="La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale"

lowercase=$(echo $string | tr "[:upper:]" "[:lower:]")
del_apostr=$(echo $lowercase | sed "s/'/ /g")
del_punct=$(echo $del_apostr | sed "s/[[:punct:]]//g")
fix_spaces=$(echo $del_punct | sed "s/ /-/g")

converted_string=$fix_spaces
echo $converted_string

Qui devo ammettere di avere esagerato. Se la prima versione scritta tutta d’un fiato era difficile da leggere e da capire, usare una variabile diversa per ogni passo del programma è altrettanto estremo. Un buon compromesso potrebbe essere

string="La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale"

fix_string=$(echo $string | tr "[:upper:]" "[:lower:]")
fix_string=$(echo $fix_string | sed "s/'/ /g")
fix_string=$(echo $fix_string | sed "s/[[:punct:]]//g")
fix_string=$(echo $fix_string | sed "s/ /-/g")

converted_string=$fix_string
echo $converted_string

in cui si usa una variabile (string) per la stringa da elaborare, un’altra (fix_string) per conservare i risultati intermedi ed infine un’ultima variabile (converted_string) per il risultato finale del programma.

Se si guardano attentamente le due ultime versioni dello script, si nota che ho continuato ad usare l’operatore | per inviare a sed o a tr la stringa da elaborare. Non è una contraddizione rispetto a quanto dicevo prima. Una cosa è scrivere una sequenza di quattro, cinque o più comandi collegati uno all’altro a formare una catena di montaggio inestricabile, un’altra è utilizzare ripetutamente una struttura ben definita e riconoscibile come echo $... | tr "..." oppure echo $... | sed "...".

Del resto non ci sono alternative: sia sed che tr sono fatti per operare su un file oppure in modo interattivo nel Terminale (si scrive una stringa nel Terminale, si preme Invio e sed o tr la elaborano, stampano il risultato e si mettono in attesa di una nuova stringa finché non li interrompiamo premendo CTRL-D) e l’unico modo per obbligarli a lavorare da programma e usare echo per fornirgli il dato in ingresso già bello e pronto.

Al nostro script mancano ancora due cosette per essere quasi comodo da usare, ma questo sarà l’argomento della prossima puntata.


  1. A meno naturalmente di non avere dei grossi limiti di memoria, come succede quando si scrivono programmi per dispositivi embedded o dell’IoT, oppure di dover scrivere del codice molto efficiente per applicazioni ultrasofisticate. Ma chi è alle prese con questi problemi non ha bisogno di leggere questi articoli. 
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Script per tutti i giorni: semplici modifiche alle stringhe di testo


— Foto: telwink su Flickr.

Succede più spesso di quanto mi renda conto. Devo rinominare dei file, modificare un testo o fare altri pasticci con i miei documenti. Potrei usare una delle tante applicazioni ad hoc fatte per fare proprio quello. Ma perché perdere tempo ad installare ed imparare ad usare l’ennesima applicazione se con il Terminale posso fare prima (e meglio)?

Basta qualche comando ben piazzato nel Terminale, a volte qualche piccolo script in bash o in python, e si possono fare cose bellissime con poco sforzo.

E una volta fatte, perché tenerli per se e non condividerli, magari proprio qui? L’impulso iniziale me l’ha dato Federico “frix” Morchio durante una discussione sul canale Goedel di Slack gestito dal sempre ottimo Lucio Bragagnolo (aka… oops, noto anche come Lux, Loox e tanti altri alias).

Attenzione! Questo e i futuri post sull’argomento non saranno delle introduzioni a bash, a python, al Terminale di macOS (tendo sempre a dimenticare che non si chiama più OS X!), per quelle ci sono un sacco di ottime guide in rete. Chi vuole fare in fretta può iniziare leggendo la mia piccola guida a bash di qualche anno fa, Script di shell in OS X e magari anche Compleanno con permessi, la ripresa di un vecchio post sull’ormai defunto Ping che di fatto mi ha fatto iniziare l’esperienza di blogger.

Cominciamo con un antipasto veloce, una cosa apparentemente inutile (o quasi), ma che serve a dare una idea delle potenzialità di bash e di come, partendo da un’idea semplice, si possa trasformarla a poco a poco in qualcosa di più pratico e adatto ad un uso quotidiano.

Manipolare i nomi dei file

La prima cosa che faccio quando inizio a scrivere un nuovo post è creare un file Markdown con i metadati (titolo, data di pubblicazione, categoria e tag, chi usa Jekyll o Octopress sa di cosa parlo), a cui assegno un nome temporaneo. Una volta deciso il titolo definitivo, rinomino il file in un modo più razionale, in modo che possa ritrovarlo facilmente.

Per farlo seguo la convenzione sui nomi dei file di Jekyll,1 secondo la quale il nome del file deve essere scritto come YYYY-MM-DD-titolo-del-post.md, dove YYYY indica l’anno, MM il mese e DD il giorno di pubblicazione (espressi rispettivamente con quattro e due cifre) e parole e numeri vanno separati con un trattino invece che con uno spazio. Sembra una cosa inutilmente complicata, ma permette di tenere ordinati i file in base alla data anche quando se ne modifica il contenuto in un secondo tempo. E comunque, evitare di utilizzare gli spazi nei nomi dei file è ancora oggi la cosa più razionale da fare nei sistemi basati su Unix come macOS.

Per la data non ci sono problemi, nei metadati è già scritta nel formato giusto, per cui è sufficiente copiarla ed incollarla direttamente nel nome del file tramite il Finder. Ma il titolo? Potrei usare il Finder anche per il titolo, inserendolo dopo la data nel nome del file e sostituendo a mano gli spazi con i trattini. Però è facile sbagliare, soprattutto quando il titolo è lungo. Ancora più facile è non essere consistenti, usando ogni volta una forma leggermente diversa e mandando a pallino i vantaggi dati dall’utilizzare nomi di file ben definiti.

E poi, vuoi mettere il divertimento di farlo fare a bash?

Un pezzo alla volta

Prendiamo come esempio il titolo di un post di qualche mese fa, “La privacy al tempo dell’Internet of Things: gran finale”. Per trasformare il titolo originale in una sequenza di parole separate da trattini è sufficiente lanciare il Terminale ed eseguire il comando

$ echo "La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale" | sed "s/ /-/g"

dove echo scrive la stringa nel Terminale e la invia tramite il | (pipe) a sed, che si occupa di cercare tutti gli spazi e di sostituirli con un trattino, ottenendo

La-privacy-al-tempo-dell'Internet-of-Things:-gran-finale

Non male, ma ci sono due o tre cosette da sistemare.

Problema numero 1 (banale). Il formato di Jekyll prevede implicitamente che il nome del file sia scritto tutto in minuscolo. Personalmente trovo che questa forma sia più gradevole, ma è anche utile a semplificare e a rendere univoco l’ordinamento dei file (una fissazione, lo so, ma quando si maneggiano tantissimi file ogni giorno diventa una cosa fondamentale per lavorare meglio). Si può fare così

$ echo "La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale" | tr "[:upper:]" "[:lower:]"

dove tr trasforma i caratteri maiuscoli ([:upper:]) in minuscoli ([:lower:]), ottenendo

la privacy al tempo dell'internet of things: gran finale

Domanda #1: cosa succede se nel comando precedente si usa tr "[:lower:]" "[:upper:]"?

Problema numero 2 (importante). Nei nomi dei file è preferibile usare solo lettere non accentate, numeri e alcuni caratteri di separazione: trattino, underscore e (se proprio dobbiamo) spazio. Se possibile è meglio evitare di usare il punto, che normalmente serve per separare il nome del file vero e proprio dall’estensione (caratteristica che è stata usata parecchio per distribuire file contenti virus ma che apparivano legittimi). Tutto gli altri caratteri devono essere rigorosamente evitati, perché spesso hanno significati speciali per il sistema operativo e creano solo guai.

Per togliere la punteggiatura possiamo usare la stessa tecnica di sopra,

$ echo "La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale" | sed "s/[[:punct:]]//g"

dove in questo caso sed cerca tutti i caratteri di punteggiatura ([[:punct:]]) e li sostituisce con… niente (cioè li toglie), ottenendo in uscita

La privacy al tempo dellInternet of Things gran finale

Problema numero 3 (specifico). Il comando di prima rimuove anche gli apostrofi (che è sempre bene evitare di mettere nei nomi dei file, perché potrebbero dare problemi su sistemi operativi meno liberali di macOS).2 Piuttosto che buttarli via, è preferibile però sostituirli con un trattino, usando ancora una volta sed

$ echo "La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale" | sed "s/'/-/g"

che da in uscita

La privacy al tempo dell-Internet of Things: gran finale

Mettiamo tutto insieme

Usare bash (o qualunque altra shell di Unix) è un po’ come usare il Lego dove, mettendo insieme dei piccoli mattoncini di forme e colori diversi, si può costruire una portaerei (o quasi). Con bash si prendono dei semplici comandi come quelli visti prima, si mettono nell’ordine giusto, si collega l’output di un comando con l’input di quello successivo tramite il | (pipe), e alla fine si riescono a fare delle cose anche piuttosto sofisticate.

In questo caso, il comando

$ echo "La privacy al tempo dell'Internet of Things: gran finale" | tr "[:upper:]" "[:lower:]" | sed "s/'/ /g" | sed "s/[[:punct:]]//g" | sed "s/ /-/g"

genera la stringa

la-privacy-al-tempo-dell-internet-of-things-gran-finale

pronta per essere utilizzata come nome del file.

Domanda #2: Cosa succede se cambio l’ordine dei comandi? Perché questo è l’ordine migliore per convertire un titolo nel formato desiderato?

Domanda #3: Perché nel primo sed questa volta ho sostituito l’apostrofo ' con uno spazio (mentre nella descrizione del problema numero 3 avevo usato un trattino)?

Chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui, si starà chiedendo che senso abbia complicarsi la vita con il Terminale e con bash, quando è molto più veloce modificare il titolo a mano nel Finder.

Tutto vero, ma è altrettanto vero che il post è stato più che altro una scusa per introdurre due comandi come sed e tr, molto utili ma anche molto poco conosciuti. E poi, partendo da questa base si possono costruire delle cose molto più utili, ma questo lo vedremo la prossima volta.

Revisioni

3-12-2018: Corretta una incongruenza nel testo originale, nel quale veniva usato una volta sed e un’altra tr per rimuovere i caratteri di punteggiatura.


  1. Che poi è praticamente la stessa convenzione che usa WordPress per generare i nomi dei post. 
  2. La gestione generale dei caratteri accentati nei nomi dei file è un problema molto più complesso, che è meglio rimandare ad un post specifico sull’argomento, ammesso che ci sia interesse per l’argomento. 
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Come scaricare le versioni meno recenti di macOS: da Yosemite a Lion

L’aggiornamento dell’App Store introdotto in parallelo al rilascio di Mojave ha reso molto più difficile scaricare le versioni precedenti di macOS anche per chi le ha già acquistate, quasi sempre a costo zero, in passato (per semplicità nel seguito userò il termine “macOS” anche per indicare le versioni che in origine si chiamavano Mac OS X o OS X).1

Chi ha già installato Mojave sul suo Mac può ancora scaricare High Sierra, mentre tutte le altre versioni di macOS sembrano scomparse dalla lista di applicazioni già acquistate. I link diretti a Sierra e ad El Capitan sull’App Store mostrano correttamente la pagina di informazioni relativa, ma restituiscono un messaggio di errore se si prova a scaricare il programma di installazione.

Chi invece non ha ancora aggiornato a Mojave ha qualche chance in più (almeno per ora): può scaricare tutte le versioni di macOS da El Capitan a Lion (andando a ritroso nel tempo), ma gli sono precluse sia Sierra che High Sierra. I link diretti a Sierra e High Sierra funzionano, ma consentono di scaricare l’installer solo se il Mac utilizzato è compatibile con queste versioni di macOS.

E per gli altri? Cosa può fare chi avesse bisogno di scaricare dall’App Store le versioni meno recenti di macOS senza averle già acquistate in passato? La prima parte dell’articolo è stata dedicata alle versioni di macOS da High Sierra a El Capitan, questa seconda puntata tratta delle versioni più datate del sistema operativo del Mac, da Yosemite a Lion (con una veloce puntatina anche su Snow Leopard, una delle versioni più riuscite di macOS). Come vedremo la situazione non è tanto rosea.

Da Yosemite a Lion (e non solo)

Tutte le versioni più vecchie di macOS, da Yosemite giù giù fino a Lion, sembrano scomparse dall’App Store, a meno di non averle già acquistate in passato, nel qual caso è meglio affrettarsi a scaricarle e a conservarle al sicuro da qualche parte (ovviamente da un Mac non ancora aggiornato a Mojave).

In realtà, per Yosemite esiste ancora una vecchia pagina di supporto sul sito Apple, ma il link per scaricare il programma di installazione punta ad iTunes e non funziona più con l’App Store moderno. Mavericks sembra essere stato completamente dimenticato da Apple.

Tutto sommato non è una gran perdita, in fondo tutti i Mac su cui gira Yosemite o Mavericks sono compatibili con El Capitan, che è il culmine più rifinito e bug-free della prima triade di versioni di macOS denominata con i nomi di luoghi turistici della California. Ci possono essere casi particolari di software, soprattutto in ambito tecnico-scientifico o multimediale, che per girare richiedono una versione specifica di macOS (ad esempio funzionano su Yosemite ma non su El Capitan), ma sono casi molto specifici sui quali è inutile dilungarsi qui.

Mavericks è stata la prima versione totalmente gratuita di macOS. Le due versioni precedenti, Mountain Lion e prima ancora Lion, le ultime della serie con i nomi di felini, erano a pagamento ma venivano fornite gratuitamente a chi acquistava un nuovo Mac (mentre scrivevo questo articolo ho ritrovato un mio codice gratuito per scaricare Lion associato all’acquisto di un qualche Mac). Queste due versioni si possono ancora acquistare dal sito di Apple a 21.99 euro ciascuna, questo è il link per Mountain Lion, questo quello per Lion.

Anche Snow Leopard può ancora essere acquistato online in versione “fisica” su DVD, sempre a 21.99 euro e con consegna gratuita. Snow Leopard in realtà non fa parte dei sistemi operativi per il Mac distribuiti attraverso l’App Store, ma l’ho fatto rientrare in questa lista per il rotto della cuffia perché è stato il primo che poteva girare solo sui Mac con processore Intel.

Ma non è finita…

A partire da Lion tutti i computer Macintosh dispongono di una funzione, macOS Recovery, che permette di ripristinare il sistema operativo tramite internet. È una funzione utilissima quando macOS non vuole saperne di avviarsi (raro, ma succede), quando si è cambiato il disco rigido di avvio o più semplicemente quando si vuole cancellare il disco rigido prima di vendere o cedere il Mac.

Ma macOS Recovery può essere molto utile anche per gli scopi discussi in questo articolo. A seconda della combinazione di tasti premuta all’avvio del Mac è possibile:

  • reinstallare da zero la versione più recente di macOS installata su quel Mac, tenendo premuti i tasti CMD (⌘) ed R;
  • reinstallare l’ultima versione di macOS compatibile con il Mac, tenendo premuti i tasti ALT (⌥), CMD ed R;
  • reinstallare la versione di macOS fornita originariamente con il Mac, oppure la versione disponibile più vicina a quella originale, tenendo premuti i tasti SHIFT, ALT, CMD ed R.

La combinazione di tasti prescelta deve essere tenuta premuta finché non compare il logo Apple o un globo che gira (oppure viene richiesta la password del firmware), come si può vedere in Figura 1. A seconda della combinazione di tasti utilizzata, macOS Recovery scaricherà dai server Apple il programma di installazione appropriato.


Figura 1. Avvio del programma di Internet Recovery.

Il tempo di avvio di macOS Recovery dipende dalla connessione di rete in uso, ma nella maggior parte dei casi alcuni minuti dovrebbero essere più che sufficienti (Figura 2). Utilizzando un collegamento Wi-Fi bisognerà scegliere la rete a cui collegarsi e inserire la password relativa.


Figura 2. Il programma di macOS Recovery mentre viene scaricato da internet.

Una volta concluso l’avvio da macOS Recovery, compare una finestra dalla quale, a seconda dei tasti premuti all’avvio, si potrà scegliere di reinstallare la versione originale di Mac OS X fornita con la macchina (Figura 3), oppure l’ultima versione compatibile con il Mac in uso (Figura 4), in questo caso High Sierra (che è anche la versione attualmente installata sul Mac).


Figura 3. Reinstallazione di Lion, la versione originale di macOS fornita con questo Mac.


Figura 4. Reinstallazione di High Sierra, l’ultima versione di macOS compatibile con questo Mac.

Conclusioni

Come si vede, Apple non ha reso la vita facile a chi vuole scaricare una vecchia versione di macOS e non l’avesse già fatto in passato. In certi casi l’unica opzione veramente valida è quella di creare un account da sviluppatore Apple a pagamento, che consente di scaricare tutte le versioni di macOS disponibili. Costa 99 dollari all’anno, se serve può valere la pena seguire questa strada.

E le scorciatoie? La rete pullula di siti da cui scaricare di tutto, dove si trovano facilmente tutte le versioni di macOS pubblicate. Ma ne vale la pena? Il sistema operativo è la base su cui poggia il funzionamento del nostro Mac, io non mi azzarderei ad utilizzare una versione di un sistema operativo (di un qualunque sistema operativo, si badi bene) che provenga da una fonte non fidata al 100%. Chi ci può assicurare che qualcuno non ci abbia infilato qualche malware per tenere traccia di tutto quello che facciamo o per utilizzare part-time il nostro Mac per scopi poco puliti? Lo so, i programmi di installazione delle varie versioni di macOS sono firmati digitalmente da Apple e quindi in teoria sono sicuri, ma so altrettanto bene che qualunque protezione, qualunque codice di sicurezza, prima o poi può essere violato. Meglio non fidarsi a prescindere.

Avvertenze

Installare un aggiornamento di macOS scaricandolo dall’App Store funziona solo quando sul Mac da aggiornare è installata una versione meno recente del sistema operativo. In tutti gli altri casi (principalmente quando si sostituisce il disco rigido di avvio oppure si ha bisogno di tornare indietro, installando sul Mac una versione meno recente di macOS rispetto a quella già presente), servirà un secondo Mac per scaricare l’installer e creare una chiavetta USB di avvio contenente il programma di installazione.


  1. Ricordo ai neofiti di casa Apple che il sistema operativo del Mac è stato denominato macOS solo a partire dalla versione 10.12 (Sierra). In precedenza, dalla versione iniziale 10.0 (Cheetah) fino alla 10.7 (Lion), si chiamava Mac OS X, diventando semplicemente OS X nelle versioni dalla 10.8 (Mountain Lion) alla 10.11 (El Capitan). 
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